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Simoun: un anime “sui generis”

Simoun: un anime “sui generis”

simoun1df0nu2Il problema in cui mi ritrovo, durante certe giornate oziose, è lo spiraleggiare del mio pomeriggio nei meandri di internet. Una cosa tira l’altra, un link di qua, un video di là, et voilà, ti ritrovi a vedere il primo episodio di un anime, intitolato Simoun, il cui preambolo è il seguente.

Daikūriku è un pianeta molto simile alla Terra, su cui vivono delle creature umanoidi che nascono donne e che crescono come tali fino all’età di 16 anni, quando sono chiamate a scegliere il proprio sesso definitivo.

Premetto che non mi intendo particolarmente di anime in fatto di qualità tecniche, ma so riconoscere delle grandi storie quando mi vengono sbattute in faccia, e questo ne è decisamente un esempio.

La guerra incombe su Daikūriku, dove tre grandi nazioni, Simulacrum, Argentum e Plumbum, si contendono la tecnologia dei Simoun, in possesso della Teocrazia di Simulacrum: velivoli a due posti detti “cocchi degli dei”, alimentati da un misterioso motore ad elica centrale, che possono essere pilotati solo da due giovani sacerdotesse. Pilotare uno di questi velivoli è, infatti, per le sacedotesse, chiamate Simoun Sybillae, un modo per pregare Dio, cosa che fanno eseguendo complesse coreografie nei cieli. Le Sybillae, considerate anche loro creature pure e sacre, possono essere scelte solamente fra ragazze non ancora recatesi alla Fonte per scegliere il proprio sesso definitivo. La storia segue le vicende di un gruppo di Sybillae, quelle appartenenti al gruppo più rinomato, il choir Tempest, in seguito dell’entrata in guerra di Simulacrum e alla morte di tre membri del gruppo originale, con successivo arrivo di tre nuove Sybillae.

Innanzitutto vorrei mettere le mani avanti, e specificare che questo anime è tutto fuorché libero da fan-service o stereotipizzazioni. Bisogna anche qui fare i conti con i tropes più comuni all’interno degli anime yuri (tematica dell’omosessualità femminile, rivolti sia ad un pubblico femminile che maschile, purtroppo), e in generale i costumi sono i tipici praticamente-nudi-dalla-cintola-in-giù, con scollature generose o semplicemente seni molto voluminosi avvolti da tutine aderenti. Lo sguardo maschile è ovunque e purtroppo non possiamo liberarcene tanto facilmente, specialmente nel mondo degli anime e dei manga giapponesi.

Ma Simoun è un anime complesso, che non si limita allo yuri, ma è intriso di argomenti come il viaggio nello spazio e nel tempo, la politica, la guerra, la religione, la filosofia, la morte, e ovviamente i vari tipi di amore, compresi quelli più problematici.

Ciò che davvero mi ha entusiasmato, però, è la generale atmosfera di queerness che regna nell’aria. Prima di tutto l’evidente decostruzione del genere che nasce dalle stesse premesse dell’anime. Per esempio, il presupposto che, nonostante tutte nascano con attributi fisici femminili, ognuna abbia la propria identità di genere personale, e che nel passaggio alla maturità si possa scegliere di far effettivamente coincidere genere e sesso è un concept bellissimo e per certi versi rivoluzionario. E ancora più bello è il fatto che ci siano diversi personaggi nell’anime a cui non importa molto a che sesso vengano assegnati, o che addirittura si rifiutano di scegliere, rendendoli quasi dei personaggi meravigliosamente genderqueer.

Ci sono inoltre notevoli somiglianze fra la trasformazione in uomini delle ragazze e il processo di transizione a cui si sottopongono i transgender, come per esempio il fatto che la trasformazione avvenga lentamente, dovendo passare un certo tempo prima che il seno “si ritiri” e la voce diventi più mascolina.

C’è poi la scelta di utilizzare dei doppiatori femminili con voce più profonda, per i personaggi maschili, che mi pare molto interessante e degna di nota, quasi a sottolineare l’avvenuta transizione.

Tutte le relazioni fra i personaggi sono, ovviamente, ad un qualche livello, pervase di queerness: le storie che nascono fra le varie Sybillae sono chiaramente storie fra donne, ma si possono ancora considerare così date le scelte future, in cui, forse, alcune di loro sceglieranno di cambiare sesso? E se la scelta non avviene, cosa succede? Di fronte a cosa ci troviamo? Mi piace il bisogno di non dover racchiudere tutto in precise scatoline, il lasciare la sessualità in balia dei sentimenti individuali e fuori da ogni problematica con il genere.

Mi sono spesso chiesta, durante la visione, se l’essere nati e vissuti come donne per i primi anni della propria vita possa essere servito a creare un rifiuto di un ordine patriarcale e misogino. Tuttavia, nonostante l’anime non esplori troppo a fondo la struttura sociale e sociologica di un tale mondo, – un peccato a mio parere, ma il centro della questione è più la transizione verso il mondo adulto e il problema della guerra e delle sue conseguenze –  ho notato più volte come tutti i membri più potenti dei governi siano uomini e come anche loro approfittino del sistema patriarcale quanto più loro convenga. È ingiusto, ma poco c’è di giusto, persino su Daikūriku.

Simoun termina, comunque, con una nota di speranza, una speranza affidata ai personaggi femminili, che tenteranno di guarire le ferite inflitte al mondo dagli uomini. Le storie che racconta sono toccanti e delicate, a volte drammatiche, a volte un po’ comiche, ma ogni episodio risponde a delle domande solo per porne un milione di altre nuove e più complesse. Come ho già detto, non è esente da stereotipi, ma c’è tutto un discorso legato alla forza e al coraggio rivelatisi alla fine non necessariamente connessi alla mascolinità, che mi lascia speranzosa sul destino dei personaggi femminili nei manga e negli anime.

Segnalo infine una colonna sonora di tango, valzer e musica classica con i controfiocchi.


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  1. Paolo1984

    30 Settembre

    non credo che il fatto che lo yuri sia rivolto a spettatori di entrambi i sessi sia male, nè riesco a vedere come di per sè negativo ciò che chiamate “fan service”..che importa dei seni voluminosi o di come si vestono se i personaggi sono fatti bene e la storia è appassionante? Se uno guarda questi cartoon solo per le tette è problema suo non del cartoon.

    “Mi sono spesso chiesta, durante la visione, se l’essere nati e vissuti come donne per i primi anni della propria vita possa essere servito a creare un rifiuto di un ordine patriarcale e misogino”

    non so. Io ho sempre pensato che nascere donna o uomo non ti rendà nè migliore nè peggiore di chiunque altro

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