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Di donne e calcio, in tempo di Mondiali

Di donne e calcio, in tempo di Mondiali

di Nicole Siri

 

Durante i Mondiali di calcio, l’attenzione rivolta alle donne dai media mainstream è generalmente desolante.
Il web è pieno di esempi dell’umorismo più trito, che consiste di solito in battute sulle fidanzate che non capiscono niente di calcio e, con la loro presenza e le loro domande, sono una palla al piede per i ragazzi, che vorrebbero invece godersi la partita con gli amici.

Ecco un paio di esempi:
− L’inizio di questo video, pubblicato su La Repubblica.
− Questo articolo, intitolato “Le 20 insopportabili domande che ti fa una donna durante la partita della nazionale”, dove le donne vengono tra l’altro invitate a tornare al loro posto, cioè in cucina.

Quando l’attenzione alle donne non è “satirica”, i giornali pubblicano foto e articoli sulle tifose più belle, o sulle belle mogli e fidanzate dei calciatori.

L’elenco potrebbe diventare davvero lunghissimo, ma per citare solo due esempi, presi in maniera abbastanza casuale:
− “Che belle le tifose del gruppo B!”, dal sito della Gazzetta dello Sport.
− “Facce da mondiale: i tifosi più originali e le tifose più belle”, preso dal meno noto sito calciomercato.com, ma interessante per la disparità di genere ostentata nel titolo stesso.

Provate a cercare su Google “donne mondiali”: la tendenza emerge in maniera molto chiara. Per citare solo i primi tre risultati apparsi a me il 3 luglio:
– Mondiali 2014: le 20 più belle mogli e fidanzate dei calciatori.
– Brasile 2014: ecco le più sexy donne mondiali.
– Bellezze “mondiali”: ecco le 5 donne più belle “do Brasil”.
Il ruolo che i media conferiscono alle donne in questa manifestazione è quindi nella maggior parte dei casi quello di spettatrici – di solito incompetenti – delle prodezze maschili, che, al massimo, gareggiano tra loro per l’aspetto fisico. Certo è approssimativo generalizzare, ma sarebbe altrettanto disonesto negare la persistenza di questi stereotipi.

calcio femminile

Pochi sanno che è esistito un tempo in cui, invece, il ruolo delle donne nel mondo del calcio era radicalmente diverso: anni in cui il calcio femminile ha avuto un successo di pubblico maggiore del calcio maschile.

Inghilterra, 1857: nasce il calcio maschile moderno. Nel corso della seconda metà dell’Ottocento il gioco si sviluppa gradualmente fino ad assumere la fisionomia attuale e, tra la fine del secolo e l’inizio del Novecento, nascono timidamente le prime squadre femminili.
Scoppia la prima guerra mondiale. Gli uomini sono impegnati al fronte, l’occupazione femminile nelle fabbriche cresce notevolmente. In molte di queste si creano squadre di calcio femminile, dove giocano le operaie. Le partite sono di solito a scopo di beneficenza, i ricavati vengono devoluti a enti legati alla guerra, come ospedali dove sono ricoverati i soldati feriti.
Il fenomeno trova via via maggiori consensi di pubblico, e continua a crescere. Le squadre diventano sempre più forti. Finisce la guerra, ma il successo del calcio femminile non si ferma. Per dare un’idea dell’entità del fenomeno, le persone che a Liverpool il 26 dicembre 1920 assistono alla partita tra le Dick, Kerr’s Ladies (la squadra più forte del campionato femminile inglese) e le St Helen’s Ladies sono 53.000, mentre altre 14.000 restano fuori dallo stadio.

calcio femminile

A un successo così clamoroso segue la parte buia della storia. Il calcio femminile inizia ad essere percepito come una minaccia per quello maschile, perché capita che la domenica gli stadi dove si giocano le partite femminili siano più pieni di quelli in cui si giocano le partite maschili. Interviene la FA (cioè la Football Association, l’equivalente della nostra FIGC): con una famigerata risoluzione, il 5 dicembre 1921 le donne vengono bandite da tutti i campi di calcio affiliati alla FA. Sulla dichiarazione si legge che il calcio è un gioco “quite unsuitable for females”, e che per questo deve essere scoraggiato.
Le Dick, Kerr’s Ladies, che avevano già giocato partite internazionali contro squadre francesi, nel 1922 partono per giocare contro squadre canadesi e americane. In Canada viene loro vietato di giocare. In America glielo permettono, ma – scoprono sul momento – a patto che giochino contro squadre del campionato maschile. In nove partite contro uomini, le Dick Kerr’s Ladies ottengono tre vittorie, tre pareggi e tre sconfitte.
Di ritorno in Inghilterra, la situazione non cambia: il bando sarebbe durato cinquant’anni. Fino al 1971 le donne sarebbero state costrette a giocare soltanto su campi non affiliati alla FA, il che, chiaramente, significava infliggere un colpo durissimo allo sviluppo del calcio femminile.

calcio femminile

Oggi, nell’era del politically correct, la FIFA ha lanciato molte lodevoli iniziative nella direzione opposta, volte a favorire lo sviluppo del calcio femminile, come il FIFA Women’s Football Development Programme.

Il calcio femminile sta sicuramente facendo progressi, ma non si può negare che, mentre il calcio maschile è un fenomeno di massa, il calcio femminile resta uno sport per pochi appassionati. Alzi la mano chi ha mai visto una partita della nostra nazionale femminile.

So che la storia non si fa con i se e con i ma, ma non posso fare a meno di chiedermi come sarebbero oggi questi Mondiali in Brasile se le donne, nella nazione in cui il calcio moderno è nato, non fossero state bandite per cinquant’anni dai campi. Le attuali iniziative di promozione dall’alto sono sicuramente positive, ma personalmente resto convinta che un cambiamento vero non potrà avvenire che dal basso, e che sarà necessario che tra le ragazze rinasca un entusiasmo simile a quello di cent’anni fa, e che giocare a calcio smetta di essere considerata, per una ragazza, una scelta in qualche modo “marcata”, come invece accade oggi.

calcio femminile

Mi piacerebbe tanto che uno degli sport più giocati al mondo – e che, se giocato con eleganza e fair play, sa essere davvero bellissimo ed entusiasmante – fosse egualmente rappresentato tra i generi. Mi piacerebbe che il numero delle ragazze che si gode una partita settimanale con le amiche fosse pari a quello del numero dei ragazzi che lo fa: penso che sarebbe uno dei tanti piccoli modi per cambiare le cose.
Quindi, come recitava il grido delle Dick, Kerr’s Ladies:

So play up girls and do your best
For victory is our cry!


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  1. Elena

    10 luglio

    Perché il calcio femminile trovi spazio, bisogna dargli spazio. Nessuna menzione del fatto che negli Stati Uniti il calcio è tuttora prevalentemente uno sport femminile? O che il prossimo anno si terrà il campionato del mondo femminile, in Canada?

  2. Margherita B

    10 luglio

    “So play up girls and do your best for victory is our cry” è strepitoso! Me lo dipingerei sul muro

  3. Garnant

    10 luglio

    Secondo me al fondo di questo stereotipo italico (negli USA il calcio è uno sport prevalentemente femminile) c’è il fatto che la donna media italiana si interessa poco di sport in generale, sia praticato che tifato, fatto che si traduce in “si interessa poco di calcio”, visto che in Italia praticamente l’unico sport presto in considerazione dai media è quello.

    Il motivo per cui la donna media italiana si interessa poco di sport è riassumibile io credo in due punti:

    – la mamma che ti dice di non sudare perché non sta bene che una bambina sudi, sudare è da maschi

    – la scuola dell’obbligo che riduce lo sport a un’ora e mezza di pseudopallavolo tre volte al mese (quando hai le mestruzioni sei esentata) senza possibilità di fare la doccia dopo (da qui la chiara necessità dell’esenzione mestruale)

  4. NICOLE SIRI

    10 luglio

    Il fatto che negli Stati Uniti il calcio sia uno sport prevalentemente femminile, io non lo trovo molto consolante: infatti non è così perché secondo loro “il calcio femminile è più bello del calcio maschile”, ma piuttosto perché il calcio è in generale visto come uno sport di second’ordine rispetto ad altri – su tutti, il football (basta pensare che lo stereotipo del “figo” del liceo americano è il quarterback, o al successo che ha il Super Bowl). Quindi, il calcio diventa una cosa “da donne” (e “da immigrati”..): insomma, a me sembra comunque una storia di discriminazione.

    (e lo stereotipo non è purtroppo solo italiano, un esempio:
    http://www.sofoot.com/tu-sais-que-tu-regardes-un-match-avec-ta-copine-quand-185277.html )

  5. Garnant

    10 luglio

    Lo stereotipo italiano, mi pare, è che le donne non sanno niente di calcio, come spettatrici, quindi durante i Mondiali danno più che altro fastidio.

    Questo stereotipo negli USA non esiste per ovvi motivi, e mi pare che sia meno forte anche lo stereotipo della donna che non sa niente di sport, per esempio alle partite della major league io vedo tante donne nel pubblico. In effetti gli spectator sports sono un evento per famiglie negli USA e le ragazze vengono molto motivate a praticare sport a scuola. A tutt’oggi, se ci si interessa di traumi sportivi femminili (lo scheletro è diverso quindi i traumi sono diversi), i testi di riferimento sono nordamericani, perché altrove tendenzialmente le ragazze vengono disincentivate a fare sport e quindi c’è meno letteratura.

    Quello che trovo certamente discriminatorio è che nello stesso sport, la specialità femminile sia meno pagata, sponsorizzata e seguita di quella maschile. Nel tennis per esempio c’è un dibattito su questo. Nello stesso torneo del Grande Slam, le donne guadagnano meno degli uomini. D’altra parte giocano 2 set su 3 invece che 3 su 5 quindi gli incontri sono più brevi, e oggettivamente la velocità della palla è più lenta quindi il gioco è meno spettacolare. Insomma nello sport codificato non è solo una questione di più o meno “bello”, ci sono parametri per cui, alla fin fine, tanta gente preferisce guardare gli uomini, e questo secondo me è legittimo, pure io dopo tre ore di pattinaggio artistico femminile non vedo l’ora che inizi la gara maschile perchè fanno i quadrupli, il problema è che questo poi si traduce in una vera e propria discriminazione economica e mediatica per le atlete.

  6. Lidalgirl

    12 luglio

    Cresciuta con un padre per cui il calcio viene prima della sua fede cattolica (non scherzo: sulla Chiesa ha posizioni critiche, sulla Juventus no) e che ha giocato e poi allenato per decenni, era quasi inevitabile che mi appassionassi allo sport in maniera quasi viscerale (cosa che porta mia madre a chiamarmi maschio mancato, peraltro). Eppure, quello stesso padre mi rise in faccia tutte le volte che gli dissi che avrei voluto giocare a calcio, anziché andare a nuoto (odiavo il cloro, e l’apnea non fa per me) o a ginnastica artistica (per cui mi mancavano sia la grazia che la flessibilità). La cosa mi risultava ancora più frustrante perché me la cavavo piuttosto bene, quando ci giocavo nelle ore di educazione fisica a scuola. Ma no, era uno sport da maschi, le ragazze che giocano a calcio sono ridicole. Ancora adesso mi tocca sentirlo deridere la squadra femminile della società in cui è direttore sportivo. Sono scarse, eh, ma pure la prima squadra maschile che hanno è atroce.
    Inutile dire che secondo lui -ma non è il solo- una donna non va bene nemmeno come arbitro perché “non in grado di far fronte a certe situazioni e imporsi”.

    Notare che è lo stesso padre per cui io ho tutte le potenzialità per diventare qualsiasi cosa e fare le scarpe a tutti gli uomini, lavorativamente parlando. Posso emanciparmi in tutto, ma per quanto riguarda il calcio o spettatrice o nulla.

    Ricordo quando Carolina Morace divenne allenatrice di una squadra maschile in serie C. Fu osservata e tutti erano in attesa di passi falsi, finché non passò ad allenare la nazionale femminile e l’ordine naturale delle cose venne ripristinato. Trovai la cosa molto triste.

  7. laura a.

    14 luglio

    in parallelo, segnalo questa trattazione in immagini del tema in questione, interessante anche perché come spiega il testo perlopiù “bandita” dai cosiddetti “femminili”….
    http://blog.efremraimondi.it/woomens-football/

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