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“…e adesso, pedalo”: Wadjda, una...

“…e adesso, pedalo”: Wadjda, una di noi

Wadjda wadjda-1(La Bicicletta Verde, 2012) è il primo film ad essere interamente girato in Arabia Saudita, ed è il primo lungometraggio della regista saudita Haifaa al Mansour.
La protagonista è Wadjda, ragazza preadolescente che identifichiamo subito come uno spirito affine, “una di noi”. Lo si intuisce dall’orlo dei jeans che sbucano da sotto l’abaya grigia che funge da divisa scolastica e dalle Converse nere con i lacci viola, che saltano all’occhio in un mare di mocassini neri e calzini bianchi. Wadjda vorrebbe avere una bicicletta per sfidare il suo amico Ali, ma per questo le servono dei soldi: inizia quindi a mettere da parte quel che può, vendendo braccialetti e nastroni alle compagne di scuola e facendo da intermediario fra le ragazze più grandi ed i loro spasimanti, consegnando lettere e messaggi. La grande occasione arriva con un concorso di recitazione dei versi del Corano, indetto dalla scuola: la cifra in palio è di ottocento riyal, esattamente la cifra che le serve per comprare la bici. Wadjda decide di partecipare, trasformandosi da ragazzina ribelle in una “devota” modello.
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I soldi non sono però l’unico problema: cosa direbbe la gente vedendo una ragazza andare in bici? Ma soprattutto, e se l’andare in bici potesse compromettere la sua verginità o la capacità di avere, un giorno, dei figli? Cosa ne sarebbe di lei, chi la sposerebbe? In un paese dove alle donne è proibito guidare ed alle ragazze viene intimato di non ridere mentre sono nel cortile della scuola perché gli uomini da fuori potrebbero sentirle, gli sforzi di Wadjda per ottenere la bicicletta diventano un vero e proprio simbolo di lotta per l’emancipazione femminile. Ma quanto possono l’impegno e la determinazione di Wadjda contro anni e anni di disparità, di segregazione e di pregiudizi internalizzati dalle donne stesse?
Nonostante abbia alcune riserve*, questo è un film che va assolutamente visto. Con un consiglio: andate al cinema in bici, perché vi garantisco che, dopo la visione, avrete solo voglia di pedalare. E anche di mettervi lo smalto blu sui piedi- ma questa è un’altra storia.

 

[*]Mi riferisco al fenomeno che Thomas Elsaesser definisce “impersoNation”, o “self-Othering”, ossia il modo in cui gli stereotipi ed i cliché relativi ad una certa nazionalità vengono appropriati e riproposti nei film provenienti da quella stessa nazione. Nel caso di Wadjda, un film indirizzato prevalentemente a un pubblico internazionale, mi sono chiesta se alcuni dettagli (tipo quello del perdere la verginità andando in bici, per esempio) fossero stati volutamente esagerati per rimarcare l’arretratezza di certi aspetti della società saudita.
Anche il fatto che Wadjda e le sue compagne sparlino del presunto amante della preside come di un fatto scandaloso fa riflettere: se da una parte questo rispecchia il modo in cui certi atteggiamenti vengono internalizzati, dall’altra il film sembrerebbe ricadere negli stessi pregiudizi che impediscono a Wadjda di avere una bicicletta (una ragazza perbene non va in bici/ una donna perbene non ha un amante). Ma non lasciate che queste mie considerazioni vi impediscano di guardare un film che davvero merita di esser visto.


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