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“Sono una scrittrice o solo una ragazza che ...

“Sono una scrittrice o solo una ragazza che scrive?” – Storie di sessimo internalizzato, romanzi in progress e gender bending

All’età di sedici anni tenevo un blog trattandolo da diario personale, dato che nessuno dei miei lettori si era mai manifestato nella sua materialità. Ciò che scrivevo era frutto della mia quotidiana esperienza scolastica e dei miei poco originali casini adolescenziali. Nel frattempo, parecchia gente mi leggeva e commentava.
Poi venne il giorno in cui qualcuno, tra i commenti, buttò lì un’idea che divenne moderatamente popolare, e restò tale per un breve periodo, finché altri blogger non ebbero modo di scrivere che mi avevano incontrata di persona, L’ipotesi avanzata era che Margherita, la voce narrante, la sottoscritta non fosse veramente una ragazza minorenne che raccontava la sua vita. Non poteva che essere un uomo sulla trentina, magari neanche veneto. Sì, Margherita e i suoi accattivanti resoconti densi di citazioni musicali dovevano per forza di cose essere il prodotto della lussureggiante creatività di un tizio non più adolescente che si era inventato tutto, dalle compagne di classe ossessionate dai voti scolastici alla totale assenza di una vita sentimentale che potesse definirsi tale, passando per la insaziabile fame di musica e letture degne.

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Un esempio a caso di libro pregevole scritto da “un giovinetto”

Mi ci vollero anni per rendermi conto di quanto ridicola era stata quella faccenda. All’epoca mi ero offesa solo in virtù del fatto che qualcuno aveva messo in discussione la maternità dei miei scritti sulla base della mia età dichiarata. A sedici anni avevo già letto parecchia letteratura degna. Alcune delle opere che avevo amato di più erano state scritte da persone poco più vecchie di me. Sapevo quindi che nessuno poteva permettersi di sminuire ciò che scrivevo solo sulla base del mio status di minorenne. Fu solo molto tempo dopo che mi resi conto di un altro fondamentale dettaglio.
Nell’ipotizzare identità alternative alla mia, chi commentò ebbe cura di modificare anche il mio genere.
“Perché?”, direte voi. È una bella domanda.

La risposta che mi sono data, da almeno due anni a questa parte, è che ad appoggiare quella visione della mia persona fossero soprattutto dei tizi vagamente molesti che non riuscivano ad accettare il fatto che a scrivere quei post, che loro amavano e tornavano periodicamente a leggere, fosse “solo una ragazzina”. Quando mai le ragazzine se ne escono con qualcosa di significativo, o anche solo di non insignificante?
Solo di recente ho realizzato che mi ha fatto comodo pensare che fossero solo degli stronzi a vedere i miei scritti sotto quella luce. Ho voluto credere che dietro quei commenti ci fosse un chiaro intento, e che quell’intento fosse privarmi della mia voce, solo sulla base del fatto che io non avevo le caratteristiche “naturali” che aiutano a fare di te un autore rispettabile e degno di questa qualifica.
Continuo a ritenere che questa sia una parte della verità, poiché il fenomeno dell’accanimento sessista nei confronti delle blogger è un fatto comprovato, di cui si è scritto moltissimo sia in Italia sia all’estero. Ho però aggiunto nuovi dettagli al quadro della faccenda nel corso dell’ultimo anno, mentre lavoravo alla stesura del mio primo romanzo.

Quando, due anni fa, ho cominciato a stendere i primi capitoli, ero convinta di essere ormai immune da forme di sessismo internalizzato (di cui riconosco di essere stata portatrice per molto tempo) e di eternormatività d’accatto. Volevo scrivere un libro rivolto principalmente alle persone più giovani di me, e volevo che fosse diverso dai tanti libri “per ragazzi” che mi ero sorbita in passato, spesso ruotanti attorno alle vicende sentimentali di personaggi ovviamente eterosessuali. Volevo che i miei personaggi femminili avessero lo spessore e la complessità che spesso ho visto mancare altrove, anche nei libri che mi piacquero quand’ero alle medie, quando ero così abituata ad identificarmi nei più svariati personaggi maschili che non mi ponevo neanche problemi a tal riguardo. È stato dunque con immenso sconcerto che, a qualche mese dall’inizio dei lavori, mi sono resa conto che i primi capitoli suonavano proprio come quelli dei libri dai quali stavo cercando di allontanarmi. Stavo scrivendo secondo gli esempi che avevo avuto. Stavo reiterando modelli attraverso i quali ho interpretato il mondo per parecchio tempo, prima di rendermi conto che, di fronte alla complessità, essi fallivano.
Nel tentativo di frenare la mia deriva, ho finito per riscrivere la prima metà del romanzo almeno due volte, modificando il genere di alcuni dei miei personaggi per costringermi ad uscire dalle gabbie che sentivo incombere su di loro, ma soprattutto approdando su temi che non pensavo sarei finita a trattare così estensivamente.
In questo processo, ho notato che, nonostante io sia la persona che sono (una ragazza femminista amante dei personaggi scritti bene), ho la forte tendenza a creare personaggi maschili. In sostanza, quando devo dare vita ad una nuova figura, essa è quasi sempre un uomo o un ragazzo, a meno che non mi serva un personaggio femminile.
In questo, non mi sento per niente diversa dagli autori che scrivono personaggi femminili con il solo scopo di eccitare sessualmente i loro protagonisti maschili e di offrire loro una bella scopata verso la fine della storia. Ovviamente non lo faccio apposta. Ciò che faccio apposta è intervenire su ciò che il mio cervello elabora, per correggere le mie tendenze, con la speranza che prima o poi cambino.

So che in molti, una volta ascoltata la mia storia, si sentiranno in diritto di spiegarmi che, se sono portata a scrivere con questo sbilanciamento, è perché in cuor mio so che le vicende di un personaggio maschile risultano universali, mentre quelle di un personaggio femminile possono sperare di incontrare il favore di una frazione del loro potenziale pubblico.
books-books-woman-girl-photography-shelves-Favim.com-339952In verità so fin troppo bene che, se sono portata a creare più personaggi maschili che personaggi femminili è perché per buona parte della mia vita ho letto libri che riproducevano lo stesso bias. Quasi tutti i libri più belli che ho letto durante gli anni della scuola dell’obbligo erano stati scritti da uomini e raccontavano le vicende di uomini (e li leggevo perché erano quelli che mi venivano consigliati, che trovavo recensiti sulle riviste ed esposti in libreria). Non è un problema solo mio; la rete è piena di riflessioni identiche a quella che state leggendo ora. Quando si passano anni a vivere, attraverso i libri, le vite di altre persone, e quando queste vite sono quasi tutte vite di uomini, risulta poi difficile riuscire ad immaginare di uscire da questa gabbia. Risulta difficile superare l’ostacolo mentale che ti dà l’impressione di non poter scrivere di ciò che non hai ancora letto, quasi che le parole per raccontare venissero meno.

Una delle cose più importanti che ho imparato negli ultimi anni, è che nella buona scrittura, così come nel giardinaggio, non vi è talento innato. La buona scrittura richiedere esercizio, passione e fatica. Adagiarsi su una frase che suona già sentita, su un avverbio che dà l’illusione di un potere descrittivo che invece è assente, o su un personaggio privo di spessore, non fa del tuo scritto un buono scritto.
Allo stesso modo, adagiarsi sugli schemi che prescrivono, ad esempio, protagonisti maschili eterosessuali, e – un fatto non trascurabile – autori maschili, non aiuta a decostruire ciò che siamo portati a vedere come dato naturale, innato, ma che in realtà è frutto secoli di diseguaglianze strutturali e strutturanti, tutt’ora visibili nel mondo della letteratura.
Quando scrivo, cerco di farlo ricordando queste cose, al punto che talvolta mi sento inibita, perché temo che il mio scrivere di relazioni o di sesso possa venir letto negativamente solo perché sono una donna, mentre se fossi un uomo verrei forse applaudita.

Dal mio punto di vista, questi non sono problemi stupidi, così come non è stupido provare ad affrontarli a partire da racconti autobiografici come questo.
In questa riflessione ho introdotto solo una minima parte delle questioni che mi toccano direttamente in quanto giovane donna che scrive*, e sulle quali intendo tornare in futuro. Per motivi di spazio, mi sono limitata, ma sarei felice se potessimo provare ad intavolare una discussione su questi temi nei commenti. Insomma, voi cosa ne pensate? Avete mai vissuto esperienze simili a quelle che ho descritto? Oppure vi paiono del tutto aliene da ciò che avete conosciuto?

* Ovviamente faccio ancora una fatica incredibile ad usare la parola “scrittrice” per descrivermi, anche se a conti fatti passo molto del mio tempo a scrivere, e una buona parte dei soldi e della gloria che mi sono guardagnata vengono da lì.


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  1. Costanza

    17 maggio

    Non ho mai scritto fiction e quindi non posso raccogliere lo stimolo alla fine dell’articolo. Ma volevo ringraziarti perché questa riflessione mi è utilissima, prima come lettrice e poi, soprattutto, come ragazza che cerca di non sentirsi- in generale, nella vita, nel suo corpo- l’alternativa alla norma. A volte è difficile parlarne con altre ma soprattutto altri, che non sentono questo disagio. Serve in quelle occasioni, a loro e a noi, il poter portare esempi, esperienze: l’esempio della letteratura e dell’editoria e l’esperienza delle scrittrici sono in questi casi molto indicativi per me. Per non parlare poi di quanto può essere importante per la vita di qualcun* un romanzo bello che trattenga la complessità… In bocca al lupo!

  2. Paolo1984

    19 maggio

    si possono scrivere e si scrivono bellissimi romanzi (e non solo) che parlano di amore e sesso con un protagonista maschile eterosessuale e personaggi femminili altrettanto ben caratterizzati e plausibili..quanto poi all’eccitazione e alle scopate (che puoi mettere all’inizio, in mezzo, alla fine, dove ti pare) bè fanno parte della vita di una persona ed è giusto raccontarle.
    Voglio dire: secondo me dovresti seguire la tua immaginazione (certo è influenzata dalle tue letture, ma non è un male anzi il guaio dell’Italia è che in tanti vogliono scrivere senza aver letto abbastanza), scrivere ciò che ti sembra giusto e plausibile senza l’assillo di dover essere “contro” a tutti i costi (e non importa raccontare a tutti i costi una storia “originale”, basta che sia una buona storia, coerente e che coinvolga i lettori)..l’importante è scrivere storie avvincenti con personaggi (non importa se maschili, femminili, etero, gay, principali, secondari) ben caratterizzati, credibili, “vivi” e coerenti col tipo di storia e le atmosfere che vogliamo raccontare..e francamente credo che la narrativa anche mainstream dia ottimi esempi.

  3. Paolo1984

    20 maggio

    comunque una “bella scopata” di solito si fa in due quindi di solito non è un bel regalo solo per il protagonista maschile

  4. Margherita

    21 maggio

    la faccenda è più complicata di così. non si tratta semplicemente di “seguire la mia immaginazione” nel momento in cui la mia immaginazione e il mio linguaggio sono direzionati un certo modo, che è diverso dal modo in cui vorrei scrivere. è uno sforzo continuo di riassestamento, perché mi sono mancati gli esempi, perché mi è mancata per anni una voce che mi dicesse “è legittimo che tu scriva di te in quei termini”.
    inoltre dissento sull’idea di “scrivere contro”. io non scrivo contro. io cerco di scrivere vario, al massimo. scrivo di quello che è importante per me, che spesso non è quello che risulta importante quando si aprono i manuali di letteratura e via dicendo.

  5. Margherita

    21 maggio

    mi permetto di dissentire anche sul punto della “bella scopata”. serve che faccia esempi? mi sembra così lampante, se guardiamo, per dire, a tanti classici del novecento scritti da uomini. non tutti, per carità, ma molti. per questo la letteratura erotica d’impianto femminista risulta così diversa da libri di quel genere, magari anche a forte contenuto erotico. le donne ci sono in entrambi i casi e magari vengono descritte come consenzienti e liete, ma questo non significa che non esista una differenza enorme in termini di profondità della descrizione dell’esperienza del/dei personaggi femminili in quelle situazioni.

  6. ste

    22 maggio

    Hai provato con La Pianista di Elfriede Jelinek e L’amante di Marguerite Duras?

  7. Bianca Bonollo

    23 maggio

    Io trovo incredibilmente bello “Il buio oltre la siepe” di Harper Lee, un grande pezzo di letteratura scritto da una donna e con una protagonista in cui mi rispecchio completamente… Finalmente un personaggio femminile come si deve!

  8. BENITO

    29 maggio

    W LA FIGA,
    A ME PIACE TANTO SCOPARE OGNI GIORNO…

  9. Anacronista

    11 settembre

    In rete ho sempre usato – non volutamente – nomi dal genere “neutro”, e ammenoché non lo facessi notare, mi si scambiava sempre per un uomo; sovrastimando, per di più, la mia età. Mi ritrovo dunque molto in quello che dici. Però non mi ritrovo nel discorso dei personaggi femminili, me ne sono creati diversi e mi piace, probabilmente perché nel “crearli” faccio riferimento alle persone reali (o possibili) che costellano la mia esperienza (reale o immaginata) più che ai personaggi della letteratura, che assimilo di più a “luoghi della coscienza” piuttosto che a “persone”. Ma comunque il tuo post mi fa pensare. Oddio, non so se mi spiego…vabè 🙂

  10. anacronista

    11 settembre

    A proposito di modelli femminili di riferimento, fuor di letteratura, trovo speciali le parole di Adrienne Rich, che riposto qui (può sembrare fuori tema ma secondo me può essere uno spunto interessante):
    “Molte donne si sono trovate divise tra due madri: una, di solito la madre biologica, che rappresenta la cultura della famiglia, della vita incentrata sul maschio, delle aspirazioni convenzionali, e un’altra, magari un’artista o un’insegnante, che diviene il polo opposto. Spesso questa ‘contro-madre’ è un’insegnante di ginnastica che simboleggia forza e orgoglio del proprio corpo, un modo più libero di esistere; o una professoressa nubile, fervida di idee, che rappresenta la vita intellettuale attiva, autonoma. Questa divisione può permettere alla giovane donna di vedersi nei panni dell’una e dell’altra ‘madre’ per provare questi due ruoli diversi. Ma ciò può anche portare a una vita in cui la donna non risolve mai l’alternativa […]. Ha cercato di uscire dagli schemi esistenti ma non si è spinta abbastanza in là, di solito perché nessuno le ha detto fino a che punto poteva arrivare.” [A. Rich, Nato di donna, Garzanti 2000, p.352]

  11. mia

    11 settembre

    Ciao Margherita,

    niente di alieno in questo pezzo, assolutamente. Le questioni che metti sul tavolo sono molto interessanti.
    Sul personaggio, per esempio. Ho il “problema” opposto. Generalmente (non sempre quindi, per fortuna) mi ritrovo tra le mani personaggi femminili.
    Non so esattamente perché.
    Colpa delle mie letture giovanili, i primi due che mi vengono in mente, “Piccole donne” e “La casa degli spiriti”? Potrei andare ancora più indietro e citare “Arturo e Clementina”, un libro illustrato della collana “Dalla parte delle bambine”.
    Oppure del mio essere nata e cresciuta in una casa ad alta densità di popolazione femminile, io, madre, sorella, nonna, bisnonna, gatta, cana e poi in un angolo mio papà 🙂 e degli impulsi che queste signore mi hanno, volenti o nolenti, trasmesso?
    Del mio non riuscire a scindere pubblico e privato, vita e scrittura?
    Davvero, non saprei rispondere con certezza al perché mi spuntino quasi sempre tra le pagine personaggi femminili. So che non c’è niente di ragionato, o almeno non mi pare.
    E so che lo stereotipo è sempre in agguato, lì, ad alitarmi un po’ sul collo, mentre scrivo. Insieme alla paura di scivolare nella “narrativa scritta da una donna per le donne”, o di rimanerci incastrata, senza sapere, in realtà, cosa sia esattamente questa “narrativa femminile”. Che il più delle volte percepisco come ridotta, dal sentire comune, come una sottocategoria della Narrativa (maschile).
    La paura di dar fiato a personaggi “femminili” o “antifemminili” condizionata da modelli culturali preconfezionati acquisiti senza neanche rendermene conto davvero.
    E poi, la mole di libri scritti da uomini che parlano di uomini, un muro altissimo sotto cui andarsi a cercare altro, altre.
    Ma anche i libri scritti da uomini che parlano di donne costruite ad immagine e somiglianza dell’idea che quegli uomini avevano delle donne, o delle donne come le desideravano (Ho letto di recente un articolo di Virginia Woolf su questo, “Uomini e donne”, nella raccolta di saggi “Voltando pagina”).
    E ancora quel sentire comune, per cui di certe cose parlano meglio gli uomini e di certe altre parlano meglio le donne, gabbie comunicative da cui è difficile uscire (come dalla gabbia dell’appartenere ad un genere o ad un altro nella vita di tutti i giorni?), che a sconfinare nelle competenze altrui (?!?!) c’è sempre il timore di non essere prese sul serio.

    Niente di alieno, quindi, proprio per niente. Anzi, direi che son questioni molto importanti.

    Quando ho letto il tuo pezzo ho pensato ‘stasera con calma scrivo un commento’. Ma poi so che se rimando finisce che non faccio e allora ho risposto così, un po’ di getto e un po’ di fretta, decisamente in modo approssimativo e confuso 🙂 …

  12. […] delle mie più grandi vergogne, con la quali impiegai anni a fare i conti, è il sessismo internalizzato che mi portavo dietro, che ora so essere stato plasmato in buona parte dalle narrative […]

  13. zzarkino

    22 giugno

    Bel blog ti prego scrivimi a zzarkino@yahoo.com vorrei chiederti un parere su di un racconto

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