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Schifare il rosa (e tutto quello che ci va dietro)

Schifare il rosa (e tutto quello che ci va dietro)

Mettete piede in una scuola elementare qualsiasi. Osservate il rapporto tra umanità e colori. I vestiti dei bambini e delle bambine. I disegni appesi alle pareti.

Aprite un articolo scientifico a caso, pescando da quelli dedicati all’infanzia e alle differenze di genere. Molto probabilmente ci troverete traccia della seguente constatazione: i maschi schifano il rosa, le femmine lo amano.
Badate bene, parliamo di tendenze generali, non della vostra peculiare esperienza di ex creature alte un metro e uno sputo.

Schifare il rosa. Cosa c’è di sbagliato in questo?
Quante di noi lo hanno fatto e sono tutt’ora portate a farlo?
Io per prima l’ho rimosso dal mio abbigliamento per almeno un decennio, più o meno dal momento in cui mi è stata concessa la possibilità di scegliere come vestirmi.

Risulta quasi logico aspettarsi che un bambino abbia la tendenza a rifuggire il colore rosa, a volersene tenere a distanza, pena la contaminazione. Sono dinamiche di cui si è già scritto diverse volte su queste pagine. Ma c’è dell’altro.

Qualche mese fa ho avuto modo di curare il terzo numero della nostra fanzine, dedicato ai ricordi d’infanzia e ai condizionamenti di genere. Inaspettatamente, molti dei contributi giunti sia da colleghe della redazione sia da lettrici e lettori mi sono parsi convergere su una particolare questione. Molte di noi hanno descritto la loro passata attrazione per giochi e modi di presentarsi considerati eminentemente maschili. Oltre al rifiuto nei confronti delle consuetudini che vorrebbero le bambine educate, silenziose e concilianti, da alcuni pezzi che ho selezionato emergeva anche una certa ostilità nei confronti di tutto ciò che, nel nostro immaginario, è ascrivibile alla sfera della femminilità. Il rosa, dunque. E le bambine che, diversamente da alcune di noi, parevano manifestare genuina passione per quel colore.

rosa

Schifare il rosa. Una posizione banale, raramente problematizzata.

Per anni ho evitato il rosa, seguendo le tracce di quei bambini molesti che alle scuole elementari trattano le compagne coperte di pattern floreali ed effigi Hello Kitty come l’apoteosi dell’oggetto contaminante.
Per anni sono anche stata la prima a punteggiare i miei discorsi con espressioni ascrivibili alla retorica del “io non sono come le altre ragazze”. Avevo poche amiche, difatti, e la mia compagnia era per la stragrande maggioranza popolata da ragazzi non estranei alla pratica della battuta sessista. E io non mi offendevo nell’ascoltare certe oscenità, perché ero in grado di estraniarmi, di mettere da parte un aspetto imprescindibile della mia persona. Quelle frasi non erano davvero rivolte a me. Io non ero “come le altre ragazze”. Le altre ragazze prediligevano i colori pastello e avevano la testa piena di paglia. Io ricevevo complimenti da persone che dicevano “sei brava per essere una ragazza”.

Credo di aver aperto davvero gli occhi sul mio passato il giorno in cui lessi il primo numero della fanzine Reclaim yr Girlhood. In una manciata di pagine rosee, rilegate con feltro e adornate di adesivi, l’autrice racconta la propria storia, che poi, sotto molti punti di vista, è anche la mia.

Fin dall’infanzia, un progressivo e radicale distanziarsi da tutto ciò che viene considerato eminentemente femminile. L’assorbire acriticamente l’idea che “il maschile” sia normalità e che “il femminile” ne rappresenti una deviazione. Il tentativo vano di ripulirsi da ogni possibile rimando a scenari rosei e frivoli, nel tentativo di diventare “come un ragazzo”, per poter condividere certe piccolezze che vedevo praticate solo dai miei amici maschi, e dalle quali ero esclusa. Ma anche, durante gli ultimi anni delle scuole superiori, la terrificante idea che quasi tutti i miei scrittori preferiti fossero uomini. Il peso impronunciabile di questa constatazione, per chi bramava un futuro da autrice.

Schifare il rosa non è equivalente a schifare altri colori. Il rosa, a partire da fine ‘800, è stato caricato di significati che rimandano alla sfera del femminile. È un’evidenza innegabile.
Schifare il rosa, dunque, può diventare in un battibaleno uno schifare l’idea stessa di femminilità.

Su queste pagine dedichiamo grandi energie alla decostruzione e alla problematizzazione di questo concetto, con l’intento di mettere in luce le dinamiche attraverso cui esso viene usato contro di noi, per tenerci a bada, per costringerci entro ruoli opprimenti. Ciò però non significa che la nostra sia una lotta contro la femminilità in sé, perché se così fosse saremmo le prime a darci la zappa sui piedi. Il punto credo sia riuscire a mostrare come certe caratteristiche umane siano semplicemente questo – umane – e non maschili o femminili. La generosità, la forza, la bellicosità, la domesticità, e via dicendo.

Il rosa come colore che trascende i generi, che può essere apprezzato da chiunque, senza ostacoli di sorta.
La speranza che un giorno esso perda il suo stigma, perché forse quello sarà il giorno in cui il modello aspirazionale dominante cesserà di avere la forma di un uomo bianco ed eterosessuale.

Qualche comunicazione di servizio:
– è chiaro, no? Il tema di questo mese è rosa.
– grazie a chi di voi ha compilato il questionario pubblicato un paio di settimane fa. Terremo conto di quanto avrete espresso nella programmazione dei contenuti dei prossimi mesi.
– lo sfondo di questo mese è un frammento della copertina di Enciclopedia Popolare della Vita Quotidiana dei Distanti.
– la mascotte segreta di questo mese è Alessio Rosa.
cerchiamo autrici. Fatevi sotto.
– da questo mese ogni ordine di fanzine e altre autoproduzioni sul nostro negozio sarà accompagnato da doni di adesivi di Soft Revolution. Cominciate pure a sbavare.

(illustrazione di Francesca Romano)


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  1. Francesca Romano

    1 maggio

    Ancora una volta mi sembra che ti scriva per me.

  2. garnant

    1 maggio

    Quando il prof di linguistica spiegò la markedness specificò che tecnicamente donna è termine marcato rispetto a uomo, poi ci guardò e aggiunse “scusate”.

    Quanto al rosa, è vero che è il colore femminile da fine 800, ma è solo da una ventina di anni, mi pare, che è diventato ossessivamente obbligatorio per le bambine. Tra fine anni Settanta / inizio Ottanta ci vestivano abbastanza multicolor.

  3. Mentre da noi alla nascita di una creatura si attacca un fiocco rosa o azzurro, in Olanda (dove vivo) c’é la variante della cicogna: si appende una cicogna (bianca e nera) che reca la scritta É nat* Annieke o É nat* Jan, insomma il nome del pargolo. L’asterisco lo metto non perché ci sia, ma perché il participio olandese non porta il genere. Io lo trovo esemplare ed esemplificativo: noi veniamo annunciati con un “é maschio” o “é femmina”: il genere prima della individualitá. Loro vengono annunciati con un Ecco a voi Annieke o Ecco a voi Jan!

  4. […] tanto che ne volevo parlare e l’ultimo post di Soft Revolution mi ha riportato sul […]

  5. Chiara B.

    1 maggio

    Questo pezzo è straordinario. Grazie della chiarezza e dell’onestà.

  6. Grazie a voi Chiara per avermi riportata a uno spunto che mi ero ripromessa di sviluppare sul blog!

  7. […] visto come stereotipicamente femminile, carino, gentile e delicato. Proprio per questa ragione molt* bambin* ed adult* schifano il rosa perché “da femmine”, dove per “da femmine” si intende qualcosa tipo “persone frivole, […]

  8. Cèline

    17 agosto

    “il modello aspirazionale dominante cesserà di avere la forma di un uomo bianco ed eterosessuale.” grazie di questa frase, almeno so di non esser el’unica a pensarla quando cerco di spiegare all’uomo bianco occidentale etero che cosa significa essere minoranza, che cosa significa essere sempre un gradino più sotto..

  9. Francesca

    20 agosto

    Schifo il rosa da quando esisto. Quando mia madre mi costringeva a vestirmi con calzini o gonne o magliette rosa, facevo di tutto pur di non farla vincere e spesso ci riuscivo. Non sopportavo questo divario tra maschile e femminile, non era una questione del colore in sé, ma quel colore era come l’etichetta di un’inferiorità imposta e implicita. Ero davvero piccola, andavo ancora all’asilo e già da allora non lo sopportavo, volevo essere un maschio, dicevo, ma solo perché li vedevo più liberi. La mia famiglia non mi ha mai costretto a chissà quali grandi castrazioni della libertà, ma notavo certe differenze e non lo sopportavo. Era come un sentirmi esclusa e poi mi davano fastidio le “femminucce” (non le bambine, intendo dire proprio le femminucce), quelle che accettavano l’etichetta di cui ho scritto poche righe più su. Esteticamente non mi piace come colore, ma forse almeno non l’avrei schifato a tal punto, se non fosse la bandiera di quel dato pensiero del tutto patriarcale che non ha il minimo rispetto per la differenza e che tende a sottolineare un’inferiorità inesistente.

  10. Alessia

    15 novembre

    @La deriva dei continenti: purtroppo nemmeno in Olanda sono immuni al concetto “celeste-maschio vs rosa-femmina” al momento della nascita di un pupo.
    Per tradizione, quando nasce un bebé si offrono ad amici e parenti che vengono a farti visita i cosidetti “muisjes”, biscottini di pastafrolla ricoperti di minuscoli confettini di zucchero.
    Manco a dirlo, rosa per le bimbe e celestini per i bimbi.
    http://nl.wikipedia.org/wiki/Muisjes

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