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Ammirevoli antenate: le donne tatuate dell’e...

Ammirevoli antenate: le donne tatuate dell’età vittoriana (e oltre)

Una delle ultime volte in cui mi sono trovata a tavola con i miei genitori è successo ciò che fino a qualche tempo mi sarebbe parso impensabile: mio padre ed io ci siamo lanciati in un lungo, civile e articolato discorso sulla percezione sociale dei corpi tatuati.

Fino a tre anni fa ero l’unica persona tatuata del mio nucleo familiare ristretto. Poi, prossimo alla sessantina, mio padre ha deciso di entrare a far parte del club. Una delle osservazioni più interessanti tra quelle che mi ha proposto durante quel dopo pranzo estivo riguardava il modo in cui quest’indelebile intervento su di sé lo ha portato a vedere in modo nuovo i tatuaggi altrui. In particolar modo, mi ha spiegato che fino a qualche anno fa trovava “strani” i corpi femminili tatuati, più “radicali” di quelli maschili, mentre ora non percepisce più differenze in tal senso.

A posteriori, ripensando a ciò che mi aveva detto, mi sono resa conto di non conoscere donne della generazione di mio padre, o anche di qualche anno più giovani, il cui corpo sia decorato con tatuaggi di dimensioni “importanti”. Capisco dunque quanto possa risultare strano, per una persona cresciuta senza vedere donne tatuate, osservare quanto le cose siano cambiate, nel giro di pochi decenni. Verrebbe quasi da pensare che quello dei tatuaggi, specialmente tra le donne, sia un fenomeno nuovo. La verità, però, è che non è così.

Tralasciando l’ambito sterminato dei tatuaggi nelle culture tradizionali, e saltando direttamente all’epoca vittoriana, incontriamo per la prima volta una vera e propria moda del tatuaggio, diffusa in Inghilterra tra le donne delle classi più elevate.

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In questo periodo, infatti, le decorazioni sul corpo fungevano da “gioielli permanenti” all’interno di cerchie d’élite e le donne che li sceglievano per sé erano solite indossare motivi e immagini esteticamente gradevoli e, in alcuni casi, i nomi dei mariti. Fu solo in seguito, quando la pratica del tatuaggio prese piede in ambito circense e nei freak show, che questa forma di body modification cominciò ad essere associata alle classi sociali più basse e agli outsider, spingendo le élite ad abbandonarla.

Come osserva Christine Braunberger, nel momento in cui il tatuaggio divenne prerogativa di chi stava “fuori dalla società”, le donne che sceglievano di ricoprirsi il corpo di disegni e scritte si trovarono a vivere vite molto più “ai margini” di quelle che li evitavano, con tutti gli svantaggi e i vantaggi del caso. Le donne tatuate, infatti, erano spesso anche performance artist alle quali era concesso mostrare e fare un uso del loro corpo molto più vario e radicale rispetto alla media. In epoca vittoriana, inoltre, le donne tatuate erano tendenzialmente più indipendenti economicamente rispetto a chi aveva scelto o era rimasta costretta entro uno stile di vita più convenzionale, oltre al fatto ch’esse avevano modo di viaggiare e di spostarsi senza sottostare a mariti e famiglie oppressive.

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Con il passare degli anni, i tatuaggi si diffusero esponenzialmente negli ambienti militari, soprattutto in marina, facendone così un tipo di intervento sul corpo percepito come eminentemente maschile e virile. Da quest’ultima associazione, viene anche il commento sarcastico che mi rivolse mia madre quando vide per la prima volta l’ombrello che mi feci tatuare a diciannove anni. “Sembri uno scaricatore di porto”, disse avvicinandosi con sospetto alla mia spalla sinistra.

All’epoca non sapevo granché della storia dei tatuaggi in Occidente, e benché meno di quella delle donne che, per prime, scelsero di modificare in modo irreversibile il loro corpo con dell’inchiostro sottopelle. Se fossi stata più preparata, le avrei di certo mostrato alcune delle foto che arrivai a scoprire solo qualche anno dopo, e che fungono da testimonianza delle vite delle donne che hanno spianato la strada per noi tatuate odierne.

Un caso abbastanza noto è quello di Maud Wagner, un’artista circense (trapezista e contorsionista), che imparò a tatuare da suo marito, e che è ricordata come la prima tattoo artist donna negli Stati Uniti. Questa splendida foto risale al 1910.

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Un altro caso che viene talvolta ricordato, è quello di Olive Oatman, una ragazza nata nel 1858, che venne adottata da un gruppo di nativi americani della tribù Mohave dopo lo sterminio della sua famiglia da parte degli Yavapais. I Mohave la accolsero al punto da offrirle un tatuaggio tradizionale sul mento, che la rese una celebrità quando, a diciannove anni, ritornò a vivere tra i bianchi.

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Queste, invece, sono altre foto nelle quali mi sono imbattuta in questi ultimi anni e che considero fonte di imperitura ispirazione.

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  1. MARGHERITA

    18 novembre

    Vorrei specificare, a nome, credo, di tutti coloro che hanno letto questo post e non l’hanno commentato, che non si tratta di disinteresse, ma di ammirazione. Chi guarda a bocca aperta sta in silenzio: avete mai visto tanta grazia e fantasia?

  2. MILVA

    25 novembre

    Ben detto, Margherita!

  3. ANIARA

    21 febbraio

    Un post brillante, non c’è altro da dire..

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