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Il mio remoto passato mi vede fervente cattolica, dodicenne indignata dagli amici che frequentano l’oratorio solo come luogo d’aggregazione e non per partecipare come me al gruppo di esegesi biblica. Verso i quattordici anni, con l’ingresso al liceo, la conversione. E i seguenti cinque anni a pontificare (appunto) con compagni di scuola, famigliari, insegnanti di religione e perfetti sconosciuti sull’irrazionalità del loro credo, sulle conseguenze drammatiche delle loro decisioni politiche influenzate dalla Chiesa, sull’anti-umanesimo intrinseco nell’istituzione ecclesiastica, sui paradossi della religione in generale, e di quella cattolica apostolica romana in particolare, eccetera eccetera. Per approdare infine a una più serena posizione che definirei simile a quella del Padre Pizzarro di Guzzanti, quando dice che ci sono “infiniti universi paralleli! Dio può esistere non esistere, starcene quattro, sedici, tre giapponesi, co ‘a bbarba, senza bbarba, tutto superato!”. Non entrerò ora nei particolari delle mie convinzioni (se così le si può chiamare) teologiche; mi limiterò a dire che ho decisamente smesso di credere alla dottrina cattolica, ma che non mi interessa più convincere nessuno dell’insensatezza della sua fede (soprattutto non mi interessano più argomentazioni razionaliste come quelle di Hitchens o di Odifreddi). Penso che ciascuno sia libero di credere in ciò che vuole, e che se la religione per alcune persone è una spinta a comportarsi in modo più altruista, allora ben venga. Non nutro più particolare stima per la presunta “superiorità intellettuale” degli atei. Potrà sembrare snob o provocatoria come affermazione, ma preferisco persone con un senso morale al cinismo che a volte accompagna la presunta “intelligenza”. Mi limito ad arrabbiarmi per le ingerenze politiche e sociali del Vaticano in campi che non dovrebbero competergli. Il che avviene comunque spesso, intendiamoci, ma credo di aver perso buona parte del mio astio mangia-preti, e devo dire che ci ho guadagnato in salute e in rapporti interpersonali.
Per raggiungere una simile serenità zen non è servito soltanto iniziare a studiare filosofia, soprattutto è stato utile un gesto, che a tanti può sembrare esteriore, formale, inutile, ma che per me è stato fondamentale. Mi sono sbattezzata nel 2006, e per me è stato un gesto simbolico e politico molto forte, coerente con le scelte sempre ragionate e autonome (sì, compresa quella di fare parte del gruppo di esegesi biblica alle medie) che credo di aver fatto, se non “nella mia vita”, almeno in campo per così dire “spirituale”. Nel momento in cui ho smesso di credere mi è sembrato doveroso essere coerente con la mia decisione e uscire dalla comunità cattolica. A conferma del significato non banale del mio gesto, sono arrivate varie lettere della curia che mi consigliavano di parlare con un “consigliere spirituale” (cattolico, ovviamente), e le reazioni disperate della mia famiglia. Questo mi ha dato la misura di quanto, soprattutto per i cattolici, “l’esteriorità”, “il sigillo” siano una formalità necessaria, più dell’effettiva fede, più del comportarsi come cristiani nella propria vita quotidiana. Per me è stata una conferma del fatto che avevo fatto la scelta giusta. E nonostante le tragedie iniziali, so che anche la mia famiglia ha capito e rispettato la mia decisione. Senza spocchia e presunzione, vorrei poter dire che credo di aver fatto fare anche a loro un buon esercizio di democrazia e di tolleranza. Che, come dicevo prima, ha reso anche me meno incattivita e più rispettosa di scelte diverse dalle mie.
Questa è la mia esperienza personale. Non sto a spiegarvi come ci si sbattezza, trovate tutto nell’esaustivo sito dell’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti.

Le immagini sono tratte dal fumetto “Quasi quasi mi sbattezzo” di Lise e Talami edito da Becco Giallo.

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