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Di consapevolezza morirai: Barbablù e la chiave in...

Di consapevolezza morirai: Barbablù e la chiave insanguinata

Riassunto della fiaba di Barbablù, qualora i vostri genitori l’abbiano relegata tra le storie adults only. E forse ne avevano ben donde.

Un uomo burbero e dalla lunga barba color indaco cerca moglie. Di tre sorelle, due lo rifiutano per via del suo aspetto fisico, mentre la terza, blandita con promesse di ricchezza e benessere, supera l’iniziale diffidenza, lo sposa e diviene padrona della sua magnifica residenza.
Accingendosi a partire per un viaggio, il marito le lascia un enorme mazzo di chiavi, la esorta a godere appieno delle bellezze disseminate in tutta la casa, di cui lei è padrona e regina, ma le vieta esplicitamente di usare la più piccola di esse. Come nei più classici casi di “curiosity killed the cat”, la giovane moglie non vede l’ora che lui si tolga dai piedi per convocare le sorelle e setacciare insieme ad esse il castello alla ricerca della serratura proibita. Aperta la quale troverà un mattatoio di giovani corpi femminili decapitati: sono le precedenti mogli di Barbablù, anch’esse colpevoli di ribellione a un suo divieto e pertanto da lui brutalmente assassinate.
Le tre sorelle richiudono la porta inorridite ma in quel momento la piccola chiave inizia a grondare sangue e non c’è verso di farla smettere. Al suo ritorno, Barbablù comprende immediatamente l’accaduto e si prepara a uccidere la giovane moglie disubbidiente. Ella riesce a ritardare il momento con la scusa di un’ultima preghiera: dedicherà quei minuti a invocare telepaticamente la venuta dei suoi fratelli, che risponderanno a questo appello parapsicologico e arriveranno giusto in tempo a salvare lei e le sue sorelle. Ma soprattutto imporranno a Barbablù una cruenta (e direi meritatissima) morte.*

Illustrazione di Flavia Sorrentino

Illustrazione di Flavia Sorrentino

La prima volta che ho letto questa storia avevo forse sette anni e ricordo di avere provato un forte senso di perplessità. La maggior parte delle fiabe europee di epoca romantica sono ricche di elementi splatter. Non risparmiano i genitori naturali (poverissimi, che quindi disperdono i figlioli nel bosco), le madri acquisite (invidiose, schiavizzano le figliastre troppo carine), gli anziani (spietati, ingrassano gli orfanelli per mangiarseli vivi), né i bambini (astuti, cuociono vive le vecchie nel forno a legna). Quasi nessuna fiaba, però, demonizza i mariti. Al massimo, li dipingono come dei tontoloni che si risposano con delle megere assetate di denaro e ci mettono un po’ (tipo vent’anni) a risvegliare la sposa promessa. Ma non come assassini seriali.

Solo molti anni dopo ho letto l’interpretazione che Clarissa Pinkola Estès ne offre in Donne che corrono coi lupi. L’autrice vi vede la parabola evolutiva di una giovane donna che riscopre l’importanza dell’istinto e si ribella ad un uomo che la vuole tenere nell’ignoranza. Inizialmente, infatti, ella ha delle riserve nei confronti di Barbablù: il suo aspetto bizzarro, i suoi modi burberi non erano certo ciò che lei desiderava per sé. Eppure, abbagliata dalla promessa effimera del benessere, ignora e censura le proprie voci interiori. Come dice l’autrice, arriva a pensare che “quella barba non è poi così tanto blu” e lo sposa. Una volta diventata legittima padrona del castello, potrebbe ritenersi soddisfatta. Ma basta un divieto immotivato perché il suo istinto e la sua voglia di sapere si ripresentino prepotenti, spingendola a scoprire cosa si nasconde dietro il segreto della porta. Una volta capito con che razza di uomo nero sia finita, non è più possibile fingere di non sapere e tornare ad azzittire il suo istinto di conoscenza. E se per caso volesse farlo, c’è la chiave insanguinata a impedirglielo e a denunciare la sua disubbidienza. Una disubbidienza nata come un capriccio e trasformatasi in una mortale consapevolezza.

La giovane protagonista, artefice inizialmente della propria rovina, riesce però ad attuare la sua salvezza, ricorrendo a quel potere intuitivo che aveva disdegnato originariamente. Dalla fiaba è evidente che i fratelli – rappresentanti di una virilità positiva, e in senso lato della famiglia e degli affetti sani e incrollabili – non vengono convocati, ma più precisamente evocati grazie a quella capacità di comunicare spiritualmente che per Clarissa Pinkola Estès rappresenta una cifra distintiva della femminilità.

Nell’eroina di Barbablù rivivono tutte le ragazze la cui capacità di decidere e fidarsi delle proprie sensazioni è stata in qualche modo menomata. La ragazza pre-femminista, sottomessa all’autorità maschile (dapprima paterna e poi coniugale) che l’ha tenuta nell’ignoranza e prendeva decisioni al suo posto, lasciandola incapace di riconoscere il marcio annidato in istituzioni sacre come la famiglia d’origine o quella di destinazione. O quella più contemporanea, spregiudicata e incurante del pericolo, ma la cui serenità di giudizio continua a mostrare le stesse falle di sua madre e sua nonna; ragazze che forse non finiscono con un marito padrone, ma per le quali la coppia si avvelena di competizione e autolesionismo.

In lei mi rivedo persino io, tutte le volte in cui interrotto un rapporto d’amore perché si erano concretizzati dei sospetti negativi che covavo fin dagli albori, ma che avevo deciso di ignorare perché obnubilata dalla passione o allettata da altre promesse. Ma più spesso perché, semplicemente, mi piace pensarmi temeraria e priva di pregiudizi: credetemi, è sorprendente il senso di vergogna che un’educazione di stampo progressista può avere su una giovane donna.

Andando totalmente controcorrente, Clarissa Pinkola Estès ci dice che è accettabile (se non talvolta preferibile) essere ombrose, impaurite. Che un eccesso di razionalità, o di buona educazione può essere letale. È accettabile non saper dare un nome alla propria diffidenza, dinanzi a personalità prevaricanti, e, una volta finite in relazioni che sembrano cul-de-sac, ribellarsi e venirne “creativamente” a capo. È possibile diventare come l’eroina di Barbablù: padrona di sé, salvatrice delle sorelle di sangue e vendicatrice delle altre sorelle, quelle finite in una pozza di sangue.

* Esistono diverse versioni della favola di Barbablù. La francese e la tedesca sono le più note. Quella riportata qui è quella analizzata da Clarissa Pinkola Estès nel libro: una versione antica che mescola la francese alla slava e si avvicina molto a quella che le raccontò sua zia Katie, che viveva in Ungheria.


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  1. Caterina

    13 novembre

    Bellissimo articolo, grazie.
    E “donne che corrono con i lupi” <3

  2. elettra

    13 novembre

    “Donne che corrono coi lupi” è stato il prezioso consiglio della mia professoressa di Psichiatria all’Università, che ha rubato gli ultimi due minuti di lezione a dirci come ci avrebbe cambiato per sempre il modo di vedere noi stesse, e come ci sarebbe stato di conforto nei momenti più bui, come era stato per lei, e per questo non posso far altro che esserle grata. Anni dopo l’ho regalato ad un’amica in una brutta situazione sentimentale, come un seme da tenere lì…
    Sono contentissima che ne abbiate parlato anche voi!

  3. Virginia

    17 novembre

    Grazie per questo articolo bellissimo e direi quasi illuminante. Ho comprato “Donne che corrono coi lupi” mesi fa, per ora giace nella pila di libri che aspettano solo il momento giusto per essere letti. Questo articolo aggiunto al periodo difficile che sto vivendo mi hanno fatto capire che è il momento giusto per aprirlo.
    Continuate così!

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