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Anni fa v’era un telefilm che faceva dell’iperbole il suo pane quotidiano, per cui qualsiasi cosa portasse sullo schermo (film, libri, canzoni, cibo) veniva automaticamente derubricato a “Wow, quanto impegno ci mette Ilene Chaiken a creare un universo assolutamente inverosimile”.
tumblr_mil7vn4D8r1r0l2hdo1_r1_500Fra torte alla farina di mais, artisti concettuali e vestiti veramente troppo anni ’90 per il loro stesso bene apparve anche Lesbian Nuns: Breaking Silence, ma sicché il contesto era piuttosto fantascientifico era ben difficile credere che un presunto libro, cardine di una scena assai ridicola che ahimè  pare non esser mai stata caricata su Youtube, potesse essere reale.
(Quel telefilm era The L Word, che se bontà vostra non l’avete visto non vi siete persi poi tanto. Se volete recuperarlo sono ben sette serie da circa 23 puntate l’una in cui c’è un concentrato di inverosimiglianza tale che spesso son più credibili i Cylon di Battlestar Galactica e il loro piano per la conquiste delle 13 colonie)
Beh: una biblioteca della Brianza, qualche anno dopo, ci ha tenuto a smentirmi. Quel libro esiste, eccome. Ta-Daan:

Se la nostra cultura definisce la normalità basandola sull’universo maschile e approva soltanto le donne che vivono al fianco di un uomo è logico che le monache e le lesbiche vengano viste come creature ridicole e irrilevanti agli effetti della storia.

Questa cultura prettamente maschilista che fa della morale spicciola sui peccati della carne e dipinge il desiderio carnale della donna come il frutto del diavolo, nella sua incongruenza definisce sia le monache che le lesbiche creature innaturali; e le inserisce ai poli opposti del diagramma delle virtù femminili.

imagesQuando ero bambina ero letteralmente terrorizzata all’idea di “ricevere la chiamata” da parte di Dio. A catechismo s’erano versati fiumi di parole sulla bellezza e l’impossibilità del rifiuto della vocazione: se Dio ti chiama tu non è che puoi fare finta di nulla, se ti chiama non ci puoi fare proprio niente, vai e rispondi,si grazie arrivo. È un pregio, un vanto ricevere la vocazione. Un delizioso obbligo da adempiere con la goia nel cuore, lasciandosi tutto alle spalle come aveva fatto San Francesco (e Santa Chiara, di riflesso).
Se da bambina mi immaginavo la vocazione come un qualcosa di terribile da cui scappare a gambe levate, perché l’idea che Dio si frapponesse fra me e il mio ipotetico futuro da qualsiasi cosa avrei voluto fare da grande non mi pareva affatto una buona idea, ora la vocazione  me lo immagino un po’ come la sveglia che tutte le mattine alle 7.40 mi butta fuori dal mio amato lettino e mi ricorda che se voglio pagare l’affitto c’è da andare a fare colazione e uscire di casa: io non posso ignorare quella maledetta sveglia proprio come le persone chiamate da Dio non possono ignorare la vocazione. Ma se effettivamente mi alzassi dal letto, facessi colazione e poi decidessi di andare al parco, anziché in metro-tram-e poi ufficio?

Dentro il convento, 50 monache confessano la loro sessualità è composto da 50 storie, raccontate da altrettante monache, che al ruolo di suora affiancano il ruolo di lesbica. Monache ed ex monache, suore di vario ordine e grado, alcune delle quali hanno effettivamente sentito suonare la sveglia che le portava verso il convento, altre che la sveglia della vocazione l’hanno puntata loro stesse, per trovare un rifugio sicuro abitato da donne, lontano da un mondo ove il maschilismo era un male imperante.Talune sono entrate in convento e poi si sono scoperte lesbiche, altre sono entrate in convento proprio perché lesbiche. Quello che le accumunava più o meno tutte era il desiderio imperante di vivere circondate da donne una vita tranquilla lontana dagli uomini e da tutte le brutture ( matrimonio, figli, famiglia) che ne conseguono:
l’improvvisa gioia che scaturiva dalla consapevolezza di far parte di una famiglia di donne affettuose, generose e protettive contribuì in parte a alla prova più faticosa: resistere, mese dopo mese, alla tentazione di un’amicizia particolare.
Una seconda lettura di Dentro il convento mi porta inevitabilmente a fare un paragone fra le storie lette e una via d’uscita dagli obblighi, o ad una mezza ammissione dei doveri non completati. Se nel lontano 2009 quello che mi aveva dato fastidio era la  finta pruderie con cui vevivano raccontate le scene di sesso,  nel 2013  il fastidio perdura, non localizzato ma estremamente diffuso:

La parola “lesbica” rivela il nostro amore spirituale e politico per la donna, senza però necessariamente coinvolgere le nostre tendenze sessuali.
L’ironia nasce dal fatto che troppo spesso la gente confonde le monache per lesbiche e viceversa, perché ci muoviamo sempre in gruppi femminili così ovvii all’occhio maschile. Ignorando apertamente la cultura maschilista che vuole la donna schiava del trucco, dell’eleganza, delle sue apparenze, le monache e le lesbiche si rendono inaccessibili alle coercizioni maschili.

Il che rende, in pratica, la monaca lesbica come un super totem contro il patriarcato, il non plus ultra della condizione di donna emancipata che pensa per sè, vive per sè e se ne frega allegramente di ciò che gli uomini ( eccezion fatta per Dio, ma non necessariamente) ha da pensare e dire sul suo conto.
Non riesco a comprenderne appieno il motivo, ma questo libro mi dà fastidio. Mi dispiace, non riesco ad essere imparziale, non riesco ad essere obiettiva, non riesco a parlarvene presentando l’opera come wow! le monache lesbiche esistono per davvero, non solo nel porno fetish, e sono una cosa interessante seppur controversa.
Perché sono cose interessanti, lo sono eccome.
Non so se è per il mio ruolo di lesbica vissuto in maniera diametralmente opposta alle cinquanta monache del volume o per quel retaggio cattolico che da anni cerco di scrollarmi di dosso con tutte le mie forze, ma non riesco a non provare un senso di incipiente orticaria ogni volta che mi avvicino al volume. Concedo tutte le attenuati alle storie narrate per stemperare la mia voglia di mettermi ad urlare. Gli anni in cui le storie si svolgono (’50, ’60,’70) le difficoltà nel conciliare una forte fede e l’omosessualità, la paura del rifiuto sociale frutto della sopracitata forte fede, l’innegabile coraggio di raccontare la propria storia a viso aperto, a tutto il mondo. Eppure…

Una grande passione per qualche monaca che fungeva da amica, da intellettuale, da maestra  di vita e modello di comportamento, ci ha convinto a seguire il loro esempio e a scegliere i voti.
Molte scoprirono tabù suell’omosessualità solo infrangendoli. Le madri badesse definivano amicizia particolare l’intimità esclusiva con un’altra sorella e la condannavano perché ci avrebbe distolte dalla totale dedizione a Dio ed alla comunità.
Ogni esperienza ci sembrava unica e ci fu chi credette di essere la prima ad aver perduto la verginità per cedere alla sessualità più sfrenata.

Eppure trovo in tutti i racconti un autocompiacimento che ogni volta, sempre di più, ha un sapore di esagerato che non riesco a  digerire. Compiacersi per aver infranto le regole, per aver non scelto, per la scappatoia comoda e facile che il convento offriva rispetto all’affrontare la realtà  ( andare al parco e non al lavoro) con tutti i suoi pro ed i suoi contro. Che poi sembra assolutamente paradossale immaginare il convento come una scelta calda e comoda, ma tant’è. Era più facile essere lesbica in convento che essere lesbica in qualsiasi altro posto del mondo.
Io ci provo, e non so quale dei miei due ruoli, se quello di lesbica o quello di ex bambina cattolica non riesce a raccapezzarsi, ma non riesco proprio a capire.

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