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Gli 883 ci hanno insegnato cose terribili?

Gli 883 ci hanno insegnato cose terribili?

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Un fan della band pavese

Disclaimer: Noi vogliamo bene agli 883 e ne siamo in primo luogo estimatrici – se non altro perché le loro canzoni sono state un continuo durante la nostra infanzia e adolescenza. Non abbiamo assolutamente niente contro Max Pezzali, Mauro Repetto o Claudio Cecchetto. Queste sono pur sempre canzoni che conosciamo così bene da poterne citare il testo senza dover aprire Google. C’è da dire che con il senno di poi, i messaggi che si sono sedimentati nel nostro cervello ci lasciano un po’ perplesse.

Per questo esperimento culturale dividiamo le canzoni di cui parliamo nel nostro trattato in tre categorie. Come noterete, sono tutti brani “d’epoca”, perché li ascoltavamo in tenera età e ci hanno segnate per sempre.

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MARTA: Per me le canzoni degli 883 si dividono in canzoni che i preti ci lasciavano cantare ai campi della parrocchia, e canzoni proibite. Non si capisce secondo che criterio, visto che La canzone del sole era un grande classico.

Una delle canzoni più quotate era Come mai, in cui una struggente voce narrante spiega di come lui sia affranto dal suo amore e di come lei “non capirebbe mai”. Una parte che mi ha lasciata sempre perplessa è quella in cui lui dice “Lo so con te non finirà il sogno di sentirsi dentro un film”. Quindi lei è un sogno o ti sta spezzando il cuore? Non finirà o ti ha abbandonato? Deciditi.

Oltre al cuore spezzato e la donna stronza che fa soffrire, per me ci sono altre due grandi tematiche nelle canzoni degli 883, che sono fare casino con gli amici, ma soprattutto la donna fighissima da trombare.
Le tre cose poi sono collegate, perché se lei non gliela dà, lui è triste e allora esce con gli amici. Questa cosa secondo me pesa tantissimo in Gli anni, perché lui vede “le fedi alle dita dei due” e si rende conto di aver buttato via un sacco di tempo.

VALERIA: Vogliamo ricordare che l’album si chiama “La donna, il sogno e il grande incubo?”. Ecco.
Non penso di esagerare dicendo che per i fan degli 883 Gli anni ha lo stesso peso che per i fan dei Beatles ha In my life. Le ho sentite cantare con lo stesso trasporto e gli stessi occhi lucidi (da persone diverse). Nel testo di Lennon si guarda al passato con malinconia ma anche con la consapevolezza di avere un ricordo nitido delle persone che lo hanno abitato e delle cose che sono successe, e alla fine tutto si trasforma in una gigantica dichiarazione d’amore. Nel testo di Pezzali, il ricordo nitido delle cose che hanno caratterizzato “gli anni” passati si traduce in un elenco di memorabilia che comprendono jeans Roy Rogers e gloriosi campionati di calcio. Come osserva giustamente Marta, c’è amarezza per aver sprecato delle occasioni, insomma c’è del RIMPIANTO (e c’è anche un “Porco Giuda”).

Max e Mauro

Max e Mauro negli anni Novanta (Mauro lascerà gli 883 dopo il secondo album, proprio quando stavano arrivando i primi riconoscimenti per la band)

Esce l’album successivo, e il “rimpianto” sembra essersene andato. Max ci racconta l’ennesima storia andata male, finita con lei che se n’è andata spezzandogli il cuore, in Nessun rimpianto. Nonostante egli dichiari spassionatamente di non rimpiangere ciò che erano, interviene un “soltanto certe volte capita che” a sbugiardarlo subito. Insomma, nessun rimorso, ma qualche ferita quello sì. Nel corso della canzone però Max sembra riappropriarsi della propria dignità, dando la colpa di questa brutta situazione alla donna con cui stava – che aveva detto lo avrebbe amato, ma invece l’ha abbandonato – e decidendo di rifarsi una vita (“il tuo ricordo che mi bussa, ma io non aprirò”).

Tristezza a palate, ma qualche volta anche un piccolo riscatto.

MARTA: Le canzoni peggiori a livello di contenuti (sebbene io le abbia cantate e citate mille volte) sono Sei un mito e La regola dell’amico.

Sei un mito è letteralmente una canzone intera su come lui voleva scoparsi questa tipa da anni, e finalmente lei esce con lui e gliela dà. La prima cosa che sappiamo di lei è che ha delle tette fantastiche; solo dopo il ritornello lui scopre “che sei anche simpatica” – un dettaglio minore, visto che lei è praticamente una bambola gonfiabile semovente. Fino alla fine della canzone, lui è noncommittal al massimo – cosa non negativa di per sé, ma rendiamoci conto che questo giovine sognava di dare una botta e via alla tipa “da anni”. Che pazienza, che tenacia!
La regola dell’amico potrebbe essere ri-intitolata La Canzone Della Friendzone. È una canzone su vari ragazzi che fanno finta di essere amici di una tipa perché è figa, con l’unico obiettivo di scoparsela. Quando lei si mette con un altro ovviamente “è una stupida”, e loro sarebbero gli unici a renderla felice. Mi rende di una tristezza indescrivibile sapere che ho cantato questa canzone più volte senza neanche pensare a quel che dicevo.

VALERIA: A questo gruppo aggiungo anche Non me la menare e Te la tiri.
Il primo è un pezzo in cui lui rivendica la sua libertà di fare quel cazzo che gli pare. Scazzottare con gli ex di lei, bere le birre scure, guidare le moto da James Dean, non lavarsi i denti, parlare di calcio e mettere le magliette coi buchi sotto le ascelle. Se volevi stare a casa a parlare di tramonti e di “argomenti da laureati” dovevi startene a casa, bella. In tutto questo non mi è chiaro perché, pur essendo diversissimi e chiaramente incompatibili, non si sono lasciati. Evidentemente va bene rimanere assieme, e insultarsi.
Poteva essere un bel pezzo contro l’establishment, invece è tutto contro una tipa che forse gli ha detto di mettersi la camicia.

Il secondo è un pezzo in cui dà contro a una ragazza colpevole di tirarsela (ma è anche l’inno dello slut shaming). La fa a pezzi perché si trucca, si mette il profumo e indossa la minigonna. Si crede intelligente, ma è soltanto demente; beve per fare festa (“ridi da oca, sculetti di brutto”), ma poi quand’è ora di andare a letto con qualcuno si tira indietro e gli controlla il portafoglio (viceversa quando trova qualcuno di ricco, si lascia andare, solo illusa di aver trovato quello che cercava – “quando alla fine li hai conosciuti, ti portano a letto e tanti saluti”).

MARTA: Parla il signorino, che ha passato canzoni a canzoni a parlare di tette e dei vestiti aderenti delle tipe, e poi va a fare il ciccetto se la tipa si mette la minigonna non per lui. Double standards, amici miei.
Saltiamo di palo in frasca. Una canzone che non avrei mai capito “da piccola”, ma neanche un paio di anni fa, è La dura legge del gol. In questo momento della mia vita è veramente un pugno nei denti: l’avrò sentita centinaia di volte, ma la cosa di come tu fai del tuo meglio e poi te la prendi in culo è una cosa che non avevo mai percepito come mia.

VALERIA: Una canzone che non avevo mai “colto” è, paradossalmente, Tieni il tempo. Anche io l’avrò sentita centinaia di volte, ma non ero mai andata oltre la componente danzereccia del ritornello e il trascinante “scendi nella strada”. Ben prima di Save the Last Dance e la saga di Step Up, questa canzone esortava a ballare per liberare la mente e fuggire dal grigiore della propria città, popolata da gente che si fa gli affari tuoi senza davvero che gli importi di te. “Un giorno te ne andrai di qui” è una speranza che gli 883 hanno dato a tutt* coloro da piccol* li ascoltavano e vivevano in paeselli sbolsi dove non si riconoscevano.

VALERIA: Sono passati circa vent’anni da quando ascoltavamo queste canzoni. Noi siamo cresciute, e anche Max è cresciuto (Invecchiato? Oggi ha quarantasette anni). Da un lato difendo il suo operato, perché nessun altro, a quei tempi, mi aveva convinto più di lui dell’efficacia della comunicazione basata su vocaboli semplici (e in rima) e delle mie personali capacità di imparare le canzoni a memoria. I suoi pezzi contenevano versi estrapolabili e riutilizzabili nei contesti più vari: “Sei un mito” urlato all’amica che aveva segnato l’ultimo punto alla partita di pallavolo; “Loschi individui al bancone del bar” indicando i vecchietti al bar della parrocchia; “Rotta per casa di Dio” andando a messa; “Voi non capite un cazzo” bofonchiato a spregio ai compagni di classe che prendevano in giro il nostro apparecchio per i denti – e tanto altro. Da un lato, lo difendo. Dall’altro so bene che Max non ha fatto granché per esaltare la figura femminile agli occhi e alle orecchie del pubblico italiano di allora. E purtroppo tramite il suo programma (“Le strade di Max” – andato in onda su Deejay Tv) vedo che tende ancora a fare il marpione e a scherzare sul provarci con le tipe, guidando la sua moto. Come dicevamo in apertura vogliamo bene agli 883, e saranno ancora i nostri favoriti al karaoke, ma è difficile accettare questo lato oscuro del gruppo e non rimanerne deluse.


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  1. marrr

    30 aprile

    Posto che avete perfettamente ragione e siamo passate tutte nella fase inconsapevole di “6 1 mito” per poi realizzare che che al tipo interessava giusto quel seno che così non s’era mai visto prima, spezzo una lancia (ma non tutta, mezza direi) per “La regola dell’amico” in cui in effetti il nostro Max si prende gioco lui per primo dei suoi stupidi amici che, non capendo come funziona la friendzone (?), si riducono a dare della stupida a lei per gelosia.
    Non che questo allora renda la canzone un feminist anthem.

    In linea con gli altri titoli che avete tirato fuori metterei “Non ti passa più” che sembra quasi uno specchio di “Non me la menare”: o si sta insieme con lui che fa come gli pare baldoria e chachacha oppure si è “antichi” ma, per citare lo stesso Max, inutile andare per locali come disperati perché tanto “senza averti qui non è così bello come dicono”

  2. Chiara B.

    30 aprile

    Per non parlare di “seguirti fino all’alba e poi vedere dove vai”: solo a me fa venire i brividi, a posteriori, l’idea del buon vecchio Max che mi segue fino all’alba e controlla dove vado? Che poi è da questa stessa idea che prende le mosse “La donna, il sogno e il grande incubo” (la canzone, non l’album): “prego che tu non ti accorga mai dei miei fari dietro che ti seguono”, un concetto che, a quanto pare, glie piaceva proprio, al vecchio Max.
    [Ciò detto, nel mio cervello sto comunque cantando a squarciagola Nord Sud Ovest Est, piangendo a dirotto su Gli Anni e facendo gli occhi a cuoricino per Un giorno così: siamo una generazione perduta.]

  3. Valt

    30 aprile

    Femminismo becero.
    Prendere gli 883 con leggerezza eviterebbe queste delusioni inutili.

  4. Garnant

    30 aprile

    Io agli 883 perdono tutto perché Hanno uccido l’uomo ragno fu per una ventina di giorni un inno controculturale e io lo ascoltavo con i finestrini della macchina giù sentendomi benissimo. Poi vabbè è venuto il resto, il tormentone, la noia, la blanda misoginia.

  5. richiesto

    1 maggio

    Blanda misioginia da bar. Anzi, la cultura del bar di quartiere (il film Jolly Blue l’avete visto?). Gli 883 vanno visti come un documento storico. Un documento storico imprescindibile per chi negli anni a venire vorrà cimentarsi con la storia culturale italiana degli anni ’90.
    La grandezza di Pezzali sta nell’essere riuscito a descrivere un intero mondo – gli sfigati che se la raccontano – senza moralismi (del resto era uno di loro), con poche frasi e parole semplici su una metrica tanto banale quanto orecchiabile.
    Dopodiché, che le posizioni politiche espresse da un fenomeno così nazionalpopolare siano conservatrici, c’è poco di che stupirsi, la scoperta dell’acqua calda (scriveva di sottotesto maschilista Farabegoli qui: http://www.bastonate.com/2013/06/17/la-rubrica-pop-di-bastonate-che-oggi-chiameremo-birra-e-camogli-reloaded/).

    Episodio chiave in tal senso risulta “Come deve andare”: un testo che, partendo da un aneddoto – pezzali col suo motorino viene superato in salita da uno col motorino più ganzo -, finisce per tracciare le coordinate della filosofia pezzaliana, in una parola: fatalismo.

    Erano le vacanze di natale 
    dell’anno di quel freddo micidiale 
    il mio peugeot col freddo arrancava 
    tossiva un po’ partiva e si fermava 
    mi superò uno col fifty nero 
    lo vidi che rideva son sicuro 
    dell’alto del suo fifty sia di me che del peugeot. 
    Così tornai a casa un po’ umiliato 
    col giaccio che dal chiodo era entrato 
    in profondità nel mio orgoglio ferito 
    è allora che al volo ho realizzato 
    il rischio di passare la mia vita 
    sopra un peugeot che arranca in salita 
    mentre uno con il fifty ti sorpassa ride e va. 

    E tutto va come deve andare 
    o per lo meno così dicono 
    e tutto va come deve andare 
    o per lo meno me lo auguro. 

    Se ne andò il tempo delle mele 
    ed arrivò l’inferno delle pere 
    amici che non avrei più rivisto 
    sbattuti là scaraventati in pasto 
    a una realtà che qualche anno dopo 
    avrebbe già riscosso il suo tributo 
    da sola o con le quattro letterine magiche. 
    E c’erano quelli già sistemati 
    in società temuti e rispettati 
    guardavano con schifo mal celato 
    persone con cui avevano vissuto 
    non era più il tempo di parlare 
    con gente che era così inferiore 
    ridendo di un peugeot in salita che non ce la fa. 

    (Rit.)

    E siamo qui ai piedi di una strada 
    che sale su ripida e dissestata 
    la chiamano età della ragione 
    ci passano miliardi di persone. 
    Io spero di poterla fare tutta 
    guardare giù quando arriverò in vetta 
    anche arrancando come quel vecchissimo peugeot. 

    (Rit. X 2)

    Il tema è quello della conflittualità sociale: la salita come metafora delle gerarchie sociali. Vi si aggiungono precisi riferimenti alla diffusione dell’eroina prima, della coca poi, arrivando a descrivere senza censure un paesaggio umano fatto di meschinità, arrivismo e ipocrisia. Ed ecco, ignobilmente se vogliamo, Pezzali porre come soluzione a tutto ciò l’accettazione passiva dello status quo: o per lo meno così dicono, o per lo meno me lo auguro.
    Ne consegue tutto il resto: accettato lo stato di cose vigente, Pezzali e la sua compagnia non possono che introiettare il punto di vista di una società ultracompetitiva. Dapprima si costituiscono in branco, dopodiché gareggiano al maschio alfa (che sarebbe, a volte, il personaggio interpretato da Pezzali stesso: si veda a proposito in “Come mai” il verso in cui il nostro afferma: Gli amici se sapessero, che sono proprio io/ pensare che credevano, che fossi quasi un Dio/perché non mi fermavo mai/nessuna storia inutile/uccidersi d’amore ma per chi)
    .
    Un brano spesso dimenticato, e mi sorprendo manchi da questa analisi, è Aereoplano. Qui Pezzali lascia spazio a Caterina Rappoccio, cosìcché il mito (l’orrore!) della provincia come prigione è interpretato da un punto di vista femminile. La melodia da canto di chiesa moderno, l’arrangiamento al limite della legalità, la voce banale: una sciattezza composta che si rispecchia in un testo semplice ed elementare, nella migliore tradizione 883. Cattiva poesia che, come direbbe Barthes, arriva al punto: l’espressione dura e pure. Vero come uno schiaffo in faccia.
    Rappoccio canta: “Se capiterà che passerai per questo grigio cielo/tu lasciami un po’ di tutta quell’imensità/ Se capiterà che passerai ancora in questo cielo/regalerai almeno un po’ di libertà”. Una sorta di inno da vergine suicida stile Sofia Coppola. Poi, però, nel finale rispunta fuori Pezzali e il pezzo, da inno di libertà si trasforma nel canto dell’ennesima delusione amorosa in chiave patriarcale:

    Aeroplano che te ne vai lontano da qui chissà cosa vedrai 
    le luci della sua città 
    forse lui mi penserà 
    ma non so se crederci o no 
    forse non l’ho avuto mai e chissà se lo rivedrò ma tu me lo racconterai 
    Se capiterà che passerai per questo grigio cielo tu 
    riportami lui se non vorrà gli parlerai 

    Ad ogni modo non punterei il dito contro Pezzali. Il cantautore pavese ha solamente interpretato sogni e illusioni coltivati da una moltitudine di persone. Ha raccontato la storia di uno e di tutti, universalizzando le pene vissute da una generazione cresciuta con la tv e i flipper: figli di contadini catapultati nel riflusso, mentre la pianura padana diventava un’unica grande città. Per questo ritengo sbagliato il punto di partenza del post: gli 883 non hanno insegnato nulla, hanno solo raccontato un mondo – che per noi era il mondo dei fratelli e sorelle maggiori.
    Certo è che, sposandone il punto di vista da perdenti, hanno raffreddato ogni possibile conflitto sociale. E lo stesso modo in cui, in Rotta x casa di Dio, rivalutavano il camogli appena le cose andavano male.
    Prendila come viene: una morale conservatrice.

  6. Ilaria

    1 maggio

    Mi è piaciuto moltissimo il commento di Richiesto e lo condivido! Tra l’altro devo dire che avevo completamente cancellato dalla mente “Aereoplano”, sono perfino dovuta andare su you tube e finché non è partito il video non ne ricordavo nulla (poi dalla prima nota sì!). Be’, ma che dire allora di “Con un deca”? La provincia che ti sta stretta e da cui non te ne puoi andare, per cui ti culli con sogni improponibili di fama&ricchezza adeguandoti però poi alla realtà che non è poi così male (vorresti andartene dalla tua città ma alla fine sai che ci resti e tutto sommato lei ti proteggerà).

    Altra canzone che mi viene in mente: “O me o quei deficienti lì”, in cui si stigmatizza la tipica “fidanzata rompiscatole” che non comprendendo l’amicizia maschile cerca di disintegrarla chiedendo al fidanzato di scegliere tra lei e gli amici e ovviamente tutta la canzone è percorsa da questo brivido all’idea che una donna possa mettere in crisi il sodalizio maschile (e il tutto ruota sempre attorno al bar). Sì, anche per me (ma anche quando li ascoltavo da ragazzina ero consapevole che il loro fascino stesse lì) gli 883 non facevano altro che raccontare in modo dettagliato e preciso il mondo dei “fratelli più grandi” rispetto a me, quell’età che non vedevo l’ora di vivere e quando poi l’ho vissuta, e ancora loro erano in voga, non potevo che rispecchiarmici. Alla fine “Rotta per casa di Dio” la vedevo un po’ come il manifesto di certe serate tipiche in cui parti con mille aspettative e ti ritrovi a zero ma alla fine te la godi anche di più. Il “maschilismo” credo che allora non lo notassi meanche, avete ragione, erano canzoni che si cantavano a memoria senza pensare più di tanto al significato. “Sei un mito” quanto la cantavamo a squarciagola???
    Una cosa ridicola, dato che giustamente Richiesto nota come tutta la poetica di Pezzali sia decisamente conservatrice: “Gli anni” (tra l’altro canzone che passa e ripassa attualmente in radio grazie alla cover di Jack La Furia, e canzone che più nostalgica – e quindi conservatrice – di così è difficile da trovare) recita: “gli anni di Happy Days e di Ralph Malph”. Io al posto di Ralph Malph (che non sapevo chi fosse e allora non c’era google) le prime volte capivo “Karl Marx”. Sapevo ovviamente che non poteva certo essere quello il nome, ma siccome non capivo neanche che dicesse Ralph Malph (appunto perché il nome non mi diceva nulla), io ho sempre cantato “gli anni di Happy days e di Karl Marx” 😉

    “guarda di là quei cani che ululano
    per una femmina che dice di no
    adesso vanno in giro a fare gli eroi
    poi torneranno a casa un po’ come noi
    con un deca non si può andar via
    non ci basta neanche in pizzeria
    fermati un attimo all’automatico
    almeno a piedi non ci lascerà
    in questa città
    è l’ora che si tiran fuori le idee
    per diventare miliardari anche se
    esiste già quel che vogliamo inventare
    ci manca solo il disco orario solare
    resta la soluzione divi del rock
    molliamo tutto e ce ne andiamo a New York
    ma poi ti guardi in faccia e dici dov’è
    che vuoi che andiamo con ste’ facce io e te
    con un deca non si può andar via
    non ci basta neanche in pizzeria
    fermati un attimo all’automatico
    almeno a piedi non ci lascerà
    in questa città”

  7. Pe

    2 maggio

    Povero Max! Io penso ancora con affetto alle sue canzoni nonostante la sua tendenza da stalker a seguire le ragazze e nonostante mi abbiano obbligato a suonare Come mai con il flauto al saggio di terza media. Il punto è che davvero Max si è sempre rivolto a chi è cresciuto nei tristi paeselli di provincia dove i maschi ragionano in questo unico modo pensando di diventare più popolari stando al bar con gli amici o girando in macchina/moto. Detto questo Nord Sud Ovest Est mi ha dato la voglia di partire per cercare qualcosa che “forse quel che cerchi neanche c’è” e regalandomi lo stupore di scoprire che invece c’era davvero un mondo fuori dal paesello, Innamorare tanto invece continua a farmi sognare un uomo in grado di essere un eroe almeno a parole

  8. Simona

    11 maggio

    L’articolo che avrei sempre voluto scrivere. Tra l’altro, sembra incredibile, ma gli skinheads adorano gli 883

  9. Betty

    15 novembre

    Quanto qualunquismo rancoroso da “ero l’amica racchia che veniva sempre scartata per quella più carina e quindi sono cresciuta ciecamente incazzata coi maschi” leggo in queste tristi righe.

    Le canzoni degli 883 rappresentano uno scorcio fedelissimo di come la pensavano (e la pensano tuttora, per la maggior parte) i ragazzi di quegli anni. La cosa ancora più bella è che nelle loro canzoni riuscivano a racchiudere il pensiero di una fetta di ragazzi molto più ampia degli “sfigati” di cui in teoria facevano parte. Perchè di fatto chiunque è un po’ sfigato in qualche ambito e ognuno si è ritrovato, almeno una volta, per filo e per segno in una delle loro canzoni. Io per prima ero la cicciona brufolosa che non poteva avere alcuna chance col bello-e-dannato che preferiva la mia compagna di banco tettona. Ma mai e poi mai attribuirei a loro l’aver passato un qualche tipo di messaggio sbagliato perchè le loro canzoni parlano fedelmente di come venivano vissute le cose, da TUTTI, indipendentemente dall’essere o meno loro fan. Avete analizzato i loro testi con critica da psicoterapeuta cinquantenne (ma non potevano lasciarsi? ma non poteva decidersi? ma non poteva comportarsi diversamente? etc..) manco fossero film di Ozpetek, quando in realtà si parla di storie, avventure e amori adolescenziali perciò impulsivi, confusi, emozionanti e a volte contraddittori..come è normale che siano a quell’età (e ci mancherebbe che non fossero così!). E come sono sempre stati prima, durante e dopo gli 883.

    Inoltre, mi sentirei un’ipocrita ad accusarli di aver creato una “visione sbagliata della donna”, dato che noi per prime morivamo dietro ai più belli e “gettonati” (che spesso -col senno di poi- erano anche i più bulli/prepotenti/antipatici) e non eravamo di sicuro attratte dal più brutto (ma simpatico eh!) della classe perchè preferivamo la personalità all’estetica. Quindi eviterei questo tipo di ritorsioni da quattro soldi perchè non vi fanno fare una bella figura (e continuare a ripetere che in realtà le cantavate anche voi quelle canzoni non migliora le cose, anzi).

    Ricercare, a distanza di vent’anni, anche solo un barlume di erroneità nei messaggi trasmessi dagli 883 è segno di un femminismo ben lontano dall’innovativa e lucida “rivoluzione” di cui vi riempite tanto la bocca…forse fareste meglio a correggere il tiro verso le lezioni di catechismo a cui tanto vi vantate di aver partecipato, e cercare di capire che tipo di messaggi vi hanno inculcato quelle piuttosto…

  10. EMANUELE

    19 gennaio

    Post vecchio, ma Betty mi ha anticipato di quasi tre anni.

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