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Avere (figli a) vent’anni

Illustrazione di Rita Petruccioli

Illustrazione di Rita Petruccioli

Quand’è stata la prima volta che ho seriamente pensato al fatto di diventare madre? Se la memoria non m’inganna, al liceo.
La mia vita sentimentale allora era pressoché un disastro. Ciò non mi aveva impedito però di formulare il seguente pensiero:

Quando avrò 27 anni farò un figlio.

Potrebbe sembrare un’esternazione esagerata per una sedicenne, perciò accludo come giustificazione il fatto che all’epoca si faceva un gran parlare del Club 27; io ascoltavo i Nirvana e molti mi ammonivano circa “la fine di Cobain”. Ero abbastanza triste e taciturna in quel periodo, ma non avevo intenzione di spararmi un colpo in testa una volta raggiunta “l’età critica”. Per sfatare il mito, mi dicevo che avrei messo un +1 al mondo, piuttosto che il contrario. Volevo fare l’anticonformista, ma ero solo molto naïf. Non avevo idea di cosa fosse la pianificazione familiare.

Quest’anno compio 26 anni, e a fare figli ci ho pensato davvero. Tuttavia la consapevolezza di avere una relazione sentimentale stabile e un buon grado di salute non basta a calmare i miei nervi. È perché sento battere l’orologio biologico che mi sento così stressata? No. So bene che la realtà genitoriale non è più una chimera lontana, ora ci sono anche i reali presupposti perché si realizzi (!), a gelarmi è la Ragione. Lei mi dà da pensare.
Se da una parte mi capita di lusingarmi fantasticando di avere una casa mia, un anello al dito e dei figli con la persona che amo, poi la realtà mi riporta coi piedi per terra con la dolcezza di una secchiata d’acqua gelida in faccia.

In passato la mia sarebbe stata considerata l’età ottimale per iniziare una discendenza. Mia madre (classe 1961) a quest’età aveva già un figlio di 2 anni. Mia nonna materna (classe 1933) aveva appena avuto il primo figlio (e in seguito avrebbe continuato sulla buona strada, dandone alla luce altri otto).

Mi è perfettamente chiaro che l’anno prossimo non sarò in grado di avere un figlio. O per meglio dire, sarei in grado (fisicamente) di averlo, ma non di mantenerlo. Mi spiace tradire le speranze della giovane Valeria del liceo, ma ora non ho alcun contratto di lavoro e vivo in affitto (permettendomelo a stento). Grazie a dio ho dei genitori che mi incitano a non abbandonare le mie aspirazioni in campo editoriale, ma tentare di portare a casa uno stipendio decente in questo settore non è semplice. Quando sento parlare di “Generazione Mille Euro” non so se ridere sguaiatamente o piangere: pur lavorando in media 35 ore a settimana, senza contare le fiere, chi li ha mai visti tutti quei soldi? La mia esperienza da stagista è stata fruttuosa dal punto di vista delle soddisfazioni personali, ma di certo ha languito sul versante compensi. Dei miei compagni di classe del Master post laurea, solamente uno ha trovato un lavoro fisso, con retribuzione dignitosa; gli altri stentano, come me. Sono felice per questo mio amico, che d’altra parte si era arrabattato tra mille lavoretti per anni, ora ha superato i trenta e se non “fosse andata”, questa volta, si sarebbe trovato davvero in difficoltà.

Mi è perfettamente chiaro che l’anno prossimo non sarò in grado di avere un figlio perché il mio ragazzo ha una situazione lavorativa precaria quanto la mia e come se non bastasse vive in un’altra città, a 340 km di distanza. Le nostre aspirazioni professionali ci tengono separati, di certo se potessimo eviteremmo volentieri i treni ogni altro weekend, skype e le telefonate giornaliere (che alla lunga friggono il cervello, dannati telefoni! Scherzo, vi amo telefoni, mi servite) lo faremmo.

Mi è perfettamente chiaro che l’anno prossimo non sarò in grado di avere un figlio perché vorrei inseguire le mie aspirazioni, prima. Vorrei prendermi delle soddisfazioni sul lavoro, smettere di essere “la stagista di” e diventare “la responsabile”, la “caporedattrice”. Partecipare alle fiere senza aver bisogno di esibire il pass per farmi riconoscere. Proporre idee e sapere come far loro prendere vita. Purtroppo o per fortuna per avere tutto questo devo far passare del tempo, lavorare (e imparare il lavoro) per degli anni, rompere qualche glass ceiling. Questo per essere sicura di non restare con un pugno di mosche in mano appena passato il periodo “maternità”.

Mi è perfettamente chiaro che l’anno prossimo non sarò in grado di avere un figlio perché prima di averlo vorrei potermene occupare senza sfruttare terzi. I miei genitori mi vogliono bene, i genitori del mio ragazzo anche, ma non vorrei mai affidare a loro (perché devo lavorare) quello che a tutti gli effetti è un impegno quotidiano, dispendio di energia e liquidi corporei incontrollati (almeno fino a che il pargolo compie tre anni: ovvero prima di tirare il fiato conta fino a 1096 giorni e aspetta 26304 lunghe ore). Se la mia vita deve cambiare, non deve per forza cambiare anche la loro. Per questo ho bisogno di aspettare che anche il mio ragazzo raggiunga un equilibrio sul lavoro. Nel momento in cui saremo pronti entrambi, lavorativamente oltre che psicologicamente, allora forse potremo fare sul serio. Anche qui, tuttavia, l’unica cosa che sembra servire è il tempo e la pazienza di raggiungere certi risultati.

Talvolta penso alle mie coetanee, a come se la passano loro. Cerco di capire se il mio è un futile lamento o se ci troviamo sulla stessa barca in molte. Mi viene in mente una ex compagna di classe: sposata, ha un lavoro, come suo marito, e vive in un bell’appartamento. Sono felici e hanno avuto una figlia bellissima la scorsa estate. Non conosco nessun’altra che abbia messo su famiglia [1].

Considerandola come un’eccezione, non mi sembra sciocco pensare che tutta la rimanente mia generazione sia costretta dalle sue aspirazioni e dalle circostanze (chiamala Crisi, chiamala Riforma del lavoro che nessuno vuole fare) a posticipare i suoi sogni o nel peggiore dei casi a rinunciare a qualcosa per non trovarsi poi ad aver rinunciato a tutto. Lavoro per famiglia, famiglia per lavoro; lavoro per amore, amore per lavoro.

Finora ho usato il condizionale, ma ora preferisco il presente: non voglio rinunciare a nulla.

L’anno scorso Hillary Clinton ha aperto un account Twitter e nella descrizione personale ha scrittto:

moglie, madre, avvocato, attivista per le donne e i bambini, first lady dell’Arkansas, first lady degli Stati Uniti, senatore, segretario di Stato, scrittrice, proprietaria di cane, patita di tailleur, apripista per le donne e altro ancora da definire

Come non invidiarle almeno la metà di questi traguardi? Per ora, nemmeno i tailleur mi appartengono. Ma Hillary Rodham è nata nel 1947 e di tempi duri ne ha dovuti affrontare anche lei (compreso un marito fedifrago, che io spererei di evitarmi).
“Se ce l’ha fatta lei, perché io no?” Forse dovrei iniziare a farmi più spesso questa domanda e spronarmi con questo mantra, piuttosto di ripetere di continuo il rassegnato “Eh, ma allora vaffanculo”.

[1] Almeno, in Italia. Discorso a parte meriterebbe la mia amica parigina, sposatasi nel 2012 e di recente diventata madre, ora migrata in Asia col marito in carriera.


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  1. Francesca

    20 gennaio

    Condivido e capisco, anche se di anni ne ho 19 e dal liceo sono uscita da poco. Per molti è addirittura strano pensarci a quest’età, ma tutto sommato mi sembra una cosa normale: non penso certo di volere dei figli adesso, ma parte delle mie preoccupazioni per il futuro lavorativo che mi aspetta dopo una laurea umanistica risiede anche nel desiderio di avere, un giorno, possibilità di scelta. Quando un’eventuale famiglia sarà avviata e arriverà il desiderio di mettere su famiglia, che probabilmente resterà tale causa instabilità economica.
    Il fatto che in tante abbiamo questa preoccupazione mi fa salire ancora di più ‘amaro in bocca rispetto a quella credenza generale che la nostra generazione non voglia bambini e sia una sorta di massa di assassini che si preoccupano solo di poter abortire. Chi glie lo spiega che se ne avessimo la possibilità i bambini li faremmo volentieri.

  2. Camilla

    20 gennaio

    Cara Valeria,
    lascia che mi presenti brevemente. Ho 27 anni, lavoro part time in un ufficio e prendo la paga minima, sono rappresentante nella mia città di una nota ONG, confeziono vestiti come hobby e l’altro giorno ho inaugurato la mia prima mostra di fotografia (diventare fotografa a tempo pieno è il mio sogno).
    Ho un marito laureato che lavora in un supermercato e anche lui prende il minimo, e prima che diventasse mio marito vivevamo a 4000 km di distanza (ci vedevamo 2 volta all’anno).
    Ah, abbiamo una figlia di quasi 4 anni. E sono la rappresentante di classe nel suo asilo.
    Parte del crescere comprende il capire che non si può volere tutto, le rinunce sono diretta conseguenza delle scelte che fai. Sappi che quando si mette al mondo un figlio, la prima cosa che ti si scaraventa davanti è proprio la rinuncia alla vita che facevi prima. Se non sei disposta a rinunciare pensaci bene prima di dire di volere un figlio.
    Non faccio il lavoro che vorrei, ma essere mamma non mi impedisce di continuare a lottare per inseguire i miei sogni.
    Un’ultima cosa: se sei in grado di sfamare te stessa con i soldi che prendi (e di avere un telefonino, ecc ecc) allora dovresti essere capace anche di mantenere un figlio. Dipende sempre da che cosa scelgi essere più importante.
    Con affetto,
    Camilla

  3. Minerva84

    20 gennaio

    Che dire…condivido in tutto. Io credo che la nostra generazione sia oggettivamente svantaggiata. Attenzione, non siamo martiri della causa, sfigatelle però si. La Clinton appartiene alla generazione di mia madre, una generazione che si è fatta “il culo” per riuscire, ma che ancora poteva credere nell’equazione “Sacrificio: risultato”. Si è trattao anche per loro di scelte, di percorsi a volte difficili, ma credo che la differenza risieda nella prospettiva. Mia madre ha fatto molti sacrifici per pagare il mutuo. Mutuo che però poteva fare avendo fin da dopo la laurea un lavoro fisso. Non un lavoro tutto rose e fiori, ma attinente al suo percorso formativo e alle sue aspirazioni. Probabilmente ha rallentato nella carriera per avere dei figli. Ok. E’ stata una scelta, ma la “carriera” volendo c’era. Io la vedo in modo più pessimistico (non dico giusto o sbagliato), perché guardo a chi (alla soglia dei 30) ha fatto la scelta di metter su famiglia. O sono persone “ricche” di famiglia che vivono grazie ad un consistente aiuto famigliare o uno dei due ha rinunciato alle sue aspettative ed ambizioni personali. E’ brutto da dire, ma non vedo intorno a me altri esempi. E anche chi ha rinunciato vive spesso nella costante angoscia della crisi, perché se solo uno dei due lavora (o ha un lavoro vero) è un attimo finire in bolletta. Certo nella vita ci vuole coraggio e ci vogliono “le ovaie”, ma mi capita spesso di pensare se sia coraggio o scriteriaggine quella che guida alcune scelte. E questo rimarcando sempre che, quando si tratta di famiglia e figli, ogni scelta va rispettata.

  4. Giu-IXL

    20 gennaio

    Mi è stato consigliato questo articolo perché ho quasi 25 anni e faccio l’errore di dire apertamente che sia io che il mio ragazzo vorremmo presto un figlio.
    Sono d’accordo con Camilla quando dice che si cresce facendo delle rinunce e vorrei aggiungere che è vero che la realizzazione personale passa dalla carriera e dal tempo che si è disposti ad aspettare per ottenere quello che si vuole, ma é anche vero che nel frattempo la vita ci passa accanto.
    Non credo che avere un figlio a 35 anni sia la stessa cosa che averlo a 25, cosi’ come non credo che riusciremo tutti ad avere idee cosi’ brillanti da “riuscire ad entrare in fiera senza il pass”.
    Sono convinta anche io che la nostra generazione abbia meno opportunità di quelle che ci hanno precedute ma credo anche che abbia un egocentrismo e delle aspettative dalla vita che non hanno precedenti.
    Non rinuncerei ad avere tutto dalla vita, ma invertirei i termini; volendo prima la felicità e poi la realizzazione personale.
    Sono convinta che avere un figlio non sia mettere un punto alla vita e diversi esempi che ho intorno me lo confermano quotidianamente.
    Grazie per aver lanciato il dibattito.
    In bocca al lupo Valeria
    PS. scusate gli accenti ad apostrofo, colpa della tastiera francese

  5. ta

    20 gennaio

    “Finora ho usato il condizionale, ma ora preferisco il presente: non voglio rinunciare a nulla”

    E su questa ti butto le braccia al collo e tiro fuori prima il fazzoletto e poi lo striscione VOGLIO TUTTO.

    Plausi e vicinanza.

  6. caterina Bonetti

    20 gennaio

    Concordo. Avere un figlio a 25 o a 35 non è assolutamente la stessa cosa e (a mio parere, ma ripeto parere) sarebbe meglio non fare i figli troppo tardi. Per questo mi dispaccio dell’attuale situazione della nostra generazione. Perché se è vero che alcuni possono avere aspettative troppo alte, altri ne hanno di lecite e banali che pero non possono veder realizzata secondo i tempi di vita. Chiedere un lavoro decoroso e pagato onestamente per il quale Ci si è formati, la possibilità di avere una casa propria e di poterla mantenere, la possibilità di fare un figlio prima degli “anta” e di potergli quantomeno dare le nostre stesse opportunità di studio d formazione è la base. Poi alcuni pretendono la villa al mare e la macchina di lusso non discuto, ma qui spesso si parla delle basi. Quando dico realizzazione prima di fare figli parlo della “non frustrazione” non dell’Eccellenza. Perché il rischio di riversare sul figlio il disagio di un lavoro mal pagato e che co rende insofferenti, della dipendenza economica dai genitori per arrivare a fine mese etc. È alto.

  7. Anita

    20 gennaio

    Mi è piaciuto moltissimo questo post, l’ho trovato molto vero, sincero e anche maturo.
    E mi è dispiaciuto altrettanto leggere certi commenti, in particolare quello di Camilla.

    Se qualcuno mi chiedesse “Vuoi dei figli?” risponderei di sì senza esitare. Ovviamente questi futuri bimbi sono molto ipotetici, anche perchè un compagno non ce l’ho, ma capisco quello che vuole dire Valeria.

    Oltre a tutti i problemi, la crisi, ecc, c’è anche questo ostacolo da sorpassare: il fatto che sono poche le coetanee intorno a noi a rimanere incinte e che quando questo accade é spesso per caso e non è una cosa serenamente programmata (con qualche eccezione: su FB ho anche ex compagne di scuola o università diventate felicemente mamme, almeno a giudicare dalle foto che postano o da quello che scrivono).

    Ed è proprio questo che manca (o mancherebbe a me, se avessi a disposizione la necessaria controparte maschile): la serenità che potrei offrire a mio figlio delle cose solide, e la prima cosa che deve essere solida sono io, quindi se le mie ambizioni sono una cosa importante, devo prima essere sicura di averle raggiunte come mi aspettavo, o anche con qualche compromesso, basta che sia deciso da me e non dalla crisi o dall’aria che tira.

    Se tu, Camilla, hai trovato la tua soliditá, serenità, ecc e hai fatto pace con i compromessi: BRAVA!
    Ma mi pare miope negare che oggi sia difficile essere madri a 26 anni.
    Ed era questo, secondo me, l’intento dell’articolo e la tua esperienza é sí incoraggiante, ma il mondo in cui l’hai messa giù molto poco costruttivo e supponente, quando non sgradevole.

  8. Anita

    20 gennaio

    Mi è piaciuto moltissimo questo post, l’ho trovato molto vero, sincero e anche maturo.
    E mi è dispiaciuto altrettanto leggere certi commenti, in particolare quello di Camilla.

    Se qualcuno mi chiedesse “Vuoi dei figli?” risponderei di sì senza esitare. Ovviamente questi futuri bimbi sono molto ipotetici, anche perchè un compagno non ce l’ho, ma capisco quello che vuole dire Valeria.

    Oltre a tutti i problemi, la crisi, ecc, c’è anche questo ostacolo da sorpassare: il fatto che sono poche le coetanee intorno a noi a rimanere incinte e che quando questo accade é spesso per caso e non è una cosa serenamente programmata (con qualche eccezione: su FB ho anche ex compagne di scuola o università diventate felicemente mamme, almeno a giudicare dalle foto che postano o da quello che scrivono).

    Ed è proprio questo che manca (o mancherebbe a me, se avessi a disposizione la necessaria controparte maschile): la serenità che potrei offrire a mio figlio delle cose solide, e la prima cosa che deve essere solida sono io, quindi se le mie ambizioni sono una cosa importante, devo prima essere sicura di averle raggiunte come mi aspettavo, o anche con qualche compromesso, basta che sia deciso da me e non dalla crisi o dall’aria che tira.

    Se tu, Camilla, hai trovato la tua soliditá, serenità, ecc e hai fatto pace con i compromessi: BRAVA!
    Ma mi pare miope negare che oggi sia difficile essere madri a 26 anni.
    Ed era questo, secondo me, l’intento dell’articolo e la tua esperienza é sí incoraggiante, ma il mondo in cui l’hai messa giù molto poco costruttivo e supponente, quando non sgradevole.

  9. ilaria

    20 gennaio

    Da un lato è tutto vero quello che dici, dall’altro è più vero il fatto che i nostri genitori ci hanno messo al mondo giovani senza aspettare di essere a posto con la carriera e con il conto in banca. In sostanza concordo con Camilla, noto coppie molto giovani che comunque decidono di diventare genitori (certamente essendo disposti a rinunciare a qualcosa) e coppie di ultratrentenni che ancora riversano. E noto un’altra cosa: non ho mai sentito o letto coppie che rimpiangono di avere fatto figli in giovane età mentre ascolto spesso il contrario e cioè coppie, e soprattutto donne, che a 35/40 anni rimpiangono di non avere avuto figli prima, e ora avendo aspettato non riescono neppure ad averli…

  10. ilaria

    20 gennaio

    *coppie di ultratrentenni che tergiversano* (dannato correttore automatico)

  11. Valeria Righele

    20 gennaio

    Arrivo un po’ tardi alla sezione commenti, tuttavia mi fa piacere vedere che ad attendermi c’era un po’ di carne al fuoco.
    Camilla, intanto ti ringrazio per il feedback. Come ho detto, non conosco persone della mia età che abbiano figli, salvo qualche eccezione, e ho scritto questo pezzo anche per sentire “altre opinioni”, quindi benvengano. Ci tengo solo a sottolineare che non penso sia impossibile avere dei figli a 27 anni, o partorire a quell’età, ma che sia difficile fare quest’ultima cosa mantenendo la giusta serenità “dopo”. In questo mi sento di quotare Anita quando dice che “la prima cosa che deve essere solida sono io”, e che per questo sto *aspettando* di mettere su famiglia. Ora non sono pronta. Il mio corpo lo è, ma non io e non il mio conto in banca (conto intestato a mia madre peraltro) o il conto in banca del mio ragazzo. Mi sto solo dando delle scadenze che (forse) hanno più senso di quella che mi ero prefissata in gioventù, in totale innocenza. Leggere la tua storia mi ha stretto il cuore, sono felice per te, davvero! Inserisco qui anche un riferimento al commento di GIU-XL: credo che la mia felicità sia fortemente legata al mio (e della persona con cui sto) senso di realizzazione personale. Immagino di dover lavorare su questo aspetto prima di poter diventare madre. Penso che amerò alla follia i miei figli e che per loro farei di tutto (ma anche per me stessa ho bisogno di fare alcune cose). Si tratta tuttavia di una riflessione personale, che può riguardare una generazione come no. Credo che la mia sia un’età in cui ci si può ancora permettere di decidere a cosa si vuole rinunciare. Se GIU senti che per te è arrivato il grande momento: buttati! Io posso solo essere felice per te. Questo articolo voleva fungere da megafono e grande abbraccio per coloro che come me *vorrebbero ma sentono di non potere (ancora)*. A coloro che se la sentono e sono pronte dico solo: vi invidio (ma vi ammiro). Niente di più. Mi spiace se a qualcuno sono sembrata capricciosa, il mio era un tentativo di parlare col cuore in mano a un pubblico cui ormai sono affezionata.

    Alle altre commentatrici dico Grazie.
    A Francesca mando un plauso particolare, poiché come si è capito io a 19 anni certe domande me le ponevo con troppa leggerezza (vedere che le cose cambiano per chi ha quell’età ora è magnifico). Il consiglio, mia cara, è di concentrarti sullo studio e sulle tue passioni, di continuare a farti domande e sforzarti di trovare delle risposte soddisfacenti, di modo di arrivare *pronta* al momento in cui potrai scegliere come portare avanti la tua vita.

  12. Chiara

    20 gennaio

    Il mio articolatissimo commento precedente è sparito nel nulla, quindi ci riprovo, pur sapendo che non sarà mai la stessa cosa. Allora:

    Prima di tutto vorrei ringraziarti per l’onestà e l’accuratezza del tuo post, che ho apprezzato moltissimo.
    Quest’anno compio ventisette anni, ed è una cosa che mi pesa moltissimo perché mi sembra di non aver combinato niente nella vita. Soprattutto, non ho raggiunto quell’indipendenza economica che speravo di avere, e non sono per niente vicina al lavoro dei miei sogni. Sinceramente, non mi sembrerebbe molto responsabile avere un figlio in questo momento, non solo perché non riuscirei a garantirgli una situazione stabile, ma anche perché avere una mamma che si sente una fallita e passa le giornate a cercare lavoro in pigiama non mi pare una cosa ideale (e in questo sono molto d’accordo con il commento di Caterina). Certo, se non avessi scelta mi adatterei a fare qualsiasi lavoro, ma il punto è questo: ora come ora, posso permettermi di scegliere.

    Mi dispiace che questo post sia stato preso come un’occasione per parlare del presunto senso di entitlement- del “tutto mi è dovuto”- di questa generazione: quando si dice “non voglio rinunciare a niente” non si sta parlando di vacanze a New York o di borse di Chanel, ma semplicemente di poter fare il lavoro per cui si ha studiato, che paghi ed appaghi, una cosa che fino a pochi anni fa era quasi una certezza ed adesso sembra un lusso. Non mi sembra che questo sia sinonimo di egocentrismo o di aspettative troppo elevate.

    Infine, se posso permettermi, dire che mantenere un figlio è come pagarsi un telefonino mi sembra un’affermazione quantomeno semplicistica, se non addirittura di cattivo gusto.
    Fine del papiro.

  13. Camilla

    20 gennaio

    Vi ringrazio per le critiche, in effetti rileggendomi mi sono sembrata molto antipatica e non era mia intenzione. Forse come dice Valeria nel suo commento ho inteso il post un po’ capriccioso e sono stata presa dall’impeto e ho scritto in quel modo. Molte volte ho l’impressione che ci si nasconda dietro delle grosse scuse e mi sento offesa da questo perchè se sono dove sono è perchè ho lottato a denti stretti invece di cercare scuse. Non dico che sia il tuo caso Valeria (o quello delle altre commentatrici) ma avevo inteso così il post. Mea culpa.
    Anita ha ragione a dire che il mio commento è poco costruttivo. Ad ogni modo non ho mai detto di aver trovato la solidità (che è una cosa che secondo me va ricercata ogni giorno). Non ho nemmeno detto come dice Chiara che mantenere un figlio è come pagarsi il telefono (e qui non commento oltre).
    Ilaria ha colto in pieno il senso di quello che volevo dire. Credo che se avete il desiderio di un figlio e se avete la persona giusta con cui farlo allora per me non ha senso aspettare quanto (forse una vita?) per vedersi realizzate sul piano professionale, per poi ritrovarsi a 40 anni e sentire la fretta dell’orologio biologico che ticchetta e magari non aver concluso nulla neanche sul lavoro. Valeria, da come scrivi sarai di sicuro un’ottima mamma, non aspettare come dice giustamente giu-ixl che la vita ti passi davanti. La serenità, così come la stabilità, la felicità, ecc. è una cosa che va sempre aggiustata, ogni secondo della propria vita. Alla serenità “dopo” dovrai pensarci “dopo”.
    Portare in grembo, veder nascere e crescere un figlio è la cosa più bella che io possa augurare a tutte voi.
    Di nuovo con affetto,
    Camilla

  14. signora vania

    20 gennaio

    Questo commento viene da una assolutamente fuori target di età per Soft Revolution.
    Non ho mai e poi mai pensato di intromettermi tra i commenti dei post, pur avendone avuto spesso voglia.
    Stavolta però proprio mi scappano le dita sulla tastiera: quindi Valeria, Margherita e Marta, perdonatemi.
    Sono la signora Vania, ho 50 anni e sono diventata mamma di Marta Corato a 27 ANNI.
    Hai ragione, Valeria, 27 anni è un’età bellissima per avere un figlio.
    La cosa più bella, secondo me, non è tanto l’arrivo e la gestione del dolce batuffolo, ma il fatto di poter avere ora due figli giovani adulti e non sentirmi generazionalmente troppo lontana da loro.
    Sono la loro madre, non la loro amica, ma riesco a “mettermi nelle loro scarpe” anche quando non li condivido per niente.
    A 27 anni lavoravo (niente di che, ma stabile e ben pagato), anche il signor Pietro lavorava (per “conto suo” come usa[va] al Nordest).
    Possedevamo una casa e un’auto per ciascuno.
    Dopo la nascita di Marta ho potuto permettermi di lasciare il lavoro (che mi dava soldi ma non soddisfazioni) per 10 anni.
    Nel frattempo ho cresciuto Marta e suo fratello, e dei “figli” in affido, e ho accudito mio nonno fino alla sua morte.
    Abbiamo fatto molte rinunce di tipo economico, ne paghiamo ancora oggi le conseguenze.
    Non mi (ci) pentiamo di nessuna di queste scelte, ma non ci permettiamo di dire che siano state le migliori.
    Mi lascia basita che qualcuno di così giovane come certe commentatrici sia così sicura di sè dare di dare giudizi / consigli a una sua coetanea.
    Senti, Valeria, credo di aver capito cosa intendevi. Solo una cosa posso assicurarti: un figlio non si mantiene come un telefonino, non farti venire sensi di colpa.
    Sono anch’io incazzata pensando ai miei figli, a te, a tutte le persone giovani (per la maggior parte fighissime e in gamba) che conosco.
    Siete certamente più bravi, preparati e intraprendenti di me alla vostra età, avete ragione a volere tutto.
    Il che non significa non avere una scala di valori o non saper fare delle scelte o delle rinunce.
    Il guaio è che per avere tutto dovrete fare quella rivoluzione che noi eravamo troppo ricchi per pensare di fare.
    Infischiandovene di quelli che sanno già tutto e si pongono ad esempio: gli esempi non esistono (chi sa tutto sa solo “spussa”, diceva mia nonna).

  15. Caterina Bonetti

    20 gennaio

    Marta…hai una mamma eccezionale. Non lo dico per piaggeria. Devi essere estremamente orgogliosa e, d’altra parte, da una mamma così non poteva che saltar fuori una penna vivace e brillante ^_^

  16. Allegra

    21 gennaio

    beh, esistono anche quelle che a 35 anni non hanno figli non perché abbiano “aspettato”, ma perché non hanno mai incontrato chi glieli volesse dare. Almeno tu, se scegli di avere un bambino, lo puoi fare: una certezza che io, per esempio, non ho assolutamente. Avendo 34 anni ed essendo single dalla bellezza di 6, sto cominciando a perdere la speranza.
    p.s. mia sorella ha 3 figli, quando è nato il primo entrambi i genitori erano precari. a casa loro c’erano un tavolo e due sedie in cucina, un letto (rete e materasso) e un armadio vecchio dei miei in camera e un divano in salotto. basta. dopo 14 anni sono stabili, ma sereni no: l’ultima bimba è disabile al 100% e questo comporta delle spese stellari e una fatica infinita…eppure è una famiglia felice!
    Ti auguro una fulgida carriera, ma sono convinta che avere un figlio non ti metterebbe il bastone tra le ruote…ti renderebbe solo più forte. Se devi rimandare, rimanda…ma non fare troppi conti e non aspettare di non poterli più fare per età (o, come nel mio caso, per mancanza di “materia prima”! 😉 )

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