Illustrazione di Rita Petruccioli

Illustrazione di Rita Petruccioli

Quand’è stata la prima volta che ho seriamente pensato al fatto di diventare madre? Se la memoria non m’inganna, al liceo.
La mia vita sentimentale allora era pressoché un disastro. Ciò non mi aveva impedito però di formulare il seguente pensiero:

Quando avrò 27 anni farò un figlio.

Potrebbe sembrare un’esternazione esagerata per una sedicenne, perciò accludo come giustificazione il fatto che all’epoca si faceva un gran parlare del Club 27; io ascoltavo i Nirvana e molti mi ammonivano circa “la fine di Cobain”. Ero abbastanza triste e taciturna in quel periodo, ma non avevo intenzione di spararmi un colpo in testa una volta raggiunta “l’età critica”. Per sfatare il mito, mi dicevo che avrei messo un +1 al mondo, piuttosto che il contrario. Volevo fare l’anticonformista, ma ero solo molto naïf. Non avevo idea di cosa fosse la pianificazione familiare.

Quest’anno compio 26 anni, e a fare figli ci ho pensato davvero. Tuttavia la consapevolezza di avere una relazione sentimentale stabile e un buon grado di salute non basta a calmare i miei nervi. È perché sento battere l’orologio biologico che mi sento così stressata? No. So bene che la realtà genitoriale non è più una chimera lontana, ora ci sono anche i reali presupposti perché si realizzi (!), a gelarmi è la Ragione. Lei mi dà da pensare.
Se da una parte mi capita di lusingarmi fantasticando di avere una casa mia, un anello al dito e dei figli con la persona che amo, poi la realtà mi riporta coi piedi per terra con la dolcezza di una secchiata d’acqua gelida in faccia.

In passato la mia sarebbe stata considerata l’età ottimale per iniziare una discendenza. Mia madre (classe 1961) a quest’età aveva già un figlio di 2 anni. Mia nonna materna (classe 1933) aveva appena avuto il primo figlio (e in seguito avrebbe continuato sulla buona strada, dandone alla luce altri otto).

Mi è perfettamente chiaro che l’anno prossimo non sarò in grado di avere un figlio. O per meglio dire, sarei in grado (fisicamente) di averlo, ma non di mantenerlo. Mi spiace tradire le speranze della giovane Valeria del liceo, ma ora non ho alcun contratto di lavoro e vivo in affitto (permettendomelo a stento). Grazie a dio ho dei genitori che mi incitano a non abbandonare le mie aspirazioni in campo editoriale, ma tentare di portare a casa uno stipendio decente in questo settore non è semplice. Quando sento parlare di “Generazione Mille Euro” non so se ridere sguaiatamente o piangere: pur lavorando in media 35 ore a settimana, senza contare le fiere, chi li ha mai visti tutti quei soldi? La mia esperienza da stagista è stata fruttuosa dal punto di vista delle soddisfazioni personali, ma di certo ha languito sul versante compensi. Dei miei compagni di classe del Master post laurea, solamente uno ha trovato un lavoro fisso, con retribuzione dignitosa; gli altri stentano, come me. Sono felice per questo mio amico, che d’altra parte si era arrabattato tra mille lavoretti per anni, ora ha superato i trenta e se non “fosse andata”, questa volta, si sarebbe trovato davvero in difficoltà.

Mi è perfettamente chiaro che l’anno prossimo non sarò in grado di avere un figlio perché il mio ragazzo ha una situazione lavorativa precaria quanto la mia e come se non bastasse vive in un’altra città, a 340 km di distanza. Le nostre aspirazioni professionali ci tengono separati, di certo se potessimo eviteremmo volentieri i treni ogni altro weekend, skype e le telefonate giornaliere (che alla lunga friggono il cervello, dannati telefoni! Scherzo, vi amo telefoni, mi servite) lo faremmo.

Mi è perfettamente chiaro che l’anno prossimo non sarò in grado di avere un figlio perché vorrei inseguire le mie aspirazioni, prima. Vorrei prendermi delle soddisfazioni sul lavoro, smettere di essere “la stagista di” e diventare “la responsabile”, la “caporedattrice”. Partecipare alle fiere senza aver bisogno di esibire il pass per farmi riconoscere. Proporre idee e sapere come far loro prendere vita. Purtroppo o per fortuna per avere tutto questo devo far passare del tempo, lavorare (e imparare il lavoro) per degli anni, rompere qualche glass ceiling. Questo per essere sicura di non restare con un pugno di mosche in mano appena passato il periodo “maternità”.

Mi è perfettamente chiaro che l’anno prossimo non sarò in grado di avere un figlio perché prima di averlo vorrei potermene occupare senza sfruttare terzi. I miei genitori mi vogliono bene, i genitori del mio ragazzo anche, ma non vorrei mai affidare a loro (perché devo lavorare) quello che a tutti gli effetti è un impegno quotidiano, dispendio di energia e liquidi corporei incontrollati (almeno fino a che il pargolo compie tre anni: ovvero prima di tirare il fiato conta fino a 1096 giorni e aspetta 26304 lunghe ore). Se la mia vita deve cambiare, non deve per forza cambiare anche la loro. Per questo ho bisogno di aspettare che anche il mio ragazzo raggiunga un equilibrio sul lavoro. Nel momento in cui saremo pronti entrambi, lavorativamente oltre che psicologicamente, allora forse potremo fare sul serio. Anche qui, tuttavia, l’unica cosa che sembra servire è il tempo e la pazienza di raggiungere certi risultati.

Talvolta penso alle mie coetanee, a come se la passano loro. Cerco di capire se il mio è un futile lamento o se ci troviamo sulla stessa barca in molte. Mi viene in mente una ex compagna di classe: sposata, ha un lavoro, come suo marito, e vive in un bell’appartamento. Sono felici e hanno avuto una figlia bellissima la scorsa estate. Non conosco nessun’altra che abbia messo su famiglia [1].

Considerandola come un’eccezione, non mi sembra sciocco pensare che tutta la rimanente mia generazione sia costretta dalle sue aspirazioni e dalle circostanze (chiamala Crisi, chiamala Riforma del lavoro che nessuno vuole fare) a posticipare i suoi sogni o nel peggiore dei casi a rinunciare a qualcosa per non trovarsi poi ad aver rinunciato a tutto. Lavoro per famiglia, famiglia per lavoro; lavoro per amore, amore per lavoro.

Finora ho usato il condizionale, ma ora preferisco il presente: non voglio rinunciare a nulla.

L’anno scorso Hillary Clinton ha aperto un account Twitter e nella descrizione personale ha scrittto:

moglie, madre, avvocato, attivista per le donne e i bambini, first lady dell’Arkansas, first lady degli Stati Uniti, senatore, segretario di Stato, scrittrice, proprietaria di cane, patita di tailleur, apripista per le donne e altro ancora da definire

Come non invidiarle almeno la metà di questi traguardi? Per ora, nemmeno i tailleur mi appartengono. Ma Hillary Rodham è nata nel 1947 e di tempi duri ne ha dovuti affrontare anche lei (compreso un marito fedifrago, che io spererei di evitarmi).
“Se ce l’ha fatta lei, perché io no?” Forse dovrei iniziare a farmi più spesso questa domanda e spronarmi con questo mantra, piuttosto di ripetere di continuo il rassegnato “Eh, ma allora vaffanculo”.

[1] Almeno, in Italia. Discorso a parte meriterebbe la mia amica parigina, sposatasi nel 2012 e di recente diventata madre, ora migrata in Asia col marito in carriera.