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Quando tuo padre è il cacciatore di Bambi…

Quando tuo padre è il cacciatore di Bambi…

…non ti resta che cercare di farti un’idea tua sul tema.

Attenzione, pezzo a contenuto cruento, a tratti volutamente provocatorio e politicamente scorretto.Essere figli di un cacciatore, quando i propri anni stanno sulle dita di una mano, può essere un problema. A nessun bambino piace la caccia e quasi nessun bambino (soprattutto se si vive in città) ha mai visto un cacciatore fuori dagli schermi o dalle pagine di un libro: inutile sottolineare come, in entrambi i casi, il personaggio in questione non ne esca particolarmente bene. Si salva forse, ma solo in extremis, il cacciatore di Biancaneve, il quale però è ben lungi da diventare un papabile “personaggio del cuore” di qualunque bambino. Per diversi anni sono stata così vittima di un velato disprezzo sociale e appartenente alla casta dei reietti che si cibano di carne cacciata. Tutto questo mi ha portato ad iscrivermi all’E.N.P.A in terza elementare, a fondare il mio “club” per l’aiuto degli animali, ad obbligare amici e parenti all’acquisto di prodotti marchio WWF, ma allo stesso tempo ha fatto maturare in me alcune riflessioni che, col tempo, mi hanno resa ancor più strana agli occhi del mondo esterno. Dunque perché non condividere anche con voi queste riflessioni puerili e confermarvi la mia insania mentale? Parto da una premessa: quando parlo di caccia parlo di un certo tipo di caccia, ovvero quella fatta secondo le normative regionali e in ottemperanza alle regole di cattura e ripopolamento. Forse infatti non tutti sanno che chi va a caccia secondo le norme è tenuto ad osservare precise regole ed una sorta di “deontologia” venatoria. Magari non ve ne importa un tubo, ma può essere interessante osservarle da vicino. cacciatore3Cosa fa un cacciatore? Il cacciatore caccia, in un determinato periodo dell’anno (che varia da regione a regione, ma generalmente si colloca fra i primi giorni di settembre e la fine di gennaio), specie animali ben definite ed in “ambiti” di caccia specifici. Per la legge esistono sostanzialmente 3 diverse tipologie di animali selvatici: cacciabili con vincolo numerico (es. fagiani, lepri, cinghiali), non cacciabili (es. colombo domestico, pettirosso, rapaci in genere), non vincolate in quanto non autoctone (es. nutrie). Il cacciatore tendenzialmente si dedica ad un solo tipo di caccia ed in base alla tipologia scelta si assume degli oneri. Il cacciatore “di pianura” è obbligato a partecipare alle battute di ripopolamento, volte a catturare gli esemplari più giovani ed introdurli in aree adatte alla vita e riproduzione, quello “di montagna” spesso viene assunto dagli enti di tutela del territorio per tenere sotto controllo specie invasive e pericolose per l’agricoltura (come ad esempio il cinghiale). Ogni cacciatore ha un tesserino sul quale devono essere annotati i capi catturati nella stagione che non devono superare un determinato numero: chi caccia per passione, per esperienza, cattura tendenzialmente quanto può consumare.

Dopo questa parentesi burocratesca torno, con subitaneo flashback, alle mie riflessioni di fanciullina. Davanti ai miei amichetti che inorridivano al pensiero del fagiano nel piatto mi sono spesso trovata a chiedermi quale differenza intercorresse fra il mio fagiano e il loro pollo. Buona parte degli italiani consuma quotidianamente carne di allevamento e molto raramente si preoccupa di verificare se l’allevamento in questione rispetta criteri volti a tutelare il benessere animale. Un pollo “di batteria” nasce in un un’incubatrice, viene condotto da un nastro trasportatore nella sua apposita gabbia, viene alimentato nella stessa per alcune settimane e viene accoppato nell’allevamento stesso, spesso senza aver mai visto la luce del sole. Arriva sulle nostre tavole in un involucro bianco e trasparente, già “denudato” e resto poco traumatico alla vista. Un fagiano tendenzialmente nasce in un campo (o in un recinto di ripopolamento, dal quale però viene in breve tempo rilasciato), cresce mangiandosi quel che vuole, se la gioca con gli altri predatori e talvolta diventa così furbo da fregare tutti i cacciatori e piazzarsi nelle riserve. Tante grazie e arrivederci. Se invece ha la peggio “muore sul campo”: una fucilata che è certo iconograficamente più cruenta, ma credo più pietosa di un nastro trasportatore con mannaia. Qual’è allora la differenza fra me, che mangio fagiano, e chi mangia pollo d’allevamento? Che il pollo d’allevamento muore senza il “bum”, non lo vedi morto con piume e tutto, fa meno impressione. Questo vale per tutte le specie cacciabili ed “edibili”, ma per quanto riguarda le altre?

Pensiamo alle nutrie ad esempio, croce e delizia delle polemiche sull’ambiente, introdotte nella pianura padana da allevatori che non avevano più grosse rendite dalle loro pellicce e altamente infestanti e nocive. Appurato che le nutrie non dovevano essere liberate e che non è colpa loro se fanno del danno, bisogna ammettere che non è una favola quando forano le arginature o si mangiano i germogli di un intero campo. Così molti enti locali hanno stabilito dei “piani di contenimento” per questi animali. Quasi nessun piano prevede la partecipazione di squadre di cacciatori, ma si preferisce utilizzare metodi “meno cruenti”. Mi limiterò ad affiancare le due prospettive e a tralasciare le considerazioni. Il percorso A, quello più diffuso, prevede la collocazione a fianco delle zone “nutriate” di gabbie apposite per la cattura. Le gabbie vengono controllate da addetti ogni 24 ore: se l’animale viene catturato alle 7.00 del lunedì può darsi che rimanga chiuso in gabbia fino al mattino successivo. A questo punto ci sono due opzioni: la gabbia a con secondo spazio a tenuta stagna e la gabbia di trasporto. Nel primo caso l’animale viene fatto passare nella gabbia “chiusa” e lì gasato con cloroformio. Nel secondo caso l’animale viene trasportato al centro più vicino dove viene gasato in apposite strutture. Tutta l’operazione può durare svariate ore se non giorni. Nel caso di una battuta di abbattimento la nutria viene colta sul posto e lì “sparata”. Ovviamente l’intero discorso apparirà decisamente inutile a chi, e qui senza nessuna ironia esprimo vivissima stima, è vegetariano stretto e attento al rispetto completo del mondo animale (no peli, pellicce, piume, pelli e pellame), ma dovrebbe invece stimolare un minimo di riflessione in coloro che da “onnivori” condannano senza appello la caccia.

Voi sapete come hanno vissuto gli animali che vi mangiate ogni giorno? Sapete come sono stati uccisi? Sapete in quali condizioni sono stati trasportati al luogo di macellazione? Io personalmente ho un’idea precisa di come il mio piatto sia arrivato sulla mia tavola. Forse in un mondo perfetto non dovrebbe esserci bisogno di mangiare carne e pesce, ma in questo mondo imperfetto non vedo una crudeltà maggiore nel cacciatore rispetto alla massaia che compra la fettina impanata al supermercato. Ancora una volta la differenza sta forse in una componente di “sensibilità”: la fettina non ha gli occhi per guardarti e non ti mette davanti al fatto che la stai mangiando. Il fagiano sì, così come il coniglio cresciuto sull’aia, e in questo vedo una consapevolezza maggiore in chi, almeno una volta nella vita, si è misurato con la caccia o la vita di campagna.


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  1. molto interessante e acuto!

  2. Bianca Bonollo

    21 marzo

    Sono d’accordissimo! La questione è fare in modo che l’animale viva (e muoia) dignitosamente, più che ucciderlo o meno!

  3. Garnant

    22 marzo

    Per carità, certamente la vita del fagiano da ripopolamento è migliore di quella del pollo da allevamento intensivo (mi stupisco di chi crede il contrario, queste sono cose assodate da almeno 30 anni). Il problema è che io sto in campagna e mi ritrovo i cacciatori sotto la finestra alle cinque del mattino, mi sparano ai fringuelli, ai lucherini, qualche volta accidentalmente ai cani e una volta pure a un pedone sulla ciclabile.

  4. Caterina bonetti

    23 marzo

    Infatti il problema sta nel come si pratica la caccia. Se tutti i cacciatori si attenessero con correttezza alle regole stabilite, se non esistesse la caccia di frodo e se anche la vigilanza fosse fatta in modo corretto…se…se…se..

  5. Garnant

    27 marzo

    E perché succede questo? I motivi sono chiarissimi.

    Gli animali selvatici italiani vivono in un ambiente fortemente antropizzato. Continuum urbano che limita spostamenti ricerca del cibo e riposo, agricoltura intensiva che impone trattamenti chimici e meccanici letali, interventi sulla vegetazione che impediscono la costruzione di nidi/tane, oltre a diffuse pratiche illegali come la distribuzione di bocconi avvelenati per i predatori e l’uccellagione per il consumo alimentare e la vendita di individui vivi da compagnia. Di conseguenza la fauna selvatica, per quanto se la passi indubbiamente meglio dell’animale da reddito, vive assediata in poche strisce di vegetazione di fortuna: bordo tangenziale, bordo ciclopedonale, vicinanza giardini ecc. ed è lì che il cacciatore si trova a dover andare a sparare, distribuendo tra l’altro il suo carico di piombo.

    Ovvio che già verso la fine dell’anno non rimane vivo quasi niente. Allora che si fa? Ci si organizza preventivamente con leggi per sparare in deroga a specie che nel resto dell’Europa sono protette, leggi per uccidere i predatori (per esempio la volpe in tana a primavera, con le ovvie conseguenze sui cuccioli), si va a sparare dopo le alluvioni quando i ripari sono allagati, e in generale si spara a tutto quel che si muove, dall’uccellino di 5 gr. (con cartucce da 20 gr.), all’ibis eremita inanellato e imprintato da costoso progetto austriaco decennale, al setter di proprietà che si rivela non proprio portato per la caccia. Controlli e sanzioni ci sono, come ci sono i centri di soccorso di fauna selvatica finanziati dalle regioni (la fauna selvatica tecnicamente in Italia è proprietà dello stato) ma la pressione antropica è semplicemente troppo alta, gli habitat troppo compromessi, e questo lo sanno benissimo anche i cacciatori, che se vogliano cacciare in condizioni “naturali”, in un bosco vero invece che a bordo tangenziale bordo ciclopedolane o sotto le mie finestre, sono costretti ad andare in ex yugoslavia nel fine settimana.

  6. […] *A questo proposito, vi consiglio l’ottimo post di Caterina Bonetti, che ha un papà cacciatore e ce ne parla. […]

  7. Marco Buzziolo

    24 ottobre

    Garnant, sarà forse così per le aree urbanizzate. Ma in generale le cose non stanno come le hai descritte. La fauna selvatica in Italia è generalmente in eccellenti condizioni. Gli ungulati soprattutto. Ma la discriminante non è il cacciatore. La discriminante èp la condizione dell’ambient. Dove un tempo c’erano starne, oggi ci sono caprioli e cinghiali. Io caccio in Friuli e nella riserva pubblica a cui sono associato (in Friuli si caccia solo in riserve comunali o subcomunali pubbliche) quest’anno abbiamo avuto addirittura quattro orsi diversi. Tutti fotografati con le trappole fotografiche che ci servono per i censimenti della fauna. E questo in soli 2.000 ettari di montagna.

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