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“Per una donna è diverso”: il tabù del...

“Per una donna è diverso”: il tabù della vecchiaia

papaverici ossimori tumblr

Dalla tua sedia, immersa nel disinfettato silenzio della casa di riposo, mi guardi, ci guardi, guardi “gli uomini” e dici “Per una donna è diverso”. Siamo arrivati per una visita, per sollevarti momentaneamente dalla pesantezza delle giornate tutte uguali scandite dai pasti, per sollevarci da quel sotteso senso di colpa proprio di chi, pur non essendo parte in causa, si sente responsabile. Mi porto via parole pesanti come lastre di marmo. È agosto, la terra ride, ma ride fuori dalla finestra.

Per una donna è diverso, e ci parli del passato, di una casa che ti manca ma a cui non vuoi più pensare e della quale – quasi – non vuoi più avere notizie. “Come sta la siepe? E il prato è ben tagliato? È tutto in ordine?”. Novant’anni, la maggior parte dei quali trascorsi a curare il giardino, a preparare da mangiare a marito e figli, a lavare, fare la spesa, pulire e preoccuparsi. Ancora un anno fa alle visite rispondevi con una sollecitudine laboriosa, poco interessata alla chiacchiera da salotto e molto di più a far trovare tutto ben sistemato, una bibita fresca e qualche cioccolatino. Anche in agosto.

Le inservienti ti accudiscono, le cuoche fanno trovare i pasti caldi e serviti ad un orario preciso – ci dici – si sta bene, mi trattano bene – ci dici – a volte esco anche a fare una passeggiata, ma non c’è molto da fare e a volte mi prendono alcuni pensieri, mi chiudo in me e scendo all’ingresso per guardare la gente che passa.

Per una donna è diverso, ma non hai proseguito, hai preferito tornare a parlare della salute, dei parenti, delle visite che arrivano troppo poco di frequente. Tuttavia credo di aver di aver capito il significato della tua frase appena accennata. Per un uomo è normale farsi servire e non c’è nulla di sbagliato, dopo una vita di lavoro, nel sedersi in poltrona, leggere il giornale e attendere che passi la giornata. Può essere triste – è vero – ma l’uomo non si sente perso, non si sente privato della sua identità. La tua identità invece era stampata sui piccoli gesti quotidiani di una vita, sull’asse da stiro, sulla borsa della spesa, sulla cena pronta per le otto. Ricordo ancora l’orgoglio con cui mio nonno parlava della sua badante: “Brava sai, cucina benissimo, pulisce tutto e poi mi accompagna al caffè”.

Ricordo che in alcuni momenti diceva di aver nostalgia dei campi e di quando era giovane, ma quello che era il suo quotidiano domestico, quello non era cambiato. Accudito dalla madre, poi dalla moglie, poi dalla figlia e dalla badante. Lo sguardo poteva andare di tanto in tanto nei campi, ma riposava poi in una casa della quale era sempre stato il sostegno, mai il cuore, e che la sua pensione ancora contribuiva a mantenere.

Per una donna è diverso, e se hai novant’anni ancora di più, perché lo sguardo ricade inevitabilmente sulla signora che rifà il letto nella camera, sulla cameriera che pulisce la tavola o serve la minestra, sulla stessa minestra “che io quando la facevo ci mettevo sempre il basilico”. Da fuori può sembrare un meritato riposo, ma che cosa succede a una persona che per una vita si è sentita utile, che ha trovato il suo posto, la sua identità nell’essere a servizio di un ruolo sociale per millenni disegnato in funzione maschile? Succede che si perde e non solo nei ricordi.

“La casa è il mio piccolo regno”. Lasciare le redini del proprio regno, lasciare il regno non è la stessa cosa se si è donne. E mi ha stupito constatarlo: con i tuoi novant’anni, pochi studi e una vita di, pur agiato, servizio, hai riassunto in una parola la condizione della vecchiaia femminile. Per una donna è diverso, perché la società implicitamente (ora) o esplicitamente (allora) ti riveste di una funzione, quella dell’angelo del focolare.

Per gli uomini il percorso è più semplice: un lavoro, magari anche molto duro, sacrifici e poi la pensione, la meritata pensione e il diritto, riconosciuto socialmente, a farsi servire.Per una donna è diverso, perché anche se oggi le cose sono apparentemente cambiate, nel DNA della nostra società l’impronta è rimasta e come nella società così nel nostro personale imprinting. Per una donna è diverso anche far fronte alla solitudine, perché dopo una vita passata ad accudire si fatica a comprendere il senso di un abbandono, anche se apparentemente non è tale.

“È venuta la parrucchiera sai? Ma ormai non mi tengo più tanto…son venuta vecchia” e ci racconti di quando eri giovane e in tanti volevano invitarti a ballare. Arriva il momento dei saluti, ci alziamo, “dobbiamo andare a far la spesa per la cena” e tu annuisci. “Che cosa compri? Cosa cucini? Mi raccomando, prepara qualcosa di buono a tuo marito ne’”. Poi mi guardi “Sei carina, non faticherai a trovare uno che ti sposa. Mi raccomando, trovane uno che ti voglia bene e che sappia lavorare, che ti faccia vivere bene”. Annuisco sorridendo e mentre ti saluto penso a quanto sarebbero sembrate insensate le mie parole se ti avessi risposto, a quanto sarebbero state, pur non volendo, violente per te che invece mi auguri il meglio. Per te che forse fatichi a trovare il senso di una partita ben giocata, che però non ha portato ad un finale da copione. Per te e per tante altre donne.


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  1. Chiara B.

    16 ottobre

    Splendido. Quel che è scritto, e com’è scritto. Grazie.

  2. Paolo1984

    16 ottobre

    è un post molto toccante. Io voglio essere fiducioso: le cose oggi sono cambiate (un po’) ma le persone anziane sono comunque figlie di un’altra epoca, è normale che la pensino in un certo modo.

  3. Irene

    17 ottobre

    Bellissimo articolo, anch’io ho una nonna di quell’età, che ha passato momenti di sconforto e di vuoto soprattutto quando è mancato suo marito e lei non aveva più nessuno da servire, ma che ho visto letteralmente rinascere in due modi: 1) riprendendo il servizio agli altri (col volontariato) e 2) passando il tempo con le sue formidabili amiche. Non credo che sia una cosa negativa il legame tra la donna e il “servizio” agli altri, io direi piuttosto la cura degli altri e delle cose; non è solo un’imposizione della società, ma parte della nostra natura e per me, da quando ho una piccola famiglia e una piccola casa, una delle cose che mi dà più soddisfazione. Certo, dobbiamo imparare dagli uomini anche a farci servire noi ogni tanto, e prenderci il meritato riposo!!

  4. Paolo1984

    17 ottobre

    sì irene, teniamo conto anche che la “natura”. quando si parla di esseri umani è correlata alla cultura e alla storia (la nostra natura è anche fare cultura) ma ciò non la rende meno “nostra”, meno “autentica” nel bene e nel male

  5. elena

    17 ottobre

    Bellissimo articolo, coinvolgente e toccante. In ogni parola si percepisce un’emotività autentica, che solo le relazioni familiari e transgenerazionali sanno creare.

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