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Quando risulterai manchevole al tribunale dellR...

Quando risulterai manchevole al tribunale dell’irreprensibilità

Ho rivisto le foto di Livia (il nome è inventato), una ragazza che conobbi anni fa e della quale un giorno venni a sapere che aspettava un figlio. Lei aveva quindici, forse sedici anni, e fu mia sorella a saperlo da qualcuno che in una conversazione inserì la frase “Lo sai che Livia aspetta un bambino?”. Quando si discusse dell’episodio ci fu una battuta, che probabilmente pronunciai io; qualcosa del tipo “Cosa dici in un caso del genere, auguri o condoglianze?”. Ridemmo e non parlammo più della cosa. Solo una volta, mi sembra, uscì fuori l’argomento di come quella ragazza indugiasse fuori da scuola in varie compagnie, con l’aspetto particolarmente curato e i vestiti firmati, “mentre a casa la figlia sta coi nonni”. Disapprovazione, occhiate eloquenti, cambio d’argomento.

Ho visto le sue foto più recenti, grazie a Facebook, e quelle di sua figlia. Nel tempo trascorso dall’ultima volta che ho saputo qualcosa di loro, lei ha fatto l’università e cambiato colore di capelli, la figlia è cresciuta e ha preso il sorriso della madre. Ho scrutato quei volti e mi sono chiesta come sia stato possibile che, quando io avevo gli anni della madre e mia sorella un paio in più, i miei sentimenti nei confronti della sua gravidanza fossero dominati dal raccapriccio, un frettoloso disprezzo che mi distanziasse da lei. Io non ho ricevuto un’educazione cattolica, niente catechismo, messa, comunione o cresima.

La mia famiglia è laica, mia madre è sempre stata una donna indipendente e non giudicante, eppure quando una mia conoscente è rimasta incinta l’ipotesto di tutti i miei pensieri è stato ci è cascata, o si è fatta fregare, e in ogni modo ha fatto qualcosa di sbagliato, di moralmente scorretto, di esecrabile. Mi chiedo, oggi, quale fosse quella cosa che mi sembrava esecrabile. Il sesso? Diverse mie amiche erano già sessualmente attive al tempo, e io non lo ero ma avevo discrete fantasie al riguardo. Il sesso non protetto? Ma in che modo il sesso non protetto mi sembrava una cosa “moralmente discutibile” e non una cosa tuttalpiù incosciente, probabilmente causata dalla poca informazione che tuttora circonda il sesso tra gli adolescenti ma, soprattutto, portatrice di un’immensa sfiga che sarebbe potuta capitare anche a me e alle mie amiche, se una volta mai in un rapporto sessuale si fosse rotto il preservativo senza che ce ne accorgessimo o senza che potessimo prendere la pillola del giorno dopo? In che modo è stato possibile che non provassi alcuna empatia per quella mia coetanea? E, infine: perché non è stato spontaneo in nessuna di quelle conversazioni parlare del suo ragazzo? Certo, furono cenni rapidi; ma l’istinto di mettere in ridicolo la sua situazione l’ebbi comunque. Perché, allora, non quello di coinvolgere nel discorso la persona che aveva il 50% di responsabilità nella gravidanza in questione?

La risposta, naturalmente, è lo slut shaming. Quell’insieme di concetti per il quale se si viene a sapere che un essere di genere femminile ha avuto esperienze sessuali – troppo presto, con troppe persone, in modi troppo anticonvenzionali, la lista è lunga – il suo intrinseco valore diminuisce. Una tendenza talmente radicata da filtrare nei comportamenti e nei pensieri delle donne in primis, specie di donne giovanissime, che hanno ancora bisogno dell’approvazione altrui anche loro malgrado. E sì, filtra nelle donne prima che negli uomini, perché additare, giudicare, disprezzare a voce alta garantisce a tutti i presenti che tu non fai parte del club delle sbagliate; tu sei irreprensibile, tu per oggi sei salva. Inutile osservare che verrà il giorno in cui anche tu verrai trovata manchevole davanti al tribunale dell’irreprensibilità: il pensiero è talmente intollerabile che lo allontani, possibilmente pronunciando frasi da censore morale che manco Ratzinger, nella speranza che quando il processo lo faranno a te se ne ricordino e siano più clementi. Spoiler: non lo sono mai.

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Mi torna in mente, allora, la campagna di “perché abbiamo ancora bisogno del femminismo”. Perché, alla faccia della mia educazione laica e dei miei esempi familiari di femminilità libera, per una fase della vita ho comunque giudicato alcune mie coetanee per la loro condotta sessuale. E, se allora avessi respirato un po’ più di femminismo, magari oggi non avrei così tanta voglia di darmi un ceffone.


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