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Vocazione indotta, da Alicia Silverstone alla tetr...

Vocazione indotta, da Alicia Silverstone alla tetra gonna grigio scozzese

Era il 1993 e sugli schermi di Mtv passavano Alicia Silverstone e Liv Tyler in divisa scolastica.

Il video – so che ve lo ricordate – era il video di Crazy degli Aerosmith, la cui trama è quella scarna e perfetta che incanta qualsiasi adolescente, ovvero: tagliamo la corda e facciamo qualsiasi cosa.

Se sei adolescente e vedi un video del genere non te lo scordi tanto in fretta. Al contrario, inizi a scavare crocette sul calendario e a fare i conti col tempo che manca alla tua prima vacanza da solo.

Per quel che mi riguarda, invece, non pensavo alle vacanze. Ancora troppo lontane. No, io pensavo alla divisa, che era il mio motivo specifico per sentirmi in comunione con le protagoniste del video. Non che io portassi calzettoni immacolati e ammiccanti sotto il ginocchio (ricordo invece pesanti calzamaglie scure, ad anni luce dalle fughe in decapottabile delle due di cui sopra), né eleganti scarpe bicolore. Ma già per quanto concerne la questione della gonna scozzese, c’era una certa similitudine. E la camicia bianca. Anche lì c’era similitudine. Era innegabile. Qualcosa ci univa. Ed ero grata al mondo per quel video, che ai miei occhi riusciva a riabilitare quella strana minoranza di cui facevo parte. Vedevo la fuga di Alicia Silvestone e sapevo che anch’io, un giorno, mi sarei strappata la camicetta da un auto in corsa.

scuola-cattolica

La mia era una scuola privata cattolica, quasi del tutto in mano alle suore. Uno di quei comprensori giganti in cui la piccola comunità di sorelle vive e lavora (le cruciali gonne scozzesi le producevano loro stesse, di qui la tetra scelta del colore grigio). La scuola comprendeva asilo, elementari e medie. I miei insegnanti erano per tre quarti monache. La professoressa di scienze, era monaca anche lei (e non scorderò mai come evidenziasse ‘la scintilla divina’ nello scarto evolutivo fra l’australopiteco e l’homo). All’inizio e alla fine delle lezioni si pregava, così come si celebrava messa all’inizio e alla fine dell’anno scolastico. Ad ogni messa inoltre era necessario leggessimo degli ‘intenti’ e dei ‘ringraziamenti’ scritti da noi. Roba parecchio retorica, se vogliamo. Spore di buonismo e infusi di spirito cattolico. E poi ovviamente c’era l’abnegazione – espressa al meglio dalla famosa divisa. Al di là delle lezioni e della didattica, infatti, aleggiava ovunque un presupposto di ‘punizione imminente’ e ‘senso di colpa aprioristico’ che inducevano con facilità al desiderio di rinnegarsi e rinnegare, e mentire, e cercare di salvarsi il culo. Se ti immaginavi di essere la serva di qualcuno eri sulla strada giusta (e giuro che una volta io ci avevo giocato ‘alla serva’, e di mia sponte oltretutto, anche se è possibile stessi interpretando Cenerentola). Meglio se questo qualcuno era direttamente Dio. Se dovevi rinnegarti come individuo poi, figuriamoci come donna. Restare silenziose e accollate era l’ideale verso il quale spingerci. Gonna grigia, maglione blu e, possibilmente, capelli raccolti. Non tutte le suore avevano la stessa intransigenza, ma ce ne era una in particolare, che doveva avere un certo corredo psicologico alle spalle. Una volta osservò la gonna sopra il ginocchio di una mia compagna (avevamo 7/8 anni) e se ne uscì: ‘minigonna, minitesta’. Un’altra volta capitò a me. Indossavo un cerchietto nuovo; magari non era elegante (in effetti credo fosse fucsia con sopra della stoffa rosa arricciata a mò di volant) ma io ne ero comunque entusiasta. Per qualche ragione, ad un certo punto si rivolse a me dicendo: “Sembri una cameriera”.

Ma non era tutto da buttare. C’era anche del buon senso, da qualche parte. Ad esempio. Una delle cose migliori della scuola era, per così dire, la sensibilità artistica; specie musicale. ‘Musica’ era già una materia delle scuole elementari. E per chi lo volesse, c’era la possibilità di fare lezioni extra di strumento (violoncello, violino o piano alle elementari, per iscriversi poi in caso al conservatorio e chitarra alle medie). Inoltre venivamo portati saltuariamente a serate teatrali e concerti. E certo non mancavano le recite, nelle quali cantavamo, suonavamo, e ovviamente recitavamo. A compensazione della suora sputasentenze poi, ce ne era un’altra di più ampie veduta (non a caso considerata ‘comunista’) che ci portava spesso a vedere documentari e film (tra cui i Blues Brothers!) e che era solita dirci ‘pensate mille per avere cento’. Una vera sediziosa-sognatrice, insomma.

Quando esci da una scuola del genere e arrivi in una scuola superiore pubblica, vivi una serie di piccoli attimi di stupore, fra i quali: la prof di italiano che critica apertamente la Chiesa, l’uscita in massa nell’ora di religione frequentata da quattro persone su venticinque, i distributori automatici. E ti ritrovi a pensare ‘lo sospettavo’, e da un lato tiri un sospiro di sollievo, dall’altro sai che non importerà più a nessuno dei tuoi credo, dei tuoi intenti e dei tuoi ringraziamenti. Arriverai a fare le tue scelte in autonomia e la vastità del libero pensiero ti farà correre un brivido lungo la schiena. Ma, allo stesso tempo farai dei lunghi conti con la mentalità che ti è stata cucita addosso che, condivisa o no, fa ormai parte di te.


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  1. Margherita b

    3 febbraio

    Finisco sempre per commentare le cose un anno dopo, ma è colpa della sezione “related posts” che mi fa vagare allegramente per il blog. Comunque, ti capisco. Io ho fatto la scuola materna e le elementari in due istituti cattolici, uno dei quali gestito da suore.
    Ancora oggi, dopo dieci anni, l’unico aggettivo che mi viene in mente è: bizzarro.
    Io ho scampato la divisa con la gonnella però, avevamo i grembiulini diversi per maschi e femmine. Una nota positiva era che non fossero rosa e azzurri ma gialli e verdi, il che aiutava abbastanza a destreggiarsi nel acre mondo della separazione di genere.
    Comunque mi hanno fatto odiare il giallo fino al mio dodicesimo compleanno.

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