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iGoogle: “Forse fa male, eppure mi va”...

iGoogle: “Forse fa male, eppure mi va”. Indigestioni sul mondo digitale.

I blogger? Sono solo narcisisti digitali.
Il web partecipativo? Milioni e milioni di scimmie esuberanti
che stanno dando vita a una foresta infinita di mediocrità.
Google? La versione 2.0 del Grande Fratello.
Wikipedia? Un’enciclopedia fatta da ignoranti per ignoranti…
Si sta imponendo una cultura del narcisismo digitale in cui si utilizza Internet
per diventare noi stessi le notizie, l’informazione.

Nonostante io, e tutti coloro che l’hanno usata per ottenere informazioni chiare ed esaustive in merito ad una materia scolastica astrusa a scelta, ami Wikipedia, devo ammettere che la citazione da The Cult of the Amateur di Andrew Keen mi ha fatta pensare.
MySpace, Netlog, il blog di MSN, Blogspot, Splinder, been there, done that. E adesso Facebook, Twitter o Instagram; le piattaforme multimediali provvedono ad accontentare i bisogni di tutti. Ma che tipo di bisogni? La mia generazione è quella cresciuta a pane e Harry Potter, The O.C. su Italia 1 dalle 15.00 alle 16.00 e, ovviamente, MSN e MySpace. Ho aperto un blog a quindici anni. A diciassette, credevo fosse un capolavoro: documentazione accurata, intelligente e satirica di un’adolescienza sofferta in un paese provinciale e limitante, popolato da buzzurri che non comprendevano la mia genialità. Il tutto condito con degli immancabili picchi melodrammatici del tipo: “Perché non mi parli più?!?! Dimmelo!!!!” e poesie definite (a torto) gotiche. La mia generazione è anche quella generazione che è stata munita di cellulare il prima possibile, facendolo diventare fondamentale per essere socialmente accettati in classe. Siamo anche la generazione che comunica con una citazione da una canzone, una foto, uno smile, piuttosto che elaborare un pensiero che formuli una frase di senso compiuto. Si è andata a creare una neo-lingua, nella quale diventa difficile esprimere a pieno un messaggio od uno stato d’animo se non gli si fa seguire qualcosa come: -.-‘; XD; :O. Simboli incomprensibili, o quanto meno inusuali, già per qualcuno che abbia anche meno di una ventina d’anni più di noi.
Non gestisco più su un blog da quando avevo diciotto anni circa e quando, a venti, decisi di creare un account su Twitter, mi resi conto solo dopo aver passato venti secondi buoni a fissare la Home che in effetti non avevo nulla d’interessante da dichiarare. Ma questo è il punto: non c’è davvero nulla d’interessante nell’apprendere che il nostro compagno delle elementari ha mangiato pollo e broccoli per cena, o che l’amica di una nostra amica conosciuta ad una festa si è lasciata col ragazzo di turno; eppure ci sarà sempre qualcuno che aggiornerà lo stato di Facebook: “Stasera pizza!” e qualcun’altro che leggerà e provvederà a cliccare sul “Mi Piace”.
Il problema (ammesso che sia da tutti inteso come tale, e ne dubito – questa la vera tragedia) è che la mercificazione delle persone e delle identità siano tollerate, se non addirittura incoraggiate, dal fatto che la comunicazione avviene sotto forma d’immagine, più immediatamente comprensibile rispetto ad un testo scritto. Si viene costantemente incoraggiati all’esuberanza, in tutte le sue varie forme. Se non siamo tutti abbastanza belli da finire in televisione, almeno possiamo tutti essere in grado di creare un blog o un album dal titolo “Magnificamente Me”, per poter anche noi, nel nostro piccolo, condividerci (riservandoci il diritto di lamentarcene, manco a dirlo, sul nostro blog), perché non far sapere a tutti cosa stiamo pensando/vedendo/ascoltando/leggendo sarebbe annoverato come crimine contro l’umanità e ci renderebbe degli esclusi. Il fenomeno ha acquisito talmente tanta rilevanza da far sì che nel 1998 l’Oxford English Dictionary coniasse il termine Egosurfing, per indicare l’atto di inserire il proprio nome in un motore di ricerca al fine di valutare la propria presenza e rilevanza su Internet. Qui possiamo creare accounts su Goodreads, MUBI, 8tracks o, meglio ancora, tutti e tre, in modo da dare forma e accessibilità alla nostra sfaccettata persona, plasmando la nostra identità virtuale a nostra immagine e somiglianza. Si arriva a concepire la società come qualcosa di assolutamente proiettato sul virtuale e che non si raggrupa o identifica in base al sesso o alla nazionalità, ma solo agli interessi comuni. Sei un blogger o un flickrer?

L’interazioni sono ovviamente cambiate, ma questo implica che siano necessariamente evolute? Internet offre la possibilità di condividersi e trovarsi, crearsi un mondo immaginario spesso e volentieri più accogliente di quello reale, poiché possiamo popolarlo (concedendogli l’accesso) di persone a noi affini. A questo punto, si inizia a parlare di dialogo? E in che termini? I blogger sono ormai ufficialmente riconosciuti come persone incredibilmente influenti poiché veicolatori di pensieri, un po’ come Gesù, per capirci. Il paragone è azzardato (ma la blasfemia è un maschio di fabbrica di SR) eppure persiste. Il massimo esponente della nuova frontiera della comunicazione è Facebook, biglietto da visita per Weblandia. Susan Cain, emergente scrittrice americana, ne propone un’interpretazione interessante. La scrittrice ha recentemente pubblicato un libro sul potere degl’introversi (Quiet: The Power of Introverts in a World That Can’t Stop Talking) incompresi e poco apprezzati dalla società occidentale odierna. Cain sostiene che Facebook è solo il risultato (ancora una volta, virtuale) di una società che (im)pone un’incessante enfasi sull’apparenza e l’estroversione. Da qui la necessità di creare una piattaforma attraverso la quale ci si possa mostrare. Da dietro uno schermo, rimanendo al sicuro, reclamando il nostro diritto alla privacy, all’autoconservazione. Tra i nostri sporchi segreti c’è anche quello di tornare ad un mondo dove si riteneva che non tutto era, o doveva essere, accessibile?
In poche parole, credo che all’iniziale entusiasmo per l’era del digitale sia andato affiancandosi (senza, per ora, usurparne il posto) un ancora sotterraneo e poco definito desiderio di riappropariari della propria persona e della conseguente immagine. Pensateci, la prima volta che qualcuno ha taggato una foto con voi, e magari non eravate proprio al meglio, come vi ha fatto sentire? Contenti, umiliati, indispettiti, traditi, spogliati? Quando ha smesso di darvi fastidio?
Eppure noi tutti abbiamo dedicato una serata ad eleggere una persona che in passato abbiamo amato/odiato o entrambe le cose per scovarne l’eventuale blog o altri account disseminati in quella specie di soffitta virtuale che è ad oggi internet, e la maggior parte di noi risulta essere restia persino ad andare in vacanza per un relativamente lungo periodo di tempo in un luogo sprovvisto di connessione ADSL. In poche parole, iniziamo a risentire delle conseguenze dell’avvento della tecnologia, eppure la fame ancora c’è.
A prescindere che siate degli old souls o dei nerd del computer, rimane il fatto che la psiche umana è molto più complessa, e per questo affascinante, di qualsivoglia pagina degli “Apprezzamenti” di qualcuno su Facebook, e il quantitativo di amici (?) che si possono contare non definiscono gli utenti (o quantomeno, non dovrebbero) come persone. Perché accontentarsi di questo? Perché aspirare a questo? Perché automutilarsi? E’ il cervello a pensare cose nuove, nessun sito Internet lo farà per lui; perciò invito tutti coloro che si beano dei portali per accedere a nuovi mondi forniti dal web a farne buon uso, ma a non scordarsi di esigere qualcosa di più da se stessi e dagli altri. E adesso spammate, da bravi.


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  1. Margherita Ferrari

    18 gennaio

    Uhm, io sono dell’idea che distinguere troppo nettamente tra “mondo reale” e “mondo digitale” sia controproducente. E’ una mossa retorica che conosciamo da un pezzo, resa familiare da almeno dieci anni di inchieste giornalistiche e editoriali bacchettoni. Parecchi studi mostrano che questa dicotomia è soprattutto nelle nostre teste, in particolar modo di quelle degli adulti preoccupati per il potenziale rincoglionimento dei “giovani”. In media, le persone che hanno frequenti contatti con altre persone sui social network sono anche quelle hanno intense vite sociali fuori dall’ambito internautico. Poi, certo, ci sono casi estremi le cui vite seguono percorsi diversi, ma la tendenza generale è quella.
    Inoltre c’è da dire che, per un numero sempre più alto di persone, i social network risultano lo strumento più comodo per restare in contatto con chi è geograficamente distante e condividere anche frammenti di vita quotidiana che potrebbero risultare insignificanti. Ma non sono forse “insignificanti” molte delle nostre chiacchiere da bar? Secondo me demonizzare i social network o accusarli di limitare le nostre potenzialità comunicative non fa altro che penalizzarci. Non è tanto lo strumento il problema, quanto l’uso che ne viene fatto. Non mi aspetto che una persona che stimo smetta di essere stimabile quando si espone online, così come non mi aspetto che una persona cretina con cui andavo a scuola alle superiori, una volta attivato un account su Facebook, mi faccia cambiare opinione su di lei.

  2. Elisa Cuter

    18 gennaio

    Faccio notare un refuso(/lapsus?): “la blasfemia è un maSchio di fabbrica di SR”. Vi prego lasciamolo, è geniale. (Bello anche il pezzo, ovviamente: quanta verità.)

  3. Margherita Ferrari

    18 gennaio

    ah ah ah ah. quel refuso mi era sfuggito 😉

  4. Marta Conte

    18 gennaio

    A Margherita:
    Non era mia intenzione demonizzare i social network, anche perché risulterei incredibilmente ipocrita, visto che io per prima ne faccio, con gioia, uso (moderato). Concordo che la differenza tra mondo reale e virtuale sia ormai implosa, e non abbia senso inveire contro internet, e tanto meno you-porn, accusandolo di genocidio di neuroni (il discorso può essere, volendo, affrontato nei confronti di un media come la televisione).
    Ciò che ho scritto è stato concepito in seguito ad esperienze personali, dove mi è capitato di avere a che fare con persone che non erano in grado di affrontare problemi o discussioni di natura più o meno intima se non sul web; e di persone che erano talmente presenti sul “mondo virtuale” da non riuscire a sostenere una conversazione con qualcuno senza sbirciare facebook, twitter, o chi per loro ogni dieci minuti almeno.
    “Non è tanto lo strumento il problema, quanto l’uso che ne viene fatto.” Concordo in pieno, e credo/spero che questo traspaia dall’articolo. Concordo nel dire che internet, ed i social network che lo pullulano, possono essere usati in maniera costruttiva, si può e si deve usare la rete come un ottimo strumento di conoscenza fornitoci dal XX secolo (buon dio, credi davvero che scriverei per SR se non la pensassi davvero così?). Il problema, a mio avviso, sopraggiunge quando anche questo strumento va ad inglobarsi a quella che ormai mi sembra essere una società “fast food” che risponde al motto “live fast, die young”: internet garantisce un accesso immediato a quasi qualsiasi tipo d’informazione, peccato che questi siano tutt’altro che esaustivi. Certo che leggere la pagina di Hegel su Wikipedia è funzionale e conveniente, ma non puoi venirmi a dire che visto che l’hai letta allora tu “sai” Hegel; o che visto che hai passato il pomeriggio a guardare foto di NYC su google “è un po’ come esserci stato”. Dico soltanto che non bisognerebbe rinunciare a quello, alla conoscenza che si acquisisce leggendo libri, viaggiando e sì, anche parlando con le persone al bar (un uomo saggio mi ha detto che la vera intimità è mangiare e bere con le persone, ed aveva ragione: è proprio in questi piccoli, apparentemente trascurabili momenti di vita quotidiana che si impara a conoscersi, attraverso i modi di fare e le abitudini che noi non ci accorgiamo neanche di avere ma che un’altra persona, se attenta, nota. Imparando qualcosa di noi).

    A Elisa: Mi chiedo cosa ne direbbe Freud D:

  5. Marta Derubbe

    18 gennaio

    Complimenti Má, bell’articolo

  6. Margherita

    19 gennaio

    @marta: sul discorso delle interazioni faccia a faccia ti do ragione. in quel frangente, penso di aver fatto riferimento più alla mia esperienza diretta che a quanto ho studiato sulla questione. completo dunque dicendo che la mia presenza online è da sempre rivolta in primo luogo alle persone che non ho occasione di vedere, quindi apprezzo anche quando raccontano minuti aspetti della loro vita quotidiana su twitter o su facebook. se avessi modo di uscirci (o uscirci più di una o due volte all’anno) magari subentrerebbero altre dinamiche.

  7. Simone B.

    19 gennaio

    Si è andata a creare una neo-lingua, nella quale diventa difficile esprimere a pieno un messaggio od uno stato d’animo se non gli si fa seguire qualcosa come: -.-’; XD; :O. Simboli incomprensibili, o quanto meno inusuali, già per qualcuno che abbia anche meno di una ventina d’anni più di noi.

    Fammi capire aumentare le possibilità espressive del testo scritto è un impoverimento?

    Che poi a guardare la paleografia non è che abbreviazioni o codici siano una cosa nuova nuova.

  8. Il Fantasma di von Hayek

    19 gennaio

    In breve: ben detto! Però il mezzo condiziona pesantementemente i messaggi possibili, ergo: non sarà teatrro, ma televisione, e non sarà incontro al bar, ma facebook. C’è chi detesta o ama le chiacchere da bar, e c’è chi detesta o ama le chiacchere da facebook. Io preferisco ovunque le riflessioni lunghe alle frasi scontate

  9. Marta Conte

    21 gennaio

    A Simone B.:
    Dopo il: “Fammi capire” andrebbe una virgola.
    Non ho mai parlato di impoverimento, semmai di cambiamento, che non è necessariamente una brutta cosa. In questo specifico caso, mi serviva sottolineare questo cambiamento del linguaggio per avvalorare la mia tesi secondo la quale un’immagine, come una faccina, va a sostituirsi alla descrizione di uno stato d’animo, che prima sarebbe avvenuto a parole.
    Le abbreviazioni o codici non sono una cosa nuova, anzi antica. Antica perché poi c’è stata una cosa chiamata: “Evoluzione” e vattelapesca signora mia.
    Stiamo davvero discutendo del fatto che le persone ad oggi sembrano aver perso la capacità di articolare un discorso? Che segni di punteggiatura quali i due punti o il punto e virgola siano pressoché spariti perché ormai si ritiene cosa giusta e buona mettere. un punto ogni. volta che. ci pare. sia una cosa che non succede in letteratura? E Baricco? E la Avallone?
    Dammi anche della vecchietta conservatrice se credi, ma ho troppo rispetto ed amore per la lingua italiana per non, quanto meno, far notare cambiamenti del genere. In oltre, in tutta onestà dubito che scrittori da Leopardi alla Morante sarebbero mai dovuti ricorrere alle “faccine”, per non parlare dei tre aggettivi che compongono una frase di cinque parole, conclusa da dieci punti esclamativi!!!

    Al Fantasma di von Hayek:
    In breve: grazie! E concordo con la tua (più o meno amareggiata) visone della vita. Lunga vita alle chiacchiere da bar, e a quelle da auto-grill.

  10. Martina

    21 gennaio

    @Marta

    Ma Leopardi ed Elsa Morante vivevano in un altro periodo storico e la loro “professione” era quella di “scrittore”!

    Poi bisogna distinguere in che contesto si usa la lingua scritta e sopratutto chi scrive. Faccio degli esempi: se scrivo in chat non sto di sicuro attenta alle maiuscole, punteggiatura etc. proprio perché il mezzo obbliga ad essere veloci ed asciutti.L’uso delle emoticon aumenta poi le capacità espressive del testo poiché mancano quelle componenti extra verbali presenti nella comunicazione “in carne ed ossa”.
    Se invece devo scrivere un articolo o saggio breve evito di fare errori di grammatica, sintassi e punteggiatura perché il contesto mi impone di essere precisa.
    Inoltre se chi scrive è una persona che non legge libri e ha uno scarso livello di istruzione difficilmente su facebook scriverà un sonetto per commentare una foto in cui è stata taggata.

    Secondo me fai l’errore di generalizzare e di fare di tutta l’erba un fascio. La gente non sta disimparando a scrivere, si sta adeguando al mezzo (internet) che permette una maggiore velocità ed informalità. Questo ovviamente è un processo in cui siamo tutti coinvolti e quindi il rischio di cadere nella retorica “si stava meglio prima” è alto.

  11. Marta Conte

    22 gennaio

    Martina:

    Non sono d’accordo in tutto e per tutto, ma diciamo che sono fondamentalmente d’accordo con te. Ti do ragione sul fatto che l’utilizzo delle faccine sui social network va a rimpiazzare le espressioni del viso che adotteremmo in una conversazione faccia a faccia, e che “paese che vai, usanza che trovi”. Si vede che sono un’inguaribile nostalgica.
    Detto ciò, ribadisco che non ho mai detto che bisognerebbe tornare all’età della macchina da scrivere o tanto meno della pietra, quindi relax.

  12. Marta De Rubertis

    24 gennaio

    Penso che il nucleo e il bello di quest’articolo sono che hai saputo evidenziare il fenomeno della “mercificazione della personalità”, questo egocentrismo di massa di cui Facebook è probabilmente il pernio e l’esemplificazione: il problema, secondo me di come viene utilizzato Facebook, è che è un mezzo di comunicazione solo per una piccola percentuale, per il resto è una passerella, dove tutto quello che facciamo scriviamo e pubblichiamo non è propriamente per comunicare ma sopratutto per mostrare quanto siamo fichi.
    Inoltre Facebook è di per sé uno strumento limitante che non si presta ad esprimere opinioni, a un pensare collettivo o almeno a permettere di articolare la propria personalità in modo costruttivo come invece i blog, sì, anche perché non viene usato in questo modo, io mi sono fermata al blog di MSN ma almeno lì potevi elencare la musica che ti piaceva.. é obiettivamente costruito per esprimersi pigiando bottoni, i vari mi piace, tag, questa cosa terrificante che puoi sempre far sapere dove sei.
    Le foto ne sono il perfetto esempio, ma vale lo stesso per lo status delle relazioni, per il numero di amici ecc.: ormai fare una foto non è neanche più un modo di ricordare un momento, ma solo per mostrare, dimostrare. “Guardatemi! io c’ero! uuh quanto sono fico!” Chi non ha mai visto turisti farsi fotografare con un monumento e andarsene senza degnarlo di un occhiata? L’ho visto fare persino con le Ninfee di Monet, e sì, lo trovo orripilante. In questo caso il discorso potrebbe anche allargarsi all’avere come stile di vita, come se imbottigliare un quadro nell’immagine potesse essere equiparato a guardarlo e viverlo, ma comunque. Stesso con le relazioni: se non accetta lo status che dichiara al mondo che state insieme, allora non ti ama.

    Butto lì un altra questione: il tam tam su fb e social network vari è stato estremamente utile nella primavera araba e non per niente fb è vietato in Cina, però nei paesi occidentali dove la democrazia è più matura e si basa sul suffragio universale l’utilizzo politico di fb (non conosco Twitter) questo condividere notizie così, con un immagino o un link ad un articolo che nessuno leggerà mai comporta nella maggior parte un indignarsi superficiale, un fermarsi ancora “al fa tutto schifo” che inizia addirittura ad andare di moda e da frutti quali l’antipolitica il populismo ignorante di Beppe Grillo.

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