Crea sito
READING

The F-word e il caso Chanel: ciò che non siamo, ci...

The F-word e il caso Chanel: ciò che non siamo, ciò che non vogliamo

Fino a qualche tempo fa, the F-word, ovvero la parola con la F, era una ed inequivocabile: fuck. Da qualche tempo, però, una nuova e per alcuni ben più temibile F-word si è insinuata nel sentire comune: femminismo. Nel corso degli ultimi mesi il femminismo è diventato un tema scottante, una parola in grado di sollevare un buzz notevole: basti pensare a tutte coloro che hanno recentemente dichiarato di non averne bisogno, al discorso di Emma Watson all’ONU, allo spazio che vari giornali dedicano a blogger ed attiviste femministe (Jessica Valenti e Laura Bates scrivono regolarmente sul Guardian, per fare solo un esempio).

Grazie a tutto ciò, qualche genio del SEO deve aver capito che la parola con la F fa tendenza, fa vendere copie, ed in qualche caso vestiti. L’epitome di tutto ciò è stata la collezione primavera/estate 2015 di Chanel, presentata un paio di giorni fa alla settimana della moda parigina, sfilata che personalmente trovo assai problematica nel suo voler essere “rivoluzionaria” e soprattutto “femminista” (così è stata interpretata dagli spettatori presenti e dalle maggiori testate di moda). Il fatto che il femminismo sia arrivato anche in passerella non mi rallegra affatto, e tutto in questa sfilata equivale per me ad un grasso grosso facepalm. Da qualsiasi parte io la guardi, non riesco a trovarci nulla di positivo, anzi, più ci penso e più trovo motivi per infastidirmi. Fra i fattori scatenanti troviamo:

Il mansplaining
Un giorno, un mio compagno di classe particolarmente saccente è stato invitato a scrivere per un blog femminista. Ha compilato un pezzo in cui spiegava le molte discriminazioni subite dalle donne, ed il motivo per cui il femminismo è cosa buona e giusta. Certo, gli anni passati a sentire cose tipo “Sei brava per essere una ragazza” “Sai cos’è cacciavite a stella?”, “Se esci con quella gonna non lamentarti se poi ti violentano” non sono serviti a niente, c’era bisogno che arrivasse lui a spiegarci cos’è il femminismo e perché ne abbiamo bisogno.
Allo stesso modo, il femminismo non ha bisogno che ci sia un uomo (sia anche Karl Lagerfeld) a legittimarlo o a dargli spazio: grazie tante, ma lo spazio e la legittimazione ce lo guadagniamo da sol*, con o senza il vostro permesso.
Non fraintendetemi: mi fa molto piacere che sempre più uomini si dichiarino femministi e si schierino contro le discriminazioni di genere. Ma che sia un uomo a farsi portavoce del messaggio femminista non è solo un controsenso, è proprio mandare all’aria il senso stesso del femminismo. Soprattutto se la spiegazione lascia – e molto – a desiderare.

L’oversimplification
Gli slogan sui cartelloni, spesso approssimativi se non inaccurati o addirittura delle palesi prese in giro (vedi “Boys should get pregnant too” o “Feministe mais féminine, più sotto) riducono il femminismo a una macchietta, al tipo di battute esternate da chi non ne ha capito niente o, peggio, vuol prendersene gioco. Sparare quattro slogan, sbandierare un cartellone con su scritto “He for She” non significa essere femminista. Potrebbe esserlo – e, ripeto, potrebbe – solo se a seguire ci fossero un approfondimento, un qualche tipo di riflessione che porti a comprendere e successivamente, nel caso, ad identificarsi con il movimento femminista. Dubito che Lagerfeld provvederà a creare dei gruppi di discussione o diffondere materiale informativo su queer theory, gender studies e femminismo intersezionale, così come dubito che molti dei folgorati sulla via della front row si preoccuperanno di approfondire, di saperne di più, di capire. (Noi di Soft Revolution siamo qui per voi, e siamo ben liete di parlarne.)

home_chanel_2948_1024x507

Il “purché se ne parli”
Questo illuminato articolo di Rhiannon Lucy Cosslett ci dice che, se non altro, per lo meno adesso di femminismo si sta parlando (sempre a scomodare Oscar Wilde), e che questo potrebbe avvicinare più persone al femminismo. Come già detto, che di femminismo si parli e si discuta mi fa piacere, ma questo tono semplicistico è solo controproducente.

Il femminismo come moda
Nel caso ci fosse bisogno di dirlo: il femminismo non è una moda, come mode non sono tutte le lotte per i diritti civili che nei secoli ci hanno garantito libertà che forse oggi alcuni danno per scontate (e non dovremmo mai, mai, mai dare per scontati le conquiste ed i privilegi di cui godiamo). Farlo passare come tale significa sminuire non solo il movimento in sé, ma tutto quello che abbiamo ottenuto finora grazie ad esso, tutto ciò per cui stiamo lottando oggi e lotteremo in futuro. In altre parole, significa dare a chi detiene il potere (quello che li legittima a chiedere “Ma la vittima com’era vestita?”) la facoltà di dire cose come “L’aborto legalizzato e sicuro/ la contraccezione accessibile a tutt*/ il diritto ad essere credut* quando si denuncia una violenza sono solo mode passeggere. Passeranno, come sono passati di moda i capelli cotonati, i pantaloni a zampa e i Vengaboys”. Mi auguro che il fatto che diritti umani e capelli cotonati non stiano sullo stesso piano ci trovi tutt* d’accordo.

La neanche tanto vaga sensazione di essere pres* in giro
Feministe mais féminine
. Femminista MA femminile, disgiuntivo. Come a dire, guardate, si può essere entrambe le cose! Si può essere femministe senza rinunciare ai tacchi alti, al trucco, a gambe e ascelle depilate. Anni e anni a cercare di abbattere pregiudizi, ed eccoli lì di nuovo, favoloso complemento a una costosa borsetta firmata.
Inoltre, a rappresentare questo fantomatico femminismo signé Chanel non c’era una, dico una sola persona sulla passerella che non fosse pienamente conforme al canone estetico imperante. Dov’erano le modelle dai fisici che la moda non ritiene perfetti? Dov’erano i corpi troppo bassi, troppo magri, troppo grassi, troppo vecchi? Dov’erano le modelle non bianche? Dov’erano coloro che si identificano come donne anche se il loro aspetto fisico non corrisponde alla loro identità di genere? Erano a strapparsi i capelli o ad una sfilata davvero femminista, ecco dove.

chanel
Qualcuno sicuramente penserà, ma come? Sempre a dire che femminismo non si parla mai abbastanza, e per una volta che se ne parla, giù a criticare? Sinceramente: questa sfilata non ha voluto essere nessuna presa di posizione – semmai una presa per il culo, e di essere ridicolizzato il movimento femminista non ha alcun bisogno.
Che si cerchi di capitalizzare su questo, di raccogliere consensi proponendo una versione di femminismo totalmente distorta mi dà molto fastidio. E mi da ancora più fastidio che una tale operazione venga da una casa di moda la cui fondatrice è stata per certi versi una femminista ante litteram, che ha vissuto la sua vita come ha ritenuto meglio e ha liberato le donne da mode opprimenti che le costringevano in corsetti e gonnelloni.
Vogliamo davvero parlare di femminismo? Allora iniziamo a discutere di libertà e diritti che variano a seconda del genere, a parlare di disparità di trattamento o di stipendio, a spiegare la differenza fra sesso e genere, tanto per citare un paio di cose.

Quello che si è visto sfilare a Parigi non è femminismo. La sfilata di Chanel non è stata altro che pseudo-femminismo da quattro soldi, noccioline per intrattenere il pubblico e far parlare di sé. Certo, ne sto parlando anch’io: l’obiettivo è stato raggiunto! Precisamente. Checché ne dica Cosslett, quello di cui si sta parlando da giorni non è il femminismo, bensì la sfilata Chanel, una baracconata di cui fra poco non si ricorderà più nessuno, come più nessuno, o quasi, parla del supermercato di febbraio, o di qualsiasi cosa sia stata messa in piazza l’anno prima. E se per vendere un qualche vestito, a fare le spese è una lotta per l’uguaglianza in cui si identificano milioni di persone, del “purché se ne parli”, con tutto il rispetto per Oscar, ne faccio volentieri a meno. Non ci serve che arrivi il mondo della moda a sdoganarci e renderci presentabili: lo spazio e la legittimazione ce li guadagniamo nonostante – e non grazie – a pagliacciate come questa.


RELATED POST

  1. Elena

    2 ottobre

    Wow, stavolta non piangiamo come vitelli? Quando chi non ci garba capitalizza su una versione di femminismo totalmente distorta? http://www.softrevolutionzine.org/2014/lultima-parte-del-documentario-di-beyonce-e-online-e-noi-stiamo-piangendo-come-dei-vitelli/

  2. VIOLET

    2 ottobre

    Sarà pure una trovata superficiale fatta per attirare pubblicità, ma io l’ho apprezzata. Non è la prima volta che Lagerfeld usa le sue sfilate per mandare messaggi sociali: l’anno scorso ha portato in passerella due spose per dire sì ai matrimoni gay. Chanel è un brand che ha sempre proposto un’immagine di donna nuova, moderna, libera da costrizioni, una donna che lavora, fa sport e vita sociale (a differenza del modello di Dior che era quello della donna sposata e oziosa). Gli show del brand non sono “pagliacciate”, c’è sempre una storia, un concept sotto. La moda è anche cultura e può anche riflettere problemi della società (non so se hai visto tutta la sfilata ma c’erano anche modelle di colore e asiatiche, eh). Questo pezzo poi mi ha irritata particolarmente: “Feministe mais féminine. Femminista MA femminile, disgiuntivo. Come a dire, guardate, si può essere entrambe le cose! Si può essere femministe senza rinunciare ai tacchi alti, al trucco, a gambe e ascelle depilate. Anni e anni a cercare di abbattere pregiudizi, ed eccoli lì di nuovo, favoloso complemento a una costosa borsetta firmata.” Perché è così impossibile conciliare le due cose? Perché vestirsi “femminile” e mettere i tacchi deve essere necessariamente un’imposizione? Io amo questo stile e lo indosso perché mi piace eppure mi reputo comunque una femminista (e sono pure lesbica). Che poi, sempre se hai visto la sfilata, vengono proposti sia look “femminili” che più androgini e meno “convenzionali” (la donna di Chanel è sempre stata androgina e quasi “mascolina” proprio come Coco).

  3. Chiara

    2 ottobre

    @Violet: non so se te ne sei resa conto, ma la seconda parte del tuo commento ribadisce esattamente quel che io dico nel paragrafo che ti ha irritata. Visto che essere femministe *E* femminili è possibile, non mi va proprio giù l’uso del “ma”. Le congiunzioni sono importanti.
    Per quanto riguarda l’effettiva presenza di modelle non caucasiche: a parte che mi sembrano tanto token model messe lì per non essere tacciati di razzismo, questo non giustifica l’assenza di corpi non conformi al canone imperante, visto che di modelle curvy o anziane (per fare un esempio) non ce n’erano proprio.

  4. Paolo

    3 ottobre

    modelle curvy alle sfilate di karl lagerfeld non ne vedremo mai nè nelle sfilate normali nè in quelle con pretese socio-politiche credo, meglio rivolgersi ad altre/i stilisti/e
    sulle modelle non caucasiche: se non le fai sfilare non va bene, se le fai sfilare dicono che lo fai solo per pararti il sedere e risultare politically correct..mi sembra un vicolo cieco.
    Detto questo, il femminismo “pop” va benissimo (mi pare che l’operazione di Beyoncè sia riuscita da questo punto di vista eppure anche lei non è stata immune da critiche secondo me ingiuste) ma forse l’alta moda non è proprio il contesto migliore per affrontare certe temi di impegno civile

  5. Skywalker

    3 ottobre

    Strano perché Coco, vista e considerata la sua storia, può essere considerata una self made woman. La verità che brucia è che il femminismo proposto da SR è irrisolto: una sequela di elenchi di cose da non fare, modelli da non seguire per non seguire il canone imperante. Proposte concrete? Nessuna.
    Siamo tutti bravi a smontare pezzo pezzo un modello, ma a volerne proporre uno nuovo ce ne vuole.
    Per quanto riguarda la questione Beyonce-Chanel e il femminismo non ci vedo nulla di strano che brand e starlette si approprino di messaggi sociali. L’altro ieri Di Caprio ha parlato all’UN, e ci dimentichiamo della Bardot e i suoi diritti degli animali, Bono impegnato col cancella il debito? E tutte le campagne di Tocani per Benetton?

    Questa dell’articolo è una lettura parziale, fatta con i paraocchi, soprattutto perché non prende proprio in considerazione la questione “brand”. Si focalizza troppo sul femminismo (cioè la vostra versione di femminismo) senza guardare ad altro.

  6. Ilaria

    4 ottobre

    Mah, io più che preoccuparmi di sfilate di cui i comuni mortali non sapevano neanche l’esistenza mi preoccuperei di tutti i banner pubblicitari su questo sito, non so se ve ne siete accorte, se sia un gomblotto antifemminista o cosa, ma la maggior parte della pubblicità che infesta SR (spero almeno che ci guadagniate decentemente perché dà fastidio) è esattamente, direi didascalicamente l’opposto di tutto ciò che voi predicate. Immagino non ci possiate fare nulla, non dipende da voi, ma è davvero ironica questa cosa.
    Sono andata OT perché trovo questo post particolarmente assurdo.

  7. Paolo

    5 ottobre

    forse è proprio sta storia dei “modelli” che ha qualcosa che non quadra

  8. Chiara

    5 ottobre

    @Paolo: Da un punto di vista utopico mi piacerebbe molto che l’alta moda portasse in passerella corpi non canonici, ma mi rendo conto che, visto come vanno le cose, è molto difficile che la cosa prenda piede, almeno non nella moda mainstream (passami il termine). Allo stesso modo, non mi aspetto che la moda debba necessariamente commentare sulle tematiche sociali/ culturali. Se però si decide di mandare un messaggio femminista, cosa che apparentemente Lagerfeld intendeva fare, allora il messaggio deve essere in qualche modo femminista, e non uno sberleffo che smonta ciò per cui il femminismo si batte (vedi caso “Ladies first” o “Feministe mais Feminine).
    E per la cronaca: corpi curvi e disabled sono già apparsi in passerella anni fa. Queste sono due sfilate del sempre compianto Alexander McQueen http://detailsarenotthedetails.com/wp-content/uploads/2011/11/Picture-9.png e http://www.wornthrough.com/blog/wp-content/uploads/2011/06/MullinsRW.jpg

    @Ilaria: perché assurdo?

  9. ita

    6 ottobre

    @Ilaria: ADBLOCK. La vita smetterà di essere assurda, e tu di commentare a caso.

  10. Paolo

    7 ottobre

    Chiara, il punto è che Lagerfeld personalmente non si è mai interessato positivamente alla moda curvy perciò dico di non aspettarsi modelle curvy alle sue sfilate.
    poi sono d’accordo con te che l’iniziativa di Lagerfeld è stata maldestra se il suo intento era davvero femminista

  11. pixelrust

    8 ottobre

    Da uomo (che ha lavorato nella moda) trovo questo post assolutamente sensato.

    L’alta moda non nascerà certo per promuovere temi sociali, ma lo fa comunque – e i media che parlano di moda riportano questi “tentativi”.
    Stilisti, fornitori, media e pubblicità fanno sistema assieme, e analizzarli assieme come fatto qui è doveroso.

    Questo articolo mette bene in luce quanto siano limitati tentativi come quello di Lagerfeld (incluso il fatto di perseverare a usare modelle magrissime; il fatto di non avere mai fatto sfilare prima persone dal fisico più comune è parte del problema stesso, non è una giustificazione; giustamente, va sottolineato e criticato),
    e anche quanto siano acritici i media che ne parlano.

  12. uomodipaglia

    10 ottobre

    quante argomentazioni fallaci [*] nel commento di SKYWALKER.

    > La verità
    come se fosse SKYWALKER a detenere la Verità

    > che brucia
    come se l’autrice stesse piangendosi addosso

    > il femminismo proposto da SR è irrisolto
    come se fosse SKYWALKER a stabilire quando avremo raggiunto la soluzione

    > Proposte concrete? Nessuna
    come se fosse necessario farne, per avere il diritto di criticare
    l’esistente

    > Siamo tutti bravi a smontare pezzo pezzo un modello
    come se SKYWALKER avesse effettivamente smontato pezzo pezzo qualcosa

    > non ci vedo nulla di strano che brand e starlette si approprino di
    > messaggi sociali
    come se trovare “strano” un fenomeno fosse necessario per trovarlo
    discutibile

    > Questa dell’articolo è una lettura parziale, fatta con i paraocchi
    a me l’intero commento di SKYWALKER appare denigratorio e non
    costruttivo, nei toni e nei contenuti

    [*] http://it.wikipedia.org/wiki/Argomento_dell%27uomo_di_paglia
    http://it.wikipedia.org/wiki/Classificazione_delle_fallacie

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

By using this form you agree with the storage and handling of your data by this website.

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.