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The world’s strictest parents: la normalizzazione dell’adolescente problematico

The_World's_Strictest_ParentsMi capita sempre più raramente di potermi concedere qualche ora di assoluto “niente” e potermi così dedicare ad una delle mie attività da divano preferite: la visione di reality tv trash. Qualche giorno fa tuttavia- complice l’insonnia- ho avuto modo di guardare qualche puntata di The world’s strictest parents. Il format di BBC è piuttosto semplice e richiama, in estrema sintesi, il nostro italico Cambio moglie, sapientemente mescolato con Adolescenti: istruzioni per l’uso (sul cui messaggio – più o meno sotteso – spero presto di poter ragionare anche qui).

Ci sono due ragazzi “fuori controllo” e due famiglie preoccupate per lo sviluppo emotivo, comportamentale e per la salute dei loro figli. Una famiglia “ospite” estremamente legata al rispetto delle regole. Una settimana di convivenza per suscitare, negli adolescenti intemperanti, il desiderio di redenzione e cambiamento. Nella prima puntata una ragazza patita per la moda, priva di qualsiasi ambizione e con un pessimo rapporto con la scuola veniva spedita in India, assieme al suo compagno di “avventura”: un inglese con la tendenza ad alzare troppo il gomito, a fumare in qualsiasi locale e occasionalmente a farsi qualche canna. I due si abituano poco a poco e con molta riluttanza iniziale alle regole della nuova famiglia: molto studio, nessuno stravizio, collaborazione in casa, abbigliamento decoroso. Tornano a casa redenti dalle loro famiglie estasiate.

Nel secondo episodio (a mio parere ancor più toccante) un piccolo Sid Vicious dei poveri e una party girl australiana vengono deportati in un paesino dell’Irlanda e ricollocati in una numerosa famiglia cattolica dove, per prima cosa, viene fatto togliere il piercing alla bocca alla ragazza e intimato al ragazzo di non indossare le sneakers per andare a scuola. Il tutto condito da passeggiate a cavallo capaci di distrarre i ragazzi dal pensiero di lascive bevute in compagnia e attività demoniache miste.

Mentre osservavo la loro lenta e graduale trasformazione in perfetti ragazzi modello dentro di me qualcosa bruciava. Che cosa trasmette questo programma? Quale modello di percorso esistenziale propone? E’ certamente positivo il fatto che la ragazza superficiale e griffata abbia deciso di pensare più attentamente all’uso del denaro e alle condizioni di vita degli indigenti dopo aver visitato i quartieri poveri indiani, ma che questa trasformazione sia marcata dal suo abbandono di un abbigliamento “leggero” in favore di uno più rigoroso è altrettanto positivo?  Osservo la ragazza australiana partita con piercing, trucco pesante e capelli scarmigliati e la vedo tornare indietro con il viso pulito e una treccia. Non posso che provare un forte disagio per il messaggio sotteso: la normalizzazione.

Il programma sembra suggerire che tutto può essere riportato “nei ranghi”, che si tratta di una fase, di moda, di cattivo temperamento: una settimana di strigliate e tutto torna a posto. Ma a posto in quali termini? Il conflitto viene gestito con autorevolezza e in modo asettico, quasi non traspare. Partono arrabbiati, tornano placati e remissivi, pronti ad integrarsi perfettamente nella società/sistema scolastico/vita famigliare. Quasi che le scelte fatte in precedenza (la vita all’eccesso, l’abbigliamento “trasgressivo”, il linguaggio forzatamente violento) non fossero altro che un “male passeggero”: un’aspirina e via.

Nessuna domanda di senso, nessuna variabile. I ragazzi così non vanno bene perché non si adattano al loro ambiente e dunque, decontestualizzandoli e obbligandoli a trovare strategie alternative di sopravvivenza, vengono guariti. Spengo il computer e osservo la “normalizzazione” della mia ordinaria vita e improvvisamente mi vien voglia di spaccare qualcosa o uscire in mutande di casa urlando come una pazza. D’ora in avanti coltiverò con più assiduità l’anomalia, la follia, l’insano. Con i sensi all’erta nei confronti di questo “bagno” di supposta normalità.


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  1. Skywalker

    14 ottobre

    Quel che manca nel racconto, almeno passa in secondo piano, è il rapporto tra genitori-figli della famiglia d’origine. Premesso che stiamo parlando di un reality show, ovvero di un programma affettato con un copione, e che quindi ogni valutazione rientra in tale contesto fittizio, non può essere che il messaggio sia anche altro oltre a quello della normalizzazione? Ovvero che i ragazzi agiscano e si comportano in maniera “trasgressiva” per avere semplice attenzione da parte dei genitori?

    Poi permettimi ma noto un bias: se parliamo della fashion victim redenta tutto ok, ma se parliamo della ragazzetta simil goth che torna con le trecce alla Anna dai capelli rossi allora è normalizzazione? La tipa fashion victim non è sullo stesso piano della tipa goth? Non sono entrambe delle costruzioni? Se lo sono perchè la ragazza goth è “più degna” della tipa fashion victim? La prima parlerà di Ian Curtis e la seconda di Coco Chanel, c’è differenza? Noto un distinguo morale alla base, in tutta sincerità.

    In più reagire per imitazione/reazione rientra tra le azioni che contraddistinguono la sopravvivenza della specie. Io agirei per elaborazione piuttosto.

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