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Beyoncé. Fenomenologia di una soft femminista

Beyoncé. Fenomenologia di una soft femminista

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Maria Shriver, a cinquantanove anni, può dirsi soddisfatta. È riuscita a fare tre cose meravigliose nella sua vita: sposare e divorziare da Arnold Schwarzenegger e far scrivere a Beyoncé un saggio sulla parità di genere.

La giornalista si è svegliata nella sua casetta nel sobborgo posh di Brentwood, a Los Angeles, urlando ‘eureka!’, o qualcosa di molto simile, dato che è improbabile che conosca il perfetto del verbo eurisko.

Beyoncé accetta di scrivere per lei una cartella di computer intitolata Gender equality is a myth! A cui allega una foto di lei col capello piastrato platinato,  jeans bianchi fascianti e canotta coatta del progetto Let’s move. È una ben riuscita operazione di marketing. Da oggi in poi Mrs. Knowles-Carter può spuntare una delle caselle della to-do-list della donna affermata in tutti i campi professionali. Scrivere un saggio? Fatto.

Quello che incuriosisce è: com’è successo che Beyoncé sia diventata un’icona femminista? Da quando?

Andiamo per tappe.

 

Independent Women

Era il 2000. Beyoncé era ancora con le beneamate Destiny’s Child, aveva i capelli gialli e il caschetto di Kelly Rowland era socialmente accettato. La canzone è colonna sonora di Charlie’s Angels e recita:  the shoes on my feet, I’ve bought it, The clothes I’m wearing, I’ve bought it, The rock I’m rockin’, ‘cause I depend on me.

Nel testo c’è l’esatta dichiarazione di intenti del modo in cui Queen B ha affrontato la sua carriera: I worked hard and sacrificed to get what I get. Ladies, it ain’t easy bein’ independent. Questa frase suona come un mantra americano-calvinista, che evidentemente la booty Queen si è ripetuta tutti i giorni da vent’anni a questa parte.

 

Bootylicious

Era il 2001. Un gruppo di ragazzette belle cariche va in discoteca a rimorchiare. Sì, a rimorchiare, non a farsi rimorchiare. Read my lips carefully if you like what you see. Move, groove, prove you can hang with me. By the looks I got you shook up and scared of me. Hook up your seatbelt, it’s time for takeoff.

 

– Single Ladies

Era il 2008. Sono già passati sei anni. La scena è più o meno la stessa che in Bootylicious: ragazze in discoteca. Il tempo però è passato, e la tipa ha avuto una delusione amorosa. Non è esattamente la canzone più femminista del repertorio, ma la inseriamo nelle tappe di costruzione dell’identità femminista di Beyoncé in quanto canzone scritta da una donna per delle donne. E poi il video è fichissimo.

 

– Who run the world? (Girls)

Ci siamo. Era il 2011 e la svolta è attuata. Con questa canzone Beyoncé si impone sculettando come icona per il female empowerment. Il titolo dice già tutto.

 

Beyoncé è uscita allo scoperto con le sue idee perché, diciamocelo, adesso può dire e fare più o meno qualsiasi cosa voglia. È lei stessa che afferma nella quinta parte del documentario che accompagna il nuovo visual album, intitolata Honesty:

“I’ve done so many things in my life, in my career, that at this point I feel like I’ve earned the right to be me and to express any and every side of my self”.

Il femminismo di Beyoncé non è altro che uno dei lati della sua personalità, insieme a quello di gattona sexy e mamma fashion. Di certo non è un femminismo di grande levatura intellettuale, lo sappiamo questo. Non c’è niente di innovativo nella pagina del rapporto Shriver, ma a chi non ha mai letto Luce Irigaray, può sembrare qualcosa di straordinario.
La parità di genere sarà un mito finché non coopereremo tutti, “women and men both”. Dobbiamo chiedere agli uomini di riconoscerci per quello che valiamo e non per il nostro genere. Noi da parte nostra,

“we have to teach our boys the rules of equality and respect, so that they grow up, gender equality becomes a natural way of life”.

Quello che leggiamo è un misto di pathos e capitalismo, con una spolverata di morale tradizionale e una grattugiata di femminismo basico.

Di certo non è il miglior saggio che io abbia mai letto in vita mia, ma c’è un motivo per cui sono felice che sia stato pubblicato. È che da qualche giorno si leggono ovunque, sulla stampa online o cartacea di qualsiasi paese, le parole ‘gender’ e ‘feminism’. Vi sembra poco?

Beyoncé sta dicendo che si può essere glamour e femministe, e non lo sta dicendo solo a chi lo sa già, lo sta dicendo anche a chi pensa che le femministe incendino i reggiseni. Per questo e per i suoi perizomi luccicanti, noi amiamo e rendiamo grazie a Beyoncé.


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  1. Beppe

    16 Gennaio

    Bellissimo articolo!!

  2. Laila Al Habash

    17 Gennaio

    Lunghi minuti di applausi!

  3. Giorgia

    1 Febbraio

    Non citare l’agghiacciante testo delle DC “Cater 2 u” mi pare come tralasciare l’altra faccia della medaglia!

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