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Un milione di dollari apre tutte le porte: del bli...

Un milione di dollari apre tutte le porte: del bling bling bosniaco

L’avvicinamento con il bling bling balcanico, iniziato ormai un lustro fa, è stato graduale e influenzato da un certo grado di orientalismo.

Certo, è difficile approcciare i Balcani, luogo immaginario e dai confini nebulosi, in maniera oggettiva e scevra da pregiudizi se quello che viene proposto al di qua dell’Adriatico come rappresentativo è la musica di Goran Bregović ed i film di Emir Kusturica. Ed è proprio Gatto nero, Gatto Bianco, film che ora odio, ad aver contribuito alla creazione del mio immaginario iniziale fatto di balli gitani e gioielli pacchiani.

Alla luce di questo film, in principio furono i denti d’oro. Era il 2008 quando mi ritrovai, assieme al mio gruppo scout, alla festa patronale di Derventa, piccola cittadina della Bosnia settentrionale; Slaven, la nostra guida, tra una rakija e l’altra, aveva alimentato il nostro desiderio di esotico tra fisarmoniche, amici muscolosi e vecchiette coi denti d’oro.

Ma, man mano la catabasi balcanica si faceva più approfondita, più mi accorgevo che quello che c’era di scintillante e brilluccicoso nei Balcani assomigliava, piuttosto che a un film di Kusturica, a un classico video R’n’B americano.

La realtà mi si palesò chiara, per la prima volta, su uno dei famosi tram turchesi di Zagabria di prima mattina, mentre andavo a lezione. Le giovani impiegate dirette al lavoro negli uffici del centro non erano solo estremamente curate, come ci si può aspettare di vedere in tutte le capitali, ma sfacciatamente colorate ed estrose. Mi si farà notare che anche a Milano in metro, soprattutto in certi periodi dell’anno, si può vedere un po’ di tutto. Vero, ma Zagabria non è certo nota al mondo come “capitale della moda” e il suo centro, per quanto fornito di negozi di ogni genere, non ha nessun “quadrilatero”.

Tuttavia, l’ambiente internazionale dell’università e, soprattutto, dei dormitori dove vivevo, fece sì che rimanessi ai margini di questo mondo fatto di pellicce rosa, cuissard, capelli piastrati e unghie lunghissime. Continuai a crogiolarmi nel mio mondo fatto di giacche di montagna e Vans, senza pormi troppi problemi, anzi forse disprezzando la femminilità non solo delle zagabresi, ma in generale di quasi tutte le ragazze si trovassero entro il mio raggio di attenzione.

Non che io sia stata mai troppo femminile, tuttavia da bambina il mio colore preferito era il fuxia e a un certo punto, verso la fine delle superiori, avevo persino cercato di abbinare borsa e scarpe. Ma in un momento non meglio precisato (probabilmente coinciso con la fine dei finanziamenti per lo shopping da parte dei miei genitori, o forse vista l’impossibilità di competere con le “sfilate di moda” in facoltà a Padova) avevo deciso che era molto più pratico e facile adottare come legge di moda l’adagio “leggero quando fa caldo, pesante quando fa freddo” e mettere fine alle mie velleità stilistiche (che solitamente sfociavano in vere e proprie carnevalate e che, a dire tutta la verità erano sopravvissute almeno nell’ambito ristretto degli smalti per unghie).

Passare, tutto d’un tratto, dagli aperitivi da marciapiede di Trento al bon ton – bling bling zagabrese fu uno shock, ma non mi impedì di continuare la discesa dei Balcani. Il viaggio, da una gita a Sarajevo in poi, momento in cui fui introdotta ai video esagerati della cantante Jelena Karleuša, è stato facilitato dalla conoscenza man mano sempre più approfondita della turbofolk.

Certo, la turbofolk (genere musicale, a mio parere simile al neomelodico napoletano, ma più ritmato, diffuso in tutta la penisola balcanica, anche se con nomi differenti) è solo uno degli infiniti aspetti della cultura pop balcanica, apprezzato dalle masse, ma spesso disprezzato dai giovani “di città”, che lo considerano come una cosa da paesani (distinzione che non fa che reiterare certe teorie non sempre veritiere sulla causa scatenante della guerra in ex Jugoslavia, da ritrovarsi proprio nello scontro tra campagna retrograda e città avanzate e multiculturali). Anche il corollario della turbofolk è distante dalla vita zagabrese (ma non da quella croata: una delle più famose cantanti del genere è Severina, di Spalato): in maniera un po’ snob e un po’ come hanno già fatto gli sloveni, gli zagabresi stanno pian piano prendendo le distanze da tutto ciò che è balcanico e ricorda il passato jugoslavo.

Tuttavia l’introduzione della variabile turbofolk ha contribuito alla nascita della mia personalissima e farlocchissima teoria che ci sia un comune denominatore, una ragione trasversale che spinge le donne del cosiddetto Est Europa a una cura, spesso estrema di sé (cosa che è degenerata in dichiarazioni di qualche italiano medio, che dice di preferire le donne dell’Est, perché loro sì che sanno tenersi i mariti).

Ma prima di arrivare a tirare le fila di questo ragionamento, bisogna passare ancora un paio di esperienze.

Quest’estate ho vinto una borsa di studio per fare un corso di lingua in Bulgaria. La leggenda che circolava tra le mie conoscenze, frutto di un interrail fatto dallo zio di qualcuno tempi remoti, era che le bulgare non conoscevano l’uso del rasoio, cosa che, secondo l’opinione del suddetto zio, non era bella a vedersi. Il quadro poi era tutt’altro che ingentilito dalla prospettiva fornitami da un’amica bulgara. «Quando andrai sul Mar Nero, vedrai un sacco di mutri, la peggior specie di tamarro bulgaro» mi disse Lora, mostrandomi le fotografie di omaccioni sopra il quintale con pancia da birra, camicia immancabilmente aperta sul petto villoso e catenone d’oro in vista.

Ancora una volta ci vuole l’esperienza diretta per poter smentire le opinioni altrui. L’esperienza diretta, per quanto breve, mi ha suggerito la teoria che tra poco vi andrò spiegando. Questa epifania è avvenuta sulle spiagge di San Costantino ed Elena, tanto affollate di bulgari quanto di turisti da un po’ tutto l’Est Europa (tutt’altro che apprezzati dai bulgari, data l’abitudine generalizzata di dare fondo già di prima mattina al free bar offerto dagli hotel, cosa che credo avvenga un po’ in tutte le località turistiche del mondo, ma questo è un altro discorso).

Assieme alle mie compagne di viaggio, tre ragazze tedesche, stavo come al solito analizzando le sfumature di fosforescenza dei costumi da bagno presenti, quando mi sono accorta che in effetti nulla c’era di più sbagliato nell’affermazione del fantomatico zio. Sarò io un po’ trascurata, come direbbe (ma forse nemmeno lui) mio padre, ma persino gli uomini erano meglio depilati di me. Ecco che, un po’ la salsedine, l’incipiente insolazione e la birra, un’idea comincia a farsi strada nella mia testa o meglio due idee.

Per avere una conferma definitiva alla teoria c’è voluta una festa. Orbene, al momento attuale sono in “ritiro spirituale” a Banja Luka; è una città per molti versi speciale, come è speciale la Bosnia tutta. Le ragioni politiche di questa specialità le tralascerò, tenendo in considerazione solo l’aspetto che si palesa agli occhi di tutti, anche i meno esperti in vicende jugoslave, non appena arrivato in città: gli uomini in giro sono pochissimi. Si dice che, addirittura, il rapporto donne a uomini sia sette a uno. La cosa in sé è abbastanza d’effetto già passeggiando per strada, ma si fa completamente straniante entrando in discoteca, specie se freschi di Cocorico, dove il rapporto uomini e donne è invertito e, come dicevano i miei amici, per arrivare a una ragazza bisogna superare svariati strati di contendenti, come sbucciando una cipolla.

Ecco che a una festa, la festa delle matricole della facoltà di scienze politiche, finalmente tutti i pezzi della teoria sono andati a coincidere dando senso al pensiero disarticolato che da ormai cinque anni rigirava nella mia testa.

Se nel caso specifico di Banja Luka la femminilità fatta di tacchi, minigonne e magliette paillettate portati all’estremo può avere un significato amplificato, e soprattutto un riscontro nella realtà assai differente da quello che potrebbe avere altrove (il fatto che ci siano così pochi uomini nei locali, in città, rende possibile girare liberamente vestite “al limite della decenza” senza venire annoiati dal solito cretino che pensa che dato che hai la minigonna tu abbia per forza voglia di darla via con la fionda), credo che la ragione per cui si spinga così tanto sull’essere ed apparire femminili vada ricercato in un profondo desiderio di spensieratezza dopo quasi mezzo secolo di socialismo reale.

Certo, in Jugoslavia non si stava così male (quasi tutte le persone di una certa età che ho conosciuto mi hanno raccontato di come da ragazzi fossero andati a Trieste per comperare jeans e altri vestiti) ma in questo caso, più che molti anni di socialismo, valgono i terribili anni ’90 e la guerra fratricida, dai risvolti ancora oscuri a venti anni di distanza, a cui hanno assistito o partecipato gli ex-jugoslavi. Sono convinta che gli eccessi da turbofolk (o чалга com’è chiamato in bulgaro lo stesso genere musicale) siano frutto di questa euforia post socialista/post bellica mista a una comprensione tutta locale dell’economia di mercato.

E quindi?

Quindi niente. O meglio, nonostante sotto sotto, sia una convinta “comunistona”, credo di cominciare, oltre che a capire, anche ad apprezzare l’ostentazione della femminilità, cercando di passare sopra agli aspetti più controversi della faccenda. E dal disprezzo per le pellicce rosa di Zagabria, sono passata all’invidia di tacchi alti e trucchi sfavillanti (senza occhiali!) fino alla riscoperta del mio lato più esplicitamente femminile. Del resto è molto più facile “travestirsi” da donna qua, dove le pretese sono colorate ma non costose e inutilmente firmate, ma soprattutto dove nessuno mi conosce, che a casa, dove tutti si sono rassegnati alle mie Vans puzzolenti. Ovviamente prendendo ispirazione da qui.

E poi, chi si toglie dalla testa i ritornelli della turbofolk?

Nell’immagine: tentativi non troppo riusciti di partecipare in incognito alle serate locali e tenuta ordinaria da studentessa di Sci pol.

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  1. Chiara

    22 Novembre

    In effetti io ho avuto un vero shock quando ho visto la trasformazione della pop star Severina da “Trava zelena” (1995) http://www.youtube.com/watch?v=ZlO9tVIQGnY a “Gas Gas” (2008) http://www.youtube.com/watch?v=9vNoEEv8JdU.
    Anche se intravedo una divertente ironia in questa ragazza, dire che ci sono rimasta male è stato poco…

  2. Caterina Ghobert

    22 Novembre

    Non riesco nemmeno io a capire se Severina ci è o ci fa (tra l’altro definirla ragazza è un grandissimo complimento, dato che credo abbia superato da un pezzo gli anta), prima attrice di teatro, poi stella del pop con immancabile leak di un video amatoriale porno, poi “sosia” Angelina Jolie, tanto da fare una canzone dal titolo “Brad Pitt”. Booo. Tutte le cantanti turbofolk sono talmente eccessive che non capisco se si prendano tantissimo sul serio o se siano una parodia.

  3. ALESSIA

    20 Dicembre

    Credo che tu abbia fatto un percorso simile al mio (ah, che ricordi, gli studentati di Zagabria, con i suoi almeno 10 posti tra discoteche e locali vari e le sfilate di svariate ragazz(in)e in tacco 15 che passavano in giardino per raggiungerli). E le ragazze di Sarajevo, roba che io feci loro foto da mostrare ai miei, ancora convinti che lì fossero tutte segregate in casa con il burka – colpa della nostra famosa disinformazione italiana. Però io non ero mai riuscita a sintetizzare così bene il mio stupore riguardo la femminilità ostentata e la cura maniacale delle zagabresi/spalatine/ecc… o forse non ho mai pensato di farlo.
    Comunque io andavo a ballare con le ballerine e, nonostante fossi circondata da gigantesse di 1.80 m, rimorchiavo abbastanza facilmente. Ho sempre pensato che l’uomo di quelle parti, alla fine, è abbastanza “assuefatto” a tutto il trucco e parrucco 😉

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