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“Le lacrime dello stupratore” – ...

“Le lacrime dello stupratore” – Reagire al basso giornalismo con ondate di cyberattivismo

I titolisti del Trentino e dell’Adige, i due quotidiani locali della città in cui vivo, sono spesso nei miei pensieri. Me li immagino, chiusi dei loro uffici, tutti intenti a partorire le frasi ad effetto sulle quali tutti noi studenti fuori sede ci troviamo periodicamente a ridere o a sputare bestemmie, a seconda dei casi.
Tra trattori ribaltati, orsi ladri di miele, discussioni trasformate in risse tra gang rivali e bidoni dell’immondizia assassini, l’intrattenimento non manca mai.

Viene però da mettersi le mani nei capelli quando, andando al lavoro un lunedì mattina, ci si trova a dover leggere strilloni come questo.

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Un titolo del genere è inaccettabile sotto svariati di punti di vista. Non comunica alcuna informazione significativa sullo stupro in questione, tanto per cominciare. Inoltre – e qui si origina la mia ira – si pone come lampante esempio di una deleteria tendenza riscontrabile nelle prassi del giornalismo di cronaca italiano. Come hanno magistralmente osservato Loredana Lipperini e Michela Murgia nel libro “L’ho uccisa perché l’amavo” (Falso!), vale la pena di soffermarsi sul modo in cui vengono riportate le notizie che riguardano violenze e femminicidi, non solo per comprendere in che tipo di clima culturale siamo immersi, ma anche per farci promotori di un mutamento che riguardi i linguaggi attraverso i quali vengono descritti ed elaborati questi crimini.

Un titolo come quello che ci ha offerto quest’oggi il Trentino, che non è assolutamente una rarità, fa schifo ed è meritevole di critica perché rappresenta una reiterazione della violenza di cui parla. Dipinge il violentatore come una persona immediatamente pentitasi del suo gesto. Pone le sue trascurabilissime lacrime al centro della narrazione. Come spesso accade, riduce la violenza ad un singolo episodio di completa irrazionalità.

Ma, in linea con le tendenze generali che riguardano il fenomeno, questo stupro non è stato un gesto di follia da parte di uno sconosciuto. La donna che i titolisti del Trentino hanno avuto cura di estrarre a forza dalla loro locandina conosceva lo stupratore. Prima che la violenza sessuale avesse atto, c’era stato un rifiuto da parte sua, un tentativo di allontanarsi. Far passare l’episodio per un raptus o un colpo di matto, dunque, evita un’interrogazione che sarebbe invece fondamentale, sul tipo di contesto sociale e culturale nel quale ad un uomo pare legittimo e accettabile usare, sottomettere con la forza o punire una donna come se fosse di sua proprietà.

Chi commette violenze come quella che oggi occupa le prime pagine dei quotidiani trentini lo fa appartemente dimenticando l’umanità della persona che si trova davanti, riducendola ad oggetto. Esempi di pessimo giornalismo come quello del quale sono stata testimone questa mattina agiscono sulla stessa linea. Tentare di vendere qualche copia in più calcando la mano sulle vite e le esperienze drammatiche delle donne toccate dalla violenza non è giustificabile. Si tratta di un gesto squallido, che resta tale anche alla luce della necessità di essere competitivi nel mondo in crisi del giornalismo cartaceo.

In definitiva, viene da chiedersi cosa si possa fare per contribuire in qualche modo al cambiamento dei linguaggi attraverso i quali si racconta la violenza, con la speranza che ciò aiuti anche a mutare il modo in cui viene percepita. Una via possibile, che noi di Soft Revolution consigliamo, è quella del cyberattivismo: in questo caso, fare direttamente pressione sui quotidiani, per far capire che certe pratiche vanno abbandonate, se non si vogliono perdere lettori e credibilità.

Vi invito, dunque, a mandare una mail alla redazione del Trentino, che fa parte del Gruppo Editoriale L’Espresso, per far sì che questo episodio non cada nel dimenticatoio e che, auspicabilmente, i prossimi titoli siano migliori.

L’indirizzo è questo: trento@giornaletrentino.it

Sentitevi liberi di dire la vostra o di usare questo articolo nel testo della mail.


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  1. ilaria

    21 ottobre

    Di solito non partecipo a questo tipo di iniziative ma stavolta sì. Che cavolo mi significa quel titolo??? Mando la mail adesso, sperando anche che mi diano una risposta, una spiegazione…perché sono curiosa.

  2. Campa

    21 ottobre

    [OT]
    I titoli del trentino sono sempre tremendi. (non che li si voglia giustificare, ovvio.
    Ricordo che nella mia camera da fuori sede avevo un “Ruba pappagallo da 1500 euro in piazza Duomo”
    [Fine OT]

  3. Giulia Conte

    21 ottobre

    Grazie per la foto e la segnalazione. Preziose entrambe. La mail la inviamo sì che cavolo

  4. roberta

    22 ottobre

    L’ho mandata. vediamo se rispondono… grazie per la segnalazione!

  5. Benedetta

    22 ottobre

    Ho inviato la mail ieri pomeriggio e dopo 15 minuti mi hanno risposto.
    Pur con tutta la gentilezza con cui mi hanno risposto, rimangono degli strilloni.

  6. Sabrina

    11 novembre

    Concordo sul fatto che il titolo sia stato creato ad hoc per attirare l’attenzione e che i giornalisti, spesso, pur di accaparrarsi il primato della notizia scrivano articoli superficiali. Ma le domande da porsi, secondo me, sono altre, non tanto come punire, lapidare, flagellare il colpevole di uno stupro ma quali sono le cause che spingono l’uomo ad agire in questo modo nei confronti delle donne? Ci sono dei traumi psicologici in particolare, quanto influisce l’essere cresciuti in un contesto violento? Come dovrebbe comportarsi la società e, soprattutto, lo Stato per PREVENIRE fenomeni di questo genere? IO credo che, da questo punto di vista, il giornalismo abbia forti lacune che spesso sono anche volute perchè si punta di più a vendere copie o ad alzare l’indice di ascolto. L’attenzione è tutta sul dolore, sulla rabbia, sulla voglia di fare occhio per occhio che, per quanto umanamente e istintivamente possano essere condivisibili, non portano a nessuna svolta se non quella di demonizzare i colpevoli e provocare altra violenza.

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