Crea sito

Distanze

Ratzikali copy copy
Poco tempo fa ho avuto la sfortuna di partecipare ad un funerale. In chiesa. Seduta in seconda fila, in quanto il neo dipartito mi era genealogicamente vicino. Ho avuto così la possibilità di osservare nel dettaglio la ripetitiva liturgia che accompagna il saluto cristiano cattolico ai defunti, mentre le ginocchia (mie e di tutti) tremavano per il gelo umido che impantanava la piccola chiesa di paese, gremita di quasi tutti gli abitanti del minuscolo centro di montagna. Dopo pochissimi minuti mi sono tornate in mente le parole che, in un’occasione simile e recente (dovrei cominciare a grattarmi qualcosa per scaramanzia, direte voi), mi aveva rivolto un amico: qualcosa a che vedere con gli automatismi di certi riti, che c’entrava con l’assenza critica e mentale di quasi chiunque vi prenda parte periodicamente, se non certa, perlomeno trasparente grazie al meccanicismo dei gesti dei fedeli che potevamo entrambi trovare intorno a noi. Ovviamente, la cosa l’ho sperimentata anche quella domenica: dal panegirico del prete, che ha iniziato a salmodiare con sempre maggiore enfasi (e con dei tempi tra una sillaba e l’altra che ricordavano la parlata di un cronista particolarmente laconico) e a circuire le menti in ascolto riguardo le promesse del dopo vita, alla prontezza con cui chiunque fosse seduto su quelle durissime panche di legno sbeccato si alzava, inginocchiava, sedeva e rialzava quando necessario, al fanatismo speranzoso leggibile negli occhi delle vecchiette imbacuccate. Frutto di abitudine: frutto di un contatto costante con certe tradizioni, di un’educazione che, di norma, ci induce a fidarci fin da bambini di storie di prodigi tramandate da centinaia d’anni; un’abitudine che, fintanto che si parli di qualcosa che rientra nei ‘canoni’, non ci consente di chiederci perché. Mistero della fede: il prete che circumnaviga la bara agitando un incensiere è normale; il rito della comunione, quasi massonico, con la consegna dell’ostia dalla mano dell’officiante alla bocca del questuante; la sequenza perfetta del corpo e del sangue di Cristo, con il calice dorato, il fondo da ripulire con un filo d’acqua, l’interno da asciugare con un fazzoletto bianco.
‘Sembrava quasi una cerimonia pagana’, ha commentato la mia spesso polemica madre una volta in macchina, lontani da orecchie prone all’offesa facile. E in effetti lo è, e non c’è niente di strano: ma, per vari motivi, abbiamo dimenticato la discendenza di certe tradizioni, così come spesso dimentichiamo che il pollice opponibile non ci distingue poi tanto dalle scimmie, e l’elevatezza intellettuale che crediamo di aver raggiunto nell’anno 2013 ci fa credere di poter giudicare altre tradizioni. Di altri paesi. A cui altri popoli sono abituati da cicliche esistenze, per i quali la nascita di un messia sotto l’albero della bodhi, o la raffigurazione di una divinità dal temperamento violento, la pelle blu, e dotata di molteplici arti superiori, sono perfettamente normali – e che pure molti al di qua di quelle terre giudicano triviali, primitive, inconcepibili perché estranee al loro immaginario.
Una crisi non è necessariamente qualcosa di negativo: può avvicinare alla sua matrice, che può far riflettere, riconsiderare; vorrei, davvero tanto, che i fedeli di qualsiasi religione potessero avvicinarsi a quella di un’altra cultura privi di un senso superiorità a priori, guardarla, trovarvi la stessa affascinante e spaventosa cecità di fronte all’irrazionale, e smettere di criticarla per la distanza che credono le separi. Non ci vuole poi molto: a capire che il Gange e Lourdes non sono diversi; che una Madonna che piange sangue non è meno truce e terrorizzante di un sacrificio animale; che un santuario fra tronchi d’albero ha la stessa funzione di guglie impreziosite da puttini e sacre concezioni. Entrare in crisi: discutete la vostra vocazione; chiedetevi perché un uomo nudo e sanguinolento su un crocifisso sia più accettabile e credibile di chi ha raggiunto l’illuminazione mediante il digiuno e la respirazione; so che il terrore di ritrovarsi a non poter più credere in niente, perché niente spiccherebbe per affidabilità, paralizza, ma vorrei che le persone la piantassero di adeguarsi perché è la strada più breve.

(Illustrazione di Laura Vivacqua)


RELATED POST

  1. Chiara

    14 febbraio

    Questo post parla d’un’esperienza che anch’io ho vissuto da poco con analoghi pensieri. Non ho trovato mai le parole o il luogo per parlarne; spero che non disturbi nessuno se approfitterò di questo spazio per farlo qui.

    La necessaria premessa è che, assieme a mia sorella, sono l’unica persona italiana della mia generazione che io conosca che non ha mai frequentato la chiesa. Non per il catechismo, la comunione, la cresima. Sono entrata in chiesa per qualche matrimonio e qualche funerale, ma non dall’inizio alla fine della messa e restando in piedi in fondo, ampiamente distratta; sono restata insomma totalmente estranea a ogni passo della liturgia cattolica e solo per via d’una maestra particolarmente bigotta conosco a memoria il padre nostro. Recentemente, invece, mi sono trovata per vie traverse a frequentare una famiglia molto cattolica d’un paesino molto, molto piccolo. Tristemente, qualcuno di quella famiglia è venuto a mancare e io ho partecipato a tutti i riti cui le persone cui volevo bene avrebbero partecipato per ricordare il loro caro estinto: ciò ha compreso un funerale, naturalmente, nonché un rosario nella casa del defunto, cui hanno preso parte tutti i membri del paese che abbiano trovato posto.

    La primitività del rituale mi ha stregata. La ripetitività quasi ossessiva delle litanie e dei gesti, la partecipazione collettiva che alterna ritmicamente momenti passivi di raccoglimento e momenti attivi di responsione, perfino il vestiario monocromatico, tutto concorre così evidentemente a indurre nei presenti quell’assenza mentale di cui parla l’autrice del post, lo scopo è così palesemente il raggiungimento d’un picco emotivo parossistico oltre il quale non può che sopraggiungere lo svuotamento, che mi è sembrato inconcepibile che chi partecipava non sapesse tutto questo. Non mi stupisce che vi si prenda parte, anzi, devo dire che ho capito più del potere della religione cattolica in quelle ore che in anni di studio e senso critico. Comprendo l’efficacia del rito cui ho partecipato. Anzi, ho colto dentro di me che, quando affronterò un lutto, avrò la necessità tutta umana di costruire per me stessa un tipo di conforto comunitario e ritualizzato come questo, dal momento in cui questo rito particolare invece per me non è efficace. Il punto non è comprenderne l’efficacia o il senso, la cosa che mi sconvolge è l’inconsapevolezza dei presenti. Persone adulte, spesso dotate di personalità; persone che non s’inginocchierebbero davanti a un uomo se non indossasse quelle vesti, persone che pesano criticamente le parole che ascoltano a meno che non vengano da dietro un altare. L’abiezione che ho visto rivelata in quell’istante è la scelta consapevole dell’istituzione ecclesiastica di tenere i suoi sudditi in quell’ignoranza.

    A livello teorico, sono cose che sapevo. Vederle e viverle mi ha comunque impressionato.

  2. Ilaria M

    18 febbraio

    Credo che sarò una voce fuori dal coro di SR (di cui sono una “fedele” lettrice), ma mi sento di commentare questo post… sono Cristiana Cattolica praticante e (costantemente) vacillante. Io credo che, a parte i/le vecchietti/e che sono cresciuti a pane e processioni, le persone adulte e giovani che continuano a frequentare la Chiesa siano riflettenti e consapevoli dei riti che vivono, insieme. E’ ovvio che un Rito, come quello dell’Eucarestia in ambito religioso, unisca le persone senza che ci riflettano sopra nel momento stesso in cui lo compiono. Detto questo, credo che ognuno possa poi approfondire, riflettere e conoscere il Senso di ciò che fa, in primis dell’Eucarestia. Anzi, mi sembra un dovere farlo, visto che siamo dotati di ragione, oltre che di fede (chi ce l’ha). Posso dirti che almeno io mi metto costantemente in discussione e metto altrettanto in discussione la mia fede. E per questo, probabilmente, questa è spesso vacillante.
    Detto ciò, non vedo il nesso tra rituali non ragionati (o ragionevoli) e poco rispetto nei confronti delle altre religioni. Anzi, la tolleranza e il dialogo con le altre fedi mi sembra proprio la direzione verso cui si sta cercando di procedere. Almeno in questo, l’apertura della Chiesa Cattolica mi sembra lampante in questi ultimi anni.
    Infine, non credo che adeguarsi (termine che non mi sembra adatto) alla Fede Cattolica sia la strada più breve. Anzi, per me, che cerco costantemente un confronto e che ho amici completamente estranei a questa, non è per niente facile. Mi rendo conto che ognuno parla dal suo punto di vista, pertanto ho sentito il bisogno di condividere con voi il mio.

  3. Ilaria M

    18 febbraio

    Sono una vostra “fedele” lettrice e una cristiana cattolica praticante e (costantemente) vacillante. Mi sento un po’ un pesce fuor d’acqua nel mare di SR, ma proprio per questo credo che un mio commento ad un post come questo possa essere interessante.
    Mi sembra ovvio che i Riti siano dei potenti mezzi di aggregazione, inoltre hanno un Senso e un significato non immediatamente e razionalmente comprensibili, come, in ambito religioso, l’Eucarestia. Detto questo credo sia dovere di ogni credente informarsi, cercare di capire e, appunto, dare un senso a ciò che si sta compiendo, insieme. Altrimenti sarebbero dei gesti assolutamente vuoti. Credo che ogni cristiano di oggi, ossia ogni persona adulta e giovane dotata di ragione (e fede in questo caso), che hanno ricevuto un’educazione non solo cattolica, si confronti costantemente con la propria fede e con il Mondo. E si metta in discussione…. o almeno, io posso assicurarti che lo faccio. Credo siano lontani i tempi in cui si veniva cresciuti a pane e processioni, in assenza di un pensiero critico.
    Detto questo, non capisco il nesso che poni tra il partecipare a riti cristiani e lo scarso rispetto nei confronti delle altre religioni/idee. Se c’è un’apertura, uno spiraglio di cambiamento, da qualche anno a questa parte, da parte delle alte cariche religiose è proprio nei confronti del dialogo religioso. E credo che questo si rifletta anche in chi fa parte della Chiesa Cattolica, ossia i suoi fedeli, che anzi sono proprio coloro i quali la costituiscono.
    Infine, l’adeguarsi (termine che non mi sembra adatto) alla fede cristiana ti posso assicurare che non è la via più breve e più facile. Forse lo è fin tanto che sei bambino e vivi in provincia, dove tutti vano a catechismo e fanno la comunione…. quindi lo fai anche tu (e qui sì, inconsapevolmente). Ma, parlo della mia esperienza personale, poter fare capire il proprio punto di vista su una cosa tanto profonda come la fede, non è facile. Considerato il fatto che la maggior parte delle persone che frequento e con cui mi confronto si dice atea o “credo in Dio, ma non nella Chiesa” etc.
    Non so se sono riuscita a farvi capire un punto di vista diverso e, credo, altrettanto valido. Lo spero.

  4. ilaria M

    18 febbraio

    Ops, credo di essermi ripetuta. Pensavo di non averlo pubblicato! Scusate!

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

By using this form you agree with the storage and handling of your data by this website.

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.