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Un tabù maschile

di Giulio Scollo

In questi giorni di acceso – acceso? – dibattito parlamentare attorno al decreto legge sul femminicidio mi è capitato di leggere sui giornali e on-line interventi più o meno sinceri su questo delicatissimo tema. Le altisonanti opinioni, i commenti profondi, le critiche mirate, i discorsi arzigogolati, le discussioni filosofiche, le proposte più pragmatiche hanno trovato spazio un po’ ovunque, in vista del 20 agosto (oggi, ndr) quando i deputati saranno costretti a fare ritorno a Roma per incardinare il decreto legge sul femminicidio approvato dal Consiglio dei Ministri a inizio mese.
Da qui si snoderà il percorso parlamentare che dovrebbe poi portare alla conversione del decreto in legge. L’uso del condizionale è quantomeno d’obbligo perché se c’è una cosa che la politica italiana ci ha insegnato è che fino all’ultimo non si può essere sicuri di nulla e che i colpi di coda, in un modo o nell’altro, per vie traverse o per direttissima, possono e riescono a vanificare provvedimenti lungamente attesi – ne è un esempio la legge sull’omofobia, rimandata a settembre.

Tutto questo è stato all’origine di una riflessione che mi ha portato poi alla stesura di questo articolo. In realtà, a monte di tutto c’è una forte incazzatura. Un esempio su tutti? Il 28 maggio la Camera dei Deputati è stata chiamata a ratificare la Convenzione di Istanbul che sancisce l’uguaglianza di genere e include la violenza sulle donne nella violazione dei diritti umani. Ebbene, i seggi di Montecitorio erano quasi tutti vuoti, eccezion fatta per i deputati del Movimento 5 Stelle. Assurdo. Probabilmente peccando d’ingenuità, non potevo credere che una larga parte del Parlamento italiano avesse disertato una discussione così importante su un tema che, a quanto pare, è degno di considerazione soltanto per fare “vetrina” e propaganda, soprattutto considerato i dati allarmanti che ci dicono che ogni due giorni una donna viene uccisa.

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Perché tutta questo sdegno, vi chiederete. Soprattutto in un maschio a cui, comunemente – e tristemente – certi argomenti non dovrebbero interessare. Per rispondervi, credo di dovervi spiegare come sono stato cresciuto. Mia madre non aborriva la ceretta per protestare contro l’immagine cliché delle donne imposta e voluta da una società patriarcale quale era quella degli anni Settanta. Indossava, come molte della sua generazione, minigonne e stivali – rigorosamente nascosti sotto enormi cappotti per evitare l’infarto a mia nonna – e andava in discoteca con le amiche. La sua presa di coscienza sul valore della femminilità in quanto tale, svincolata dall’identità maschile di padre/fratelli/marito è scoppiata un po’ in ritardo ma quando lo ha fatto è diventata uno dei valori centrali della sua vita e uno dei tanti principi che si è impegnata a tramandare a me e a mio fratello.
Non ricordo esattamente come è successo o quando ho cominciato a dissociarmi dal machismo endemico della società italiana. Forse non c’è mai stato un inizio e forse l’azione educativa di mia madre è stata così efficace da accompagnarmi da sempre. Della libertà delle donne sono sempre stato – duh? – un forte sostenitore, che fosse libertà di decidere del proprio corpo o libertà di scegliere come vestirsi senza avere paura di tornare a casa da sola.

E allora diventa impossibile non arrabbiarsi nel sentire certi esponenti della politica nostrana riempirsi la bocca di belle parole sul femminicidio quando, probabilmente, in una convention del proprio partito, sostengono anacronistici principi che sono un ostacolo a quel cambiamento culturale che necessariamente sta alla base non soltanto di una prevenzione della violenza sulle donne ma anche di un Paese che vuole definirsi civile.

Ho attirato una miriade di sguardi perplessi o ironici quando mi incazzavo per le parole di qualche conoscente che accusava le vittime di stupro di “essersela andata a cercare”. O ancora, le reazioni scandalizzate, quando – nell’ascoltare gli strabilianti racconti delle trombate da una botta e via di qualche amica – invece di mostrarmi shockato, di gridarle in faccia “sei una troia!”, ridevo e chiedevo quando avrebbe ripetuto.

È come se rifiutandomi di allinearmi al sentire comune abdicassi alla mia virilità, diventassi meno uomo, mi femminilizzassi a mia volta. È come se tradissi la causa maschile, quella dell’uomo padrone, quella del “sesso forte” che accetta il “sesso debole” solo quando esso risponde a determinati criteri. E quindi la minigonna va bene, ma solo se c’è il proprio uomo accanto. Trucco? Il giusto ma non troppo. Lavorare? Siamo uomini moderni, le donne possono lavorare ma non devono trascurare la casa e i figli, evitando richieste di aiuto o recriminazioni di sorta: l’angelo del focolare è sempre stato femmina, deal with it.

Il punto è questo ed è molto semplice, in realtà. Non ha bisogno di grandi spiegazioni e riflessioni approfondite perché, davvero, è quanto di più scontato possa esserci: non c’entra la sessualità, non c’entra Marte e non c’entra Venere. Prima di essere donne e uomini siamo essere umani, con ovvie differenze che pure non dovrebbero essere fonti di discriminazioni. Non nel 2013, almeno. Nel 2013 il genere femminile non ha bisogno di paladini: un’altra cosa che mia madre mi ha insegnato, infatti, è che le donne non necessitano di cavalieri che combattano per loro  le loro battaglie. Ciò di cui le donne – ma anche gay, transgender, e una qualunque minoranza che per la sua natura viene discriminata – hanno bisogno sono compagni, possibilmente ad uno stadio più evoluto dell’uomo di Neanderthal, pronti a lottare insieme a loro per i loro diritti, qualunque essi siano.

 

Immagine da Le “scarpe rosse” invadono Piazza Luni a Sarzana.


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  1. ANNA

    20 agosto

    Hai colto il punto principale della questione: le donne non hanno bisogno di essere protette, ma quantomeno rispettate come persone. In Italia dovrebbero esserci più donne come tua madre e meno uomini che per sentirsi uomini hanno bisogno di dimostrarlo in modo abominevole.

  2. Skywalker

    20 agosto

    Per quanto mi riguarda uno dei tabù degli uomini eterosessuali è l’incapacità di affrontare serenamente l’argomento del sesso e della sessualità. Oggi riflettevo su come essa sia esclusivo appannaggio o delle donne o dei gay. Penso alla rubrica di Dan Savage su Internazionale e ad Immanuel Casto, per non parlare di siti web a target femminile che sciorinano pagine e pagine sull’argomento. Perchè l’uomo eterosessuale non riesce a parlare serenamente di sesso e sessualità? E non parlo dal punto di vista scientifico di stampo medico/psicologico, ma dal semplice punto di vista divulgativo.

    Anzi, riflessione ulteriore: perchè l’uomo eterosessuale quando parla di sessualità deve sottostare agli stereotipi del suo genere ed orientamento? Fatevi due salti su Men’s Health e GQ e vedete quali sono gli argomenti che rientrano nella sfera “sesso”. Quelli di oggi sono: il posto ideale del primo appuntamento; è venuta adesso che faccio?; attenta alle donne in rosso (con civetta: la tua ragazza è uscita con un vestito rosso? Speriamo tu abbia preso precauzioni); qual è la lunghezza media del pene?; la strategia per ottenere un secondo appuntamento; estate uguale tradimento; chirurgia intima: per piacersi e per piacere; scatena il suo lato hot (con civetta: Falle dimenticare le inibizioni e mettila dell’umore giusto per qualche gioco piccante.).

    Cioè l’immaginario maschile eterosessuale è sempre lì, votato alla prestazione, sul dover per forza essere una ferrari quando si è invece una panda etc. etc.

    Qui su soft revolution si parla dei condizionamenti sul femminile da parte dei media e della società ma sarebbe bello capire anche, volendo fare uno studio comparato, sui condizionamenti del maschile il quale è incapace di uscire dagli stereotipi di cui sopra (l’uomo tutto d’un pezzo di Men’s Health), incapace di reinventarsi in un nuovo ruolo e di parlare di sesso e sessualità senza alcun tipo di filtro e senza la necessità di dover soddisfare le aspettative “prestazionali” a cui è soggetto dalla nascita.

    E per quanto riguarda il femminicidio, prendendo spunto dal tuo articolo dove dici che “le donne non hanno bisogno di paladini”, dico anche che non hanno bisogno di alcun trattamento speciale manco fossero una specie in estinzione. D’accordo sullo stalking e sulle molestie ed abusi di tipo sessuale – lì è emergenza – ma sul femminicidio no, che mi incatena al mio genere privandomi di tutta la complessità del mio essere. Da donna dico no.

  3. Paolo1984

    20 agosto

    Skywalker..io sono un uomo eterosessuale non leggo Men’s Health, trovo strano che una coppia che ha voglia di qualcosa di hot abbia bisogno di una rivista per avere suggerimenti..penso banalmente che queste riviste pubblicano ciò che ai loro lettori interessa (esattamente come Donna Moderna o Grazia), e sono loro che se non gradiscono devono farsi sentire

  4. Bianca Bonollo

    21 agosto

    Oh là! Bravo Giulio!

  5. Laila Al Habash

    21 agosto

    Bellissimo articolo, uno di quelli che dovrebbero essere letti da tutta la popolazione etero mondiale.

  6. Marta Conte

    22 agosto

    “E per quanto riguarda il femminicidio, prendendo spunto dal tuo articolo dove dici che “le donne non hanno bisogno di paladini”, dico anche che non hanno bisogno di alcun trattamento speciale manco fossero una specie in estinzione. D’accordo sullo stalking e sulle molestie ed abusi di tipo sessuale – lì è emergenza – ma sul femminicidio no, che mi incatena al mio genere privandomi di tutta la complessità del mio essere. Da donna dico no.”

    (Y)

  7. Domiziano Galia

    22 agosto

    “I dati allarmanti che ci dicono che ogni due giorni una donna viene uccisa”.

    I dati ci dicono anche che ogni giorno un uomo viene ucciso, però curiosamente questo non allarma nessuno.

    Le dichiarazioni del Viminale della settimana scorsa sono un esempio da manuale a proposito di questa strategia comunicativa: è strage di donne perché sono il 30% delle vittime. Degli uomini, che sono più del doppio, si parla sempre e solo in termini di carnefici. Mi si risponderà che più del 90% dei carnefici lo sono. È vero. Ma sono anche – stimando 550 vittime tra donne e uomini su 30 milioni di uomini circa – meno del 2 per 100.000. E ciò significa anche che la percentuale di una donna di essere uccisa da un uomo è 5 per 1.000.000. Per informazione, rispetto agli omicidi, la morte per suicidio è dalle 5 alle 8 volte tanto e per incidenti dalle 20 alle 30 volte tanto.

    Questo senza entrare nel merito dell’inevitabile mostruosità giuridica di un provvedimento fondato su una questione di genere. Non ci sono molte possibilità: o si inaspriscono i reati commessi dagli uomini o quelli commessi sulle donne o su un sesso diverso dal proprio. Perché se ne facessimo una questione di motivazioni di genere dovreste seriamente dimostrare che un uomo che uccida una donna lo faccia precisamente perché è donna, per odio di genere, e non per questioni caratteriali, di gelosia, possesso, ignoranza o cattiveria. In questi casi il genere sarebbe solo una tautologica conseguenza dell’eterosessualità della relazione, non il movente, né l’aggravante. E di contro anche dimostrare che qualsiasi omicidio “omosessuale” (perpetratore e vittima dello stesso sesso), una rapina, non abbia in fondo delle motivazioni di genere, come un competitore in meno.

    E ciò senza ancora entrare nel merito di considerare l’efficacia del provvedimento. 30 anni di carcere, ma pure l’ergastolo, anziché 20 potrebbero davvero fermare una persona dal commettere una tale violenza? Pensate avrebbe quella lucidità? Non ce l’ha chi dibatte del femminicidio, figurarsi un femminicida. È una questione di maggiore punizione, in barba alle direttive costituzionali? Va bene, questo, pur non concorde, posso accettarlo. Si vuole comunque, genericamente, cercare di ridurre il fenomeno amplificando il timore delle conseguenze? Bene, se funziona.

    Però questo metodo ha un prezzo. Ed è quello, appunto, di dipingere i maschi in accezione continuamente ed esclusivamente negativa, su più fronti e livelli. Un fenomeno talmente evidente e permeante da risultare invisibile. Lo troverei curioso, se fossi uno sciocco. E secondo me è un prezzo che finirà per costare più dei benefici, in modi meno eclatanti forse, ma più problematici. Ritengo invece che si dovrebbe operare per educare gli uomini ad essere uomini migliori. Che non vuol dire, equivoco enorme, migliori secondo il punto di vista delle donne (che se un uomo non deve metter becco in come una donna si veste, perché una donna dovrebbe poter metter becco in come un uomo si educhi, per dire). Neanche secondo il punto di vista degli uomini, se per quello. Ma sono convinto che esista, da qualche parte e sotto alcune condizioni, un punto di vista che non solo accontenterebbe entrambi, ma sarebbe coincidente. Ma qui si sta parlando di raffinatezze mentali non comuni. E di molto amore, per quanto possa suonare naif.

  8. Gingi

    22 agosto

    clapclapclapclap (applausi-sentitiperdavvero-dal profondo del cuore!)

  9. Skywalker

    22 agosto

    @Marta Conte. Effettivamente la frase che mi hai quotato sembra un po’ contraddittoria. Prima dico che il femminicidio mi incatena al mio genere e poi chiudo dicendo “da donna dico no”. Quella precisazione stava per “non è perchè una è donna allora ha un atteggiamento acritico nei confronti di tutte le misure che, apparentemente, vengono adottate nei suoi riguardi. In quanto tale sia l’accanimento mediatico, sia le misure proposte nel ddl di questo agosto, le considero una cavolata. E questo lo dico da individuo senziente”. A voler sintetizzare in realtà ho solo finito per semplificare un pensiero complesso*.

    *anche perchè questa “lotta al femminicidio” si sta trasformando in una vera e propria lotta tra i sessi e non va.

  10. Viola

    30 agosto

    Complimenti!!!! Rarissima onestà intellettuale, magari fosse una condizione contagiosa!

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