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«Perché non… ?» Essere gentili contro l̵...

«Perché non… ?» Essere gentili contro l’imparare a proteggersi

di Daniela Mandelli

TheMasters_FrancescaWoodman05

Tutta mia l’università. Fra mezz’ora inizierà la prossima lezione, che è una di quelle che preferisco, e sento che non potrei fare nulla di meglio, per ingannare l’attesa, che leggere proprio questo libro in questo punto preciso dell’universo. Ci aggiungo anche le auricolari e sono pronta a costituire il cliché della studentessa assorta. La beatitudine mi rende bendiposta verso il mondo esterno, così, quando un tizio sopraggiunto dal nulla interrompe la mia concentrazione facendomi cenni che non comprendo, mi levo le auricolari e lo interpello con un sorriso: «Che c’è?».
«No, no, niente… scusa, non volevo disturbarti».
«Figurati, è che pensavo dovessi dirmi qualcosa… non volevo sembrarti minacciosa» aggiungo, visto che sembra intimorito. Mi sento rispondere: «Infatti lo sembravi, un po’». Persevero nel mio sorriso: «Non era mia intenzione».

Sono pronta ad archiviare il caso e tornare alle mie occupazioni, ma lui non sembra dello stesso parere. Sempre molto cerimoniosamente, mi siede accanto e decide di attaccare discorso. E’ abbastanza giovane e non sembra pazzo, perciò mi metto nella mia migliore disposizione d’animo: quando mi ricapita di avere una conversazione intellettualmente stimolante con uno sconosciuto? Perché, almeno all’inizio, è questo che sembra: il tipo si interessa alla mia lettura e parte a elaborare considerazioni lapidarie sulla società, citando filosofi che purtroppo conosco poco e buttandoci dentro un paio di frasi sulle quali esprimo il mio dissenso (per esempio una, molto superficiale, sulle donne «che hanno imparato a sfruttare il loro corpo per ottenere dei privilegi»).

Man mano che la conversazione procede, l’altro tende a ignorare i miei interventi e il dialogo diventa un monologo: monologo, a sua volta, piuttosto difficile da seguire, per la quantità di riferimenti di cui è costellato ma anche per il suo andamento caotico, vischioso, che pur nella prolissità riesce a esprimere solo concetti vaghi e lasciati a mezzo. Il suo tono si fa sempre più amichevole (io continuo a sorridere mentre guardo furtivamente l’ora) e mi rendo conto che crede di avermi presa sotto la sua ala, di essere diventato il mio mentore: vuole prestarmi dei libri e aprirmi nuovi orizzonti verso la verità.

Nel frattempo è venuta l’ora della lezione. Faccio per salutarlo, ma lui vuole accompagnarmi fino all’aula, «se non mi dà fastidio, ovviamente». Sulla soglia se ne esce con una proposta che mi lascia interdetta: tornare a prendermi dopo due ore e accompagnarmi fino alla stazione. Io tentenno – non ne ho voglia, non mi piace come persona, sembra poco lucido e decisamente troppo invadente – ma lui non vuole sentire ragioni, mi accusa di vedere secondi fini dove non ci sono, mi dice che in ogni caso è troppo grande per me e quindi non ci proverebbe mai (ma chi te l’ha chiesto?). Mi strappa un consenso per pura gentilezza, ma mi ritrovo a pentirmene subito dopo, in aula, quando mi sento assalire dalla paura.

Una paura paralizzante, eccessiva, nella quale si riverberano esperienze passate o anche solo riferite: mi sento braccata, con la bocca inaridita e un odore acre addosso. Continuo a ripetermi che non mi accadrà niente, che sono paranoica, che non sarò da sola con lui ma in mezzo alla folla di Milano, che non potrà seguirmi oltre un certo punto, che del resto non potevo rifiutarmi, se non a costo di apparire scortese. Allo stesso tempo mi maledico per questa gentilezza che diventa passività senza che neppure me ne renda conto, che mi è stata nociva in situazioni più gravi di questa e che dovrei riconoscere come nemica, ormai: io la strada con lui non voglio farla, non voglio che mi aspetti per due ore, e perché allora non ho saputo dirglielo? E’ la stessa cosa che chiedono sempre gli empatici di turno in situazioni analoghe: «Perché non hai fatto… ?», «Perché non hai detto… ?».

Eppure la vita è ambigua, spesso le cose prendono una brutta piega troppo in fretta perché si possa reagire, e a volte, per quanto possa sembrare assurdo, essere gentili sembra più importante che difendersi. Con il senno di poi è fin troppo facile definirsi «paraonoica» o «imprudente»: non esiste una regola valida per ogni situazione, al dovere di essere carina e non «acida» fa riscontro quell’altro dovere, di essere sempre attenta e sul chi vive, di riconoscere il pericolo fin dalla sua prima pallida manifestazione, in modo che nessuno possa dire in un secondo momento: «Avresti dovuto capirlo». Eppure almeno una cosa furba la faccio: confesso la mia paura a una compagna d’università, e lei come per miracolo mi ascolta, mi comprende e pronuncia queste parole meravigliose: «Stai tranquilla, gli diciamo che devi venir via con me. Non ti lascio con lui».

Due ore dopo, la parola è mantenuta: grazie al supporto dell’altra ragazza, lo congedo, sforzandomi di ignorare le sue insistenze e il suo sguardo rabbioso. Non posso fare a meno di sentirmi in colpa, ma la tensione sta abbandonando il mio corpo. Forse la prossima volta sarò capace di dire: «Non mi va, grazie», in tutta la mia paranoia e arroganza, senza altre giustificazioni che il mio istinto e il fatto che non mi va, grazie. La paura dà lezioni convincenti.

(img: Francesca Woodman)


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  1. Giulia

    1 novembre

    Bellissimo post, anche a me sono capitati episodi simili. In certe situazioni mantenersi gentili è impossibile, o, sconsigliabile. Il punto è che anni e anni di pressioni per essere brava dolce e carina non si cancellano in un secondo, per quanto possiamo essere istruite. Io ormai ho preso l’abitudine di analizzarmi ogni qualvolta ho a che fare con qualche uomo o qualche ragazzo: i miei gesti, la mia postura, il mio modo di parlare cosa dicono della mia insicurezza e delle mie paure? Sono giustificati, alla luce del rapporto di parità che esigo vi sia tra me e il mio interlocutore maschile? Non sto inconsapevolmente riproducendo il modello di donna sottomessa che è stato da sempre imposto nel contesto famigliare dove sono cresciuta? Inutile dirlo, ripensandoci, tutte le mie gentilezze non erano per nulla giustificate. Ora mi preoccupo un po’ di meno di risultare gentile, consapevole del fatto che uno che si permette di disturbarmi mentre mi sto facendo i fatti miei, forse non si è chiesto quale fosse il modo migliore per risultarmi non fastidioso. Piuttosto che pensare a come risultare gentile e gradevole, secondo me è meglio concentrarsi su quello che ci dirà di noi il comportamento che assumeremo con quell’individuo che ci sta davanti.

  2. Paolo1984

    1 novembre

    la gentilezza non dovrebbe tramutarsi in passività anche se quando è eccessiva può dare problemi ma essere gentili non è una colpa, la colpa è di chi si approfitta della nostra gentilezza.
    Daniela, credimi rifiutarsi in maniera educata ma ferma di fare quello che non ci va di fare non è mai scortesia

  3. DANIELA MANDELLI

    1 novembre

    @Giulia: Grazie! Anche io sto lentamente imparando a svolgere questo tipo di analisi su me stessa… Non c’è dubbio che lo scrupolo di mostrarsi gentili e sorridenti sempre e comunque derivi da una certa educazione, o anche solo da una certa immagine collettiva della “donna ideale”: un uomo taciturno e schivo può essere affascinante, una donna con le stesse caratteristiche nel migliore dei casi è troppo timida e nel peggiore è un’acida rompiballe. Un particolare che ho omesso nell’articolo è che stavo leggendo “Il secondo sesso”: non sarebbe rilevante se non per il fatto che, ripensandoci, può aver giocato nella mia eccessiva disponibilità il puntiglio di sfatare l’equazione ragazza femminista/che fa letture femministe = ragazza aggressiva che odia gli uomini. Insomma, mi rendo conto di essere influenzata da varie proiezioni di un “comportamento ideale” da tenere che di fatto, però, non esiste.
    @Paolo: Ti do ragione, il difficile è proprio trovare il discrimine tra gentilezza e passività o tra fermezza e brutalità. Quando si ha di fronte una persona insistente e “violenta” (tra molte virgolette, nel senso di incurante della volontà di chi ha davanti) talvolta non si ha altra scelta che la maleducazione. E lo dico con molto dispiacere – come chi ancora non ha trovato una soluzione miracolosa o un equilibrio.

  4. Paolo1984

    1 novembre

    bè nei confronti di una persona troppo insistente e molesta la maleducazione può essere una forma di legittima difesa.
    Comunque se posso permettermi: non dovremmo preoccuparci troppo se i nostri comportamenti sfatano o confermano determinati “miti” (anche perchè il rischio della sega mentale è dietro l’angolo). Se ti va’ di essere gentile, socievole sii gentile e socievole (e come ho detto, si può anche dire no con gentilezza..poi se quello insiste allora si può essere più dure/i, se insiste ancora lo si può mandare gentilmente affanculo) se non ti va di essere socievole non esserlo..e gli sconosciuti più o meno invadenti penseranno ciò che vogliono

  5. Paolo1984

    1 novembre

    non dovremmo preoccuparci troppo se i nostri comportamenti sfatano o confermano determinati “miti” (anche perchè il rischio della sega mentale è dietro l’angolo)

    e con questo non voglio dire che sapersi guardare dentro non sia importante

  6. Filippo

    5 novembre

    Paolo1984: che noia, che barba, che barba, che noia. Sei più contorto di De Maglie, cambia disco!

  7. Simona

    11 novembre

    Paolo, get a life, stai sempre sui blog

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