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Rivedere le priorità

Siamo tutti, bene o male, sopravvissuti alle angherie scolastiche; al terrore dell’impopolarità, del brutto voto, di chiamare “mamma” la maestra, o di scoppiare incontrollabilmente contro il professore di turno e, in preda a una mai diagnosticata sindrome di Tourette, dargli del caprone in tutte le lingue morte che conosci.

Siamo sopravvissuti o sopravviveremo.

C’è una climax ascendente di terrorismo psicologico che serpeggia tra i banchi delle scuole, pubbliche e private. La storia della nostra istruzione si può descrivere per apnee, impallidimenti, cuori in gola, camminate storte, sudori freddi; che fossero per la cotta del momento o per il 2 in matematica.

Io in particolare ho amato così tanto le paure scolastiche che me ne inventavo di nuove per infiocchettare quelle vecchie; in quarta elementare finsi di soffrire di vertigini per non dover salire sul quadro svedese – mentre in realtà avevo timore a mostrare il mio sederone ad alta quota a tutti i miei compagni sottostanti. Così salii sui primi due gradini, trattenni il respiro e tesi i muscoli del collo, in modo da diventare completamente rossa e sudare. Niente quadro svedese per la piccola fobica col culo largo.

E pensai di averla scampata grossa.

E arrivai al liceo, e mi dissi che ero stata davvero stupida; perché salire qualche gradino in più sarebbe davvero stata una passeggiata in confronto a quello a cui mi trovavo di fronte. Che fare? Stringi i denti, ti inventi di essere un po’ strana, forse lo sei davvero; distribuisci i tuoi disegni in giro, sperando di fare amicizia. All’asilo funzionava. Tiri un sospiro di sollievo quando vedi che nella piccola palestra non c’è nessun quadro svedese, o spalliera, o pertica o cavallina, ma riesci comunque a prendere 1 in ginnastica perché corri lentamente (e male).tumblr_mm3ab46PPE1s95gyfo1_500-1

Passi il liceo con un professore di greco che spende tre anni a dirti che non concluderai mai nulla nella vita; alla fine gli ridi in faccia perché assomiglia un po’ a Smeagol, e ti dici, “se ho superato questo, supererò tutto”.

Pensi non ci possa essere paura più grande di quella che provi quando all’orale di maturità l’esterna di matematica ti mette davanti un foglio bianco, ti chiede “cos’è un logaritmo?”, e dopo aver avuto la tua risposta gira il foglio e ti sforna davanti una disequazione logaritmica di tre righe, da risolvere in tempo breve.

Almeno, lo pensi finché scopri di avere diciannove anni, essere studentessa fuori sede e non sapere accendere una lavatrice.

E tutti i tuoi vestiti puzzano.

A quel punto cominci a chiederti se per caso non hai esagerato un po’ quando ti hai finto di soffrire di vertigini. Se per caso non eri leggermente irragionevole quando di fronte al logaritmo hai preso in mano la matita, l’hai posata sul foglio e l’hai fissata per dieci minuti senza fare niente, aspettando che qualcuno ti sollevasse e ti portasse via. E, sempre per caso, hai pensato che se proprio la lavatrice fosse stata incomunicativa avresti potuto fare il bucato nella vasca da bagno.

E quindi ti subentra l’ultima, inesorabile domanda: se finisci sempre per ridimensionare le paure passate, non avrebbe più senso zittire quelle attuali che, a rigor di logica, dovrebbero perdere di efficacia tra qualche anno?


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  1. Simona

    3 ottobre

    Sante, care parole <3

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