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Consigli filmici: Big Star – Nothing Can Hur...

Consigli filmici: Big Star – Nothing Can Hurt Me

I miei primi due incontri con i Big Star ebbero luogo a circa dieci anni di distanza l’uno dall’altro. Ero alle elementari quando sentii per la prima volta una delle loro canzoni più note, September Gurls. Essa mi giunse però nella versione della Bangles, da un disco appartenente alla collezione di mio padre.

big-star-third-sisters-loveI Big Star veri e propri li conobbi quando avevo iniziato da poco le scuole superiori. All’epoca frequentavo un negozio di dischi gestito da due persone che mi avevano presa in simpatia e che spesso mi consigliavano album di valore e dedicavano del tempo alla mia erudizione musicale. Third/Sister Lovers (1978) entrò nella mia vita un sabato pomeriggio di primavera, durante il quale ero passata in negozio. La copia del disco tutt’ora in mio possesso non era esposta su uno scaffale, ma fu estratta da un mobile posto dietro la cassa e consegnatami con un disclaimer enorme e verissimo che diceva più o meno “questo è un album senza tempo in cui troverai tutto”.

Qualche giorno fa ho avuto finalmente occasione di vedere l’unico documentario dedicato alla band, Big Star: Nothing Can Hurt Me (2012, Drew DeNicola e Olivia Mori). In seguito, mi sono trovata a pensare che i miei primi incontri con con i Big Star suonavano tutt’altro che romantici, a differenza di come ero stata solita descriverli fino a quel momento. Indicativi e condivisi, forse, perché per anni il gruppo di Memphis era stato parte della mia memoria sonora, senza che l’avessi mai sentito nominare e, in un secondo momento, perché Third/Sister Lovers mi giunse da un mobile chiuso a chiave, grazie ad un legame d’amicizia basato sulla passione per la musica.

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Big Star: Nothing Can Hurt Me racconta la genesi del gruppo di Chris Bell, Alex Chilton, Jody Stephens e Andy Hummel, le loro plurime disgrazie discografiche (dall’esordio su Ardent Records al fallimento di STAX), i conflitti interni, e soprattutto i retroscena di tre dei migliori dischi pop che ci siano mai giunti. Si tratta di un documentario dominato da un linguaggio emozionale e al contempo tecnico, il cui filo rosso sono i contributi di musicisti e giornalisti che s’immergono nel racconto del loro rapporto diretto ed indiretto con la band. Spiccano così le narrazioni sui primi ascolti di #1 Record (1972) e Radio City (1974), le fulminazioni e i punti di non ritorno.

Da quando ho iniziato a considerarmi una fan dei Big Star, ho sempre avuto l’impressione che il loro culto fosse in qualche modo diverso da tutti gli altri che avevo osservato. Pareva quasi che molti dei miei musicisti preferiti, per quanto diversissimi tra di loro, trovassero nei Big Star un punto di convergenza (in alcuni casi celebrato con una cover). Non si trattava di una forma di devozione nei confronti di una scena, di un genere o di un’epoca, ma di un qualcosa di molto più specifico e ricercato, personale, indissolubilmente legato all’isolamento e alle sfortune discografiche della band, così come al suo riconoscibilissimo marchio sonoro.
Se da un lato, all’interno del documentario, ci viene mostrato Mike Mills dei R.E.M. intento a spiegare che per lui i Big Star sono sempre stati il vero benchmark in ambito pop, dall’altro c’è chi osserva che la tragica eccezionalità della loro discografia, che anticipò di vent’anni i punti cardine dell’indie rock intimista che tanto amiamo, li condannò anche a finire per molto tempo nel dimenticatoio. Fu appunto solo nel corso degli anni ’90, anche grazie alla reunion della band e ad alcune ristampe, che si cominciò davvero a parlare dei Big Star e a riconoscerne i meriti.

Big Star: Nothing Can Hurt Me racconta tutto ciò, ma approfondisce anche i percorsi di vita dei singoli membri della band, dando particolare spazio alla figura di Chris Bell, fondatore del gruppo, morto in un incidente stradale nel 1978, spesso oscurato dal carisma di Alex Chilton.


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