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Nel 1998 l’amicizia era come l’univers...

Nel 1998 l’amicizia era come l’universo… limitata

Era la primavera del 1998 e mi apprestavo a partire per la tanto attesa gita di terza media. Come per ogni gita che si rispetti le aspettative avevano iniziato a crescere settimane prima della fatidica data e più che una due giorni in Toscana sembrava che ci stessimo organizzando per una missione sul K2: attrezzature per ascoltare la musica in gruppo, chitarre, dolci e dolcetti per la veglia serale. La tensione era già alle stelle, ma il peggio doveva ancora venire. A due giorni dalla partenza la professoressa delegata entrò in classe e chiese a tutti di compilare il “registro delle camere”. Quattro posti per stanza, il divieto assoluto di passaggi in extremis, la conta delle amiche.

Al tempo avevo una migliore amica, una di quelle da “ci scriviamo tutto sul diario”, ti preparo il “nastrone” con le mie canzoni preferite, “io per te ci sarò per sempre TVB”. Davo per scontato che saremmo state in camera assieme, ma mi sbagliavo di grosso. Al momento della compilazione degli elenchi lei mi comunicò che sarebbe andata in camera con A. (la mia nemesi del tempo) e altre due ragazzine che facevano parte del suo entourage. Ricordo che affrontai la cosa con la mia proverbiale “dignità e classe” facendo spallucce e optando per una stanza che – in seguito – si rivelò quella “vincente” per il grado di divertimento raggiunto e il clima da camerata che si era instaurato, ma la cosa mi ferì non poco e mi fece pensare. Ero stata scaricata e non solo per il tempo della gita, ma per sempre. Da quel giorno in poi i miei rapporti con la “migliore amica” si fecero più freddi: doveva fare il suo ingresso nel gruppo delle ragazze cool e io ero chiaramente una zavorra, ma all’epoca la visione non era così chiara. Perché per farsi nuove amiche doveva necessariamente accantonare quelle vecchie?

Forse a causa di questa esperienza “giovanile”, forse per una mia insana attitudine alla riflessione perenne, ho sempre cercato di analizzare le dinamiche alla base dei rapporti di amicizia all’interno dei gruppi, complice  anche l’attitudine propria degli abitanti della mia ridente cittadina a ragionare per compartimenti stagni. Con il tempo ho raccolto una buona casistica e sviluppato una mia banalissima teoria in proposito. Volendo semplificare e generalizzare il più possibile le persone si relazionano fra di loro secondo due grandi modalità: quella da “universo in espansione” e quella da “sistema a sé stante”.

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Alla prima categoria appartengono quel genere di individui che, per indole personale, esperienze di vita, necessità esistenziali, tendono ad aggregare elementi umani eterogenei e provenienti da diversi contesti. Si tratta di quelle persone che non separano in maniera netta gli spazi, che non escono il giovedì con la compagnia della briscola e il venerdì con quella del tango, che – fatto salvo rare eccezioni – non pensano che “uno in più faccia la differenza”. A questa categoria appartengono gli aggregatori, i fuorisede alla ricerca di compagnia, gli organizzatori seriali, ma anche gli amanti dei viaggi di gruppo, i fissati con le grigliate da 200 invitati, i maniaci dei locali “dove si incontra gente”.

La seconda categoria comprende invece quel genere di persone che se escono con il gruppo di calcetto e un amico gli chiede se per caso fa qualcosa in serata si guardano bene da invitarlo, anche se magari pure a lui il calcetto potrebbe interessare. Solitamente suddividono le uscite settimanali in settori ben distinti: hanno luoghi e attività dedicate ad ogni compagnia e l’impermeabilità dei gruppi è il loro mantra. A meno che non si tratti di inserire “carne fresca” (maschile o femminile) per la caccia degli amici/amiche non considerano nemmeno l’ipotesi di invitare persone appartenenti a cerchie diverse ad eventi che non gli “competono”. Tendenzialmente considerano un invito al cinema fatto da un amic* come qualcosa di personale non estendibile. Questo a prescindere che si tratti di un invito potenzialmente motivato da fini non solo amichevoli o meno. Anche quando gli inviti sono così generici e inseriti in contesti pubblici (pub, cinema, piscine, discoteche…), questi soggetti non arrivano mai a pensare che potrebbero coinvolgere anche altre persone.

Se il primo gruppo potrebbe essere accusato di soffrire della sindrome del “non so star da solo”, il secondo potrebbe invece essere vittima dell’atavica paura della “sostituzione”. Io ti presento i miei amici, che poi ti trovano più interessante/simpatico/divertente di me ed iniziano a uscire di più con te e sai che delusione. Spesso – infatti – mi sono chiesta che cosa ci porti a relazionarci con una modalità “espansiva” o “confinante” e la risposta non può essere relegata al solito discorso caratteriale.

La mia curiosità mi ha portato in molti casi a fare esplicite domande (da aggregatrice) a chi si relaziona con le persone in modo settoriale e le risposte sono state le più varie. Per alcuni è davvero il timore a giocare un ruolo fondamentale: inserire in un gruppo di amici una o più persone implica un mutamento dello status quo che, anche se non idilliaco, è consolidato. Per altri è invece lo sforzo richiesto da nuove conoscenze a creare un ostacolo: chi ti inserisce nel gruppo si deve far carico di questo passaggio. Se ti presento e resti isolato in un angolo devo cercare di integrarti…e non sempre è uno sforzo indifferente. Per altri ancora esiste un forte timore del giudizio che gli amici possono dare della sua nuova/e frequentazione e le eventuali conseguenze in rapporto alle uscite assieme.  Se ti presento e non sei simpatico ai miei amici finirò col creare tensioni nel gruppo. Alcuni sentono invece come profondamente naturale la relazione esclusiva: quando escono con l’amica per lo shopping escono con quell’amica e non con altre, mentre magari il cinema lo condividono con terzi. Questo, ho notato, va al di là delle effettive esigenze contingenti. Non si tratta di fare cose in cerchie ristrette perché, ad esempio, si va a casa di qualcuno e – chiaramente – non si può invitare il mondo, e non si tratta nemmeno di vedere “quella persona specifica” per una confidenza che si vuol fare solo a lei.

L’atteggiamento prescinde spesso anche da eventuali interessi o attività comuni: chi ha un approccio settoriale lo applica al concerto del gruppo che ama tanto, così come alla passeggiata in campagna che potrebbe essere condivisa da moltissime persone. In ogni caso, qualora si stia cercando di entrare a far parte di un nuovo “giro”, quello vecchio dev’essere in tutto o in parte messo in stand by.

Cosa rende invece “aperte” le persone che si creano attorno un universo in continua espansione? Di sicuro esiste una paura di fondo di restare soli, ma non è abbastanza per motivare una costruzione esistenziale così ampia. Un ruolo non indifferente viene forse giocato dal piacere di allargare i propri orizzonti: non si tratta di una maggior sicurezza di sé rispetto ai timorosi. Il timore è lo stesso, ma superato dal desiderio di novità. Esiste anche una componente di “buonismo” di fondo, un atteggiamento alla Pollyanna per cui ogni nuovo incontro può portare qualcosa di buono e tutti meritano un’opportunità. Per alcuni funziona anche la sindrome da “crocerossina”: ti vedo solo, magari appena arrivato in zona, ti invito perché “non è bello lasciare le persone da parte”. Forse, parallelamente, agisce anche un sostrato di empatia sovrasviluppata. Ti vedo solo, penso che la cosa potrebbe capitare anche a me e per un equilibrio del karma cerco di agire mettendomi nei tuoi panni e spostando lo sguardo al di là della barricata. Poi ci sono anche quelli che “in tanti è comunque e sempre meglio”, ma anche questa – come sola motivazione  – non vale.

E il vostro universo come si configura? Siete stelle solitarie, sistemi eliocentrici o universi in continua e inesorabile espansione?


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    Io sono 100% per i sistemi separati, ed è proprio vero: non scriverei mai un invito generale ad andare in piscina a più gruppi di amici o in un posto generale come facebook, perchè e se poi rispondessero due persone di due cerchie diverse? GASP!!!!

    Per me il problema non è che ho paura che mi si rubino gli amici o il giudizio sociale.. è che ogni rapporto di amicizia che costruisco ha una sfaccettatura relazionale diversa, e mescolando le carte in tavola mescolerei tipi di amici diversi con cui non ho lo stesso grado di confidenza/scherzosità/intimità/condivisione/gusti.
    Per me non esiste lo stampino dell’AMICO: con alcuni esco volentieri ogni settimana per non ritirarmi troppo nel guscio dell’asocialità, con altri invece mi trovo bene per uscire per una birra una volta ogni sei mesi e raccontarci a che punto siamo delle nostre vite; con certi organizzo cose e condividiamo passioni mentre con certi altri c’è un rapporto di intenso ascolto e comprensione reciproca, ma poca condivisione su gusti pratici; con alcuni ho condiviso esperienze significative in gioventù, con altri c’è stata intesa da subito senza conoscerci poi tanto, con altri ancora condivido una routine o la stessa città o la stessa università e si parte da lì.

    Farli incontrare presenta un sacco di problemi, ma fondamentalmente i più grossi sono due:
    1) l’unica cosa che queste persone hanno in comune spesso sono io, perchè mi piace conoscere persone eterogenee e di ogni tipo. I miei amici sono adulti e vaccinati e ho fiducia che riusciranno ad incontrare persone interessanti adatte ai loro gusti e a costruire relazioni anche senza la mia intromissione!
    2) molto egoisticamente, amo i miei amici e le mie relazioni per come sono in questo momento e per come le ho costruite. Mescolandole sicuramente cambierebbe anche la dinamica, e non avrei più amico A e amico B ma coppia di amici AB da cui non è detto si possa più tornare nè ad A nè a B… e non è detto che io voglia avere A da tutti o B da tutti, mi va benissimo condividere una cosa con uno e una con un altro. Quando esco con A voglio godermelo nella sua “Aosità”, perchè ostacolarmi da sola invitandolo in un contesto non nostro in cui non mi godrò pienamente nè lui nè il contesto B?

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    Azzò separatismo c’hai frotte di amici targettizzati in base ai bisogni! Ti invidio per la pazienza che hai avuto a selezionarli. Io sono il tipo da “toccata e fuga”, mi piace fare nuove conoscenze ma poi le lascio lì, non le approfondisco. “Amicizie” occasionali dovute a circostanze accidentali. Ed anche con le vecchie conoscenze non alimento il rapporto. Insomma se aspetti che ti telefono ed organizzo puoi anche morire li. E non per cattiveria ma un pò per indole da eremita, mancanza di abitudine, la consapevolezza che vivo l’amicizia come qualcosa di effimero, che si gode solo nel momento in cui accade. E non separo niente, perché non ho un “parco amici”, ma conoscenze più o meno approfondite.

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    Sono un universo in continua espansione, e le motivazioni psicologiche che avete dato per spiegare perchè quell* come noi si affannino così tanto a creare sinergie e legami sono semplicemente perfette 🙂

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