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Venire male in foto

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Fotogènico agg. – Che si presta a essere fotografato con buoni risultati, che ha un aspetto e un atteggiamento (soprattutto del viso) particolarmente adatti per riprese fotografiche, cinematografiche e televisive: una ragazza f.; volto f…

Di recente, durante una serata passata in compagnia, mi è capitato di apostrofare in modo eccessivamente disperato un amico del mio ragazzo che stava tentando di fare una foto col suo telefono al gruppo raccolto in strada, al centro del quale mi trovavo io.

“No, dai. Mettilo via! Vuoi sapere un segreto? Odio farmi fotografare, per favore lascia stare.”

La sua risposta, biascicata: “Di cos’hai paura? Che ti rubi la vita?”

Eravamo tutti evidentemente su di giri, ma ciò non giustifica l’ennesima dimostrazione di paranoia da parte mia, al solo pensiero di comparire in una fotografia.

Ebbene sì. La mia precaria autostima è costantemente messa a dura prova da ciò che è stato diagnosticato definito come il mio “dono”: la scarsa fotogenicità.

Il termine (originalmente in spagnolo: “el don”), risale ai tempi in cui vivevo a Firenze, ed è stato coniato dalla mia ex coinquilina spagnola. Persona splendida, Amaia non intendeva offendermi; la sua battuta è divenuta in breve tempo una formula dietro cui riuscivamo a nascondere con ironia l’incredibilità di alcune foto.

 Io, il dono e la mia amica spagnola (nascosta dal grosso gatto scontornato male)

Io, il dono e la mia amica spagnola (nascosta dal grosso gatto scontornato male)

Non sono nata con questo dono. Le foto di me infante mostrano una Valeria spensierata, e proprio per questo forse si tratta di foto graziose. Mi definireste buffa, per le mie espressioni, non brutta.

Tutto cambia con l’avvento della pubertà, la frequentazione della scuola media, l’apparecchio fisso, i pile, l’elastico per capelli. Tutte cose per me prima non pervenute. Le foto di quel periodo (rigorosamente scattate con macchinette Kodak usa e getta, o con l’Olympus analogica di mio padre) mi ritraggono come un mostro. L’apparecchio ai denti mi metteva a disagio, così evitavo di sorridere e complicavo la resa della foto finale: solo musi lunghi. Estate, foto di gruppo dei campi estivi: musi lunghi. Mi divertivo tantissimo, best time of my life, ma non mostravo i denti: musi lunghi.

Era il periodo dei capelli lunghi e lisci, ma io non sapevo gestirli, così li legavo goffamente, e il risultato era un volto incorniciato da capelli appiattiti. Righe in mezzo che neanche l’autostrada. Com’era possibile che questa persona, orribile in foto, fosse la stessa bambina delle foto esposte nella cucina di casa Righele, sorrisoni e capelli al vento (morbidi, lucenti, all’apparenza opera di un hair stylist di tutto rispetto)? La cosa peggiore è che non mi interessavo troppo del mio aspetto, ma quelle foto mi costringevano a fare i conti con la terribile verità: non ero bella, l’immagine mentale che capitanava la mia testa (:ragazzina tutto sommato normale), non corrispondeva a quella reale, quella vista da tutti.
Tuttavia nessuno mi ha mai presa in giro fino alle superiori. Ai tempi del liceo, le gite avevano introdotto nuove dinamiche grottesche. Le foto delle gite sono per me dei ricordi grandiosi di bei periodi, ma anche materiale che mi è costato grande delusione e derisione. Immaginatevi delle amiche che (ai tempi si era già passati alle macchine fotografiche digitali) riguardano le foto nella memory card e ridono, zoomando sulla vostra faccia. Crepapelle. Ridi anche tu, perché l’ambiente è contagioso. Ma sotto sotto, speri di venire meglio nell’inevitabile foto del giorno dopo. Oppure speri malignamente che qualcun altro venga peggio di te e ti spodesti dal titolo di “Ma che faccia avevi? 2005”.

Ai tempi photoshop era solo una parola in inglese priva di significato, per noi. Non conoscevamo filtri, ombre, particolari che rendessero le foto “meno vere” e più appetibili per le nostre coscienze bramose di foto ricordo, ma consce dei limiti estetici del buona-la-prima.
Ho vissuto quindi sempre con disagio il momento della posa per la foto. Sebbene mi concentrassi, ripetendo a mente che non avrei dovuto muovere un muscolo per evitare la smorfia alla Sloth dei Goonies, non c’era verso.

Invece di dire CHEESE, sembrava piuttosto sibilassi EGG.
Ne parlai con un amico (fotogenico), il quale mi mi consigliò di cercare davanti allo specchio l’espressione “giusta” che mi sarebbe tornata utile al momento del prossimo scatto. Un’espressione-tipo che potevo assumere di volta in volta, risultando spontanea e carina. Niente da fare. Non che non mi applicassi. Ma il volto riflesso nello specchio non era mai quello impresso nella fotografia. Egg.

Vorrei poter dire che si tratta di shatush, ma è solo ricrescita.

Vorrei poter dire che si tratta di shatush, ma è solo ricrescita.

L’adolescenza non è un periodo facile per l’autostima. Io avevo trovato la quadra (ovvero, avevo finito di piangermi addosso) solamente evitando di farmi delle foto. Un comportamento molto immaturo (col senno di poi, vorrei avere più foto di quel periodo; spero solo la memoria non mi tradisca mai, certi momenti li conservo in un cassetto speciale del cervello).

Certo, durante le vacanze estive era difficile attenersi alla Regola. Le macchinette fotografiche spuntavano da ogni dove, ma era bello tenersi a braccetto con le amiche e scattarsi delle foto “pre uscita” e “post uscita” o documentare i progressi dell’abbronzatura (per me della scottatura). Ma il “dono” era lì, sempre, pronto a rovinare foto che, senza se e senza ma, sarebbero state degne di cornice e esposizione sopra il camino, non fosse stato per quel naso, quei denti, quegli occhi! I miei.
Le amiche non ci facevano caso, ma io avrei solo voluto nascondere la testa sotto la sabbia, per il senso di colpa e di vergogna.

Come ho detto, il termine “dono” è stato coniato ai tempi dell’Università. Un periodo della mia vita tutto sommato piuttosto sereno, in cui avevo maturato una certa sicurezza interiore. Nelle foto di quel periodo, paradossalmente, la scarsa fotogenicità si presentava con meno assiduità rispetto ad un tempo, ma la mia ex coinquilina fu comunque abile nell’identificare e catalogare il subdolo fenomeno, scoperchiando il vaso di Pandora delle paranoie giovanili.

Io che mangio una mela a Barcellona. Foto di Diane Arbus

Io che mangio una mela a Barcellona. Foto di Diane Arbus

Con il parallelo avvento di Facebook, dovetti fare i miei conti da capo. Anche se riuscivo ad arginare la presenza delle mie foto sul social network (salvo quelle delle vacanze: ho delle amiche tanto care, che però amano render pubblici album carichi di foto che non dovrebbero vedere la luce del sole; ma esistono pur sempre i tag levabili), la conseguenza più infida dell’avere un profilo era (è) il fatto di poter vedere quello degli altri, e le foto degli altri. Un trionfo di fotogenia. E di egocentrismi (o cacce al like). Ma quando nella tua cartella “Foto” hai solo scatti discutibili, vedere che tutto il resto del mondo pubblica delle foto personali che sembrano appena uscite dall’archivio della Magnum, vorresti solo piangere, non ti interessa granché questionare sulla discutibilità di certi esibizionismi.

Che fare, quindi?

Scartata l’opzione “pianto” e la giovanile “basta con le foto”, i suggerimenti della me-gifted sono i seguenti:

a) fare foto concentrandosi sulla piacevolezza del momento (“Forza della natura meravigliosa e scura bella da far paura nanananana”)

b) puntare sulla propria autoironia per venirne fuori con dignità (“Assomiglio a Steve Buscemi!”)

c) dare la caccia al dettaglio salvabile (“Beh, i capelli mi stanno bene almeno…”)

Poi, oh, se non vi va di farvi foto, non fatevele. Nessuno vi biasimerà per non aver documentato con un album la vostra presenza alla Biennale o al Festival della briscola.

Quella sera reagii con capriccio alla vista della videocamera del telefono puntata su di noi, ma alla fine la foto venne scattata. E io sono qui che attendo ansiosa che mi venga inviato lo scatto, per vedere com’è, tenerlo nel mio personale archivio, e aiutare il mio cervellino a ricordare quella che è stata una bella serata, e che essere poco in vena di fotografie ci può stare, ma non deve diventare un’abitudine.

 


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  1. Marta

    6 settembre

    Valeria, tu dai voce ai miei pensieri <3

  2. Bianca Bonollo

    6 settembre

    Buahaha quanta verità! Ti capisco, anche io sono incredibimente poco fotogenica, tanto che è una vita che sento sempre le stesse parole: “Dai che ti faccio una foto! CLIC …no, aspetta, un’altra CLIC …sorridi di più… CLIC no, anzi, di meno CLIC no aspetta, spostati un po’… CLIC …. CLIC …beh… vabbè dai…”
    Sigh!
    (PS. non è il caldo ma / sei tu che alzi la temperatura / non i fiori ma / sei tu che profumi l’atmosfera…)

  3. Simona

    6 settembre

    Ahahaha post fantastico come sei fantastica tu. Ho lo stesso problema e leggerti, se non altro, mi ha consolata!

  4. francesca

    6 settembre

    ti scrivo i miei suggerimenti, cioè quelli di una VERAMENTE poco fotogenica, (e in più sovrappeso, cosa che non aiuta nemmeno in foto!). partiamo da questo assunto: l’espressione à la steve buscemi che ha mangiato troppi donuts ti viene perchè non sai esattamente che faccia fare quando ti fanno una foto. che è perfettamente comprensibile, non siamo mica tenuti a “dover sapere che faccia fare”, mica facciamo tutti i fotomodelli!!!e poi chissenefrega infondo, no? però però…viviamo nella società dell’immagine, quindi comprensibilmente anche “venire bene” in foto diventa tema sensibile. quindi: prendi un iphone o qualunque altro dispositivo dotato di autoscatto “controllato”, cioè guardati mentre scatti, fatti un po’ di scatti guardandoti, mentre fai facce che ti piacciono, in cui ti piaci, in cui riconosci te stessa come ti vedi e soprattutto come pensi di essere. poi riguardatele. pensa a ciò che stavi pensando in quelle in cui sei venuta bene. cerca di pensare la stessa cosa mentre ti fotografano, sempre, e vedrai che uscirai con una faccia carina. i tuoi occhi prenderanno l’espressione della cosa bella che stai pensando. altri suggerimenti ovvi: no a scatti dal basso, scatti sempre laddove possibile dall’alto, sì a scatti che mostrino solo parte della faccia, quella che ti piace di più. il resto in ombra, o con la mano a coprire (una foto con la mano sulla bocca,un po’ pensosa, dove gli occhi sorridono, viene bene per default; una foto con gli occhi coperti da occhialoni neri e la bocca che sorride forte viene bene anche lei per default.) Io ho avuto il tuo problema per anni, poi ho deciso di ragionarci sopra e risolverlo. e penso di esserci riuscita. del resto, come dicevo prima, per i tempi difficili in cui viviamo (in cui siamo spinti a preoccuparci anche di queste bazzecole!!!) è inutile negare che qualche foto venuta bene fa bene allo spirito. BTW, sei una ragazza carina e in forma, si vede anche dalle foto non tanto per dir così “centrate”, vedrai che non sarà difficile prendersi qualche soddisfazione!facci sapere!!

  5. Valeria Righele

    6 settembre

    Guardate che io vi voglio bene, ragazze. O’ DICO!
    Grazie <3

  6. Sabrina

    10 settembre

    anche io ho un problema con le foto. Ancora devo capire chi sono sul serio, in ogni foto sono differente anche con le stesse espressioni e cosa più importante in alcune vengo fuori benissimo in altre malissimo. Ancora devo capire come sono fatta, per fortuna che c’è lo specchio che mi da alcune risposte !

  7. Antonio

    15 settembre

    Ho le prove, foto in cui esce bene esistono.

  8. pixelrust

    3 marzo

    Sul tema del venire bene o male in foto segnalo un articolo con cui sono d’accordo (in sintesi: lasciatevi fare molte, moltissime foto da qualcuno a cui piace fotografarvi)
    https://medium.com/design-ux/53494a8c891c

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