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Da certe novelle del Boccaccio a Quel gran pezzo dell’Ubalda tutta nuda e tutta calda non mancano certo esempi di storielle osé ambientate nel Medioevo, ma I peccati delle donne nel Medioevo (ed. Laterza) di Georges Duby è un libro che merita quantomeno una rapida sfogliata anche da parte di chi, come me, ai secoli bui preferisce l’età dei lumi e ha sempre tollerato a fatica l’hype per un’epoca di scolastica e superstizioni, riuscendo ad amarla solo nella trasfigurazione Disney de La spada nella roccia.

I_Peccati_delle_Donne_nel_MedioevoInnanzitutto perché l’elenco dei peccati è quanto di più spassoso e perverso possa capitarvi di leggere in un libro serio, che fa impallidire anche certa letteratura pornografica contemporanea, sicuramente perché vi si aggiunge tutta la prurigine dell’argomento religioso. E’ spassoso poi scoprire dettagli come il fatto che dildi et similia di produzione casalinga venivano chiamati “machinamentum” (“il termine, in latino classico” ci spiega Duby “desinava i congegni d’attacco utilizzati dall’esercito romano, ariete, balista o catapulte”) o che durante la confessione poteva capitarti di sentirti domandare se avessi dato in pasto a tuo marito dei “piccoli pesci che hai fatto marinare nel tuo grembo, il pane con l’impasto del quale hai massaggiato le tue natiche nude, oppure un po’ di sangue dei tuoi mestrui, oppure ancora un pizzico di cenere di un testicolo bruciato” per far sì che costui “ardesse di maggiore amore per te”.

Ma dicevamo, non solo per questo: anche perché è innegabile che il Medioevo ha molto da dirci sulla cultura occidentale contemporanea (ma non devo certo venirvelo a dire io). Ad esempio ci spiega alcune cose interessanti sul perché siamo sempre noi ragazze a sorbirci polpettoni sull’ammore e i vestiti e la bellezza fin dalla prima infanzia, mentre i ragazzi leggono di dinosauri, avventure, animali feroci della jungla e un sacco di altre cose emozionanti. Riguardo al trattato sull’amore di Andrea Cappellano, Duby osserva: “respingere il potere delle donne negli spazi del gioco dove niente ha valore, se non il rispetto per le belle maniere – come comportarsi, sedersi, volgere le frasi -, è strangolarlo, soffocarlo, attenuare nello spirito degli uomini la paura delle donne. Tuttavia l’insignificante autorità che gli uomini lasciano alle donne su piccole vanità le rassicura; infatti, chiuse nell’ambito della casistica amorosa, nuoceranno meno”.

peccati donne 3Duby è puntualissimo e accurato nelle spiegazioni ma anche non privo di una certa ironia (la mia citazione preferita al riguardo è il suo laconico commento: “Sorprendente triangolo.” a una lettera di Arnolfo, vescovo di Lisieux, che afferma che nel letto nuziale, “invitata alle nozze dell’Agnello, essa [la sposa n.d.r] verrà presto a copularvi sotto lo sguardo di questo, e a godervi nella gioia”). Ma il vero motivo per cui dovreste dare un’occhiata a questo libro è l’idea della donna che presenta. Nella tipica dicotomia suora/puttana, nel Medioevo, senza bisogno di arrivare alle streghe, il primato spettava alla seconda. La donna era la famigerata “femmina tentatrice”. Ma non perché le donne fossero troppo belle e inducessero in tentazione i poveri maschi, per loro natura incapaci di controllarsi (come vuole tutt’oggi certa retorica assolutoria dello stupro), no. Quelle incapaci di controllarsi erano proprio le donne. L’idea della donna più legata alla natura, all’irrazionalità del maschio, era preponderante. Cito: secondo Sant’Agostino, dice Duby, “l’uomo è formato da una parte carnale, il corpo, e da una parte spirituale, l’anima; la prima è subordinata alla seconda. All’interno dell’anima, e nello stesso rapporto gerarchico, coesistono la pars animalis, attraverso la quale il corpo è comandato, e la ratio, alla quale la “parte animale” è subordinata. La ratio è detta virilis: la ragione non è altro che il principio maschile; quanto al femminile, s’identifica con l’appetitus, il desiderio. La donna, come l’uomo, è dotata di ragione; tuttavia in lei predomina la parte animale, quella che desidera; mentre nell’uomo prevale la parte razionale, dunque lo spirituale”. Chiaro, si tratta di un punto di vista monodimensionale, stereotipato, ridicolo, insomma falso, e chiaramente funzionale a una visione subordinata della donna: “di conseguenza l’uomo domina, intermediario tra Dio, fonte di saggezza, a cui deve obbedire, e la donna, alla quale deve comandare: questo è quanto Adamo scopre quando esce dal torpore in cui Dio l’ha sprofondato: la donna è uscita da lui, dunque gli è sostanzialmente simile; ma è solo una piccola parte di lui, gli è dunque naturalmente assoggettata”. Una visione che deriva direttamente dall’episodio della cacciata dall’Eden: è Eva, come sappiamo bene, a cedere al serpente: sempre secondo Agostino, essa “è la cupidigia, la pulsione a impadronirci di ciò che ci tenta”. Al punto che Duby racconta un aneddoto: il canonico Gervasio di Tilbury, attorno al 1180, passeggiando in campagna “incontrò una ragazza. La trovò di suo gusto, le parlò cortesemente di amore lascivo, mentre si preparava a spingersi oltre. La donna lo trattò male, si rifiutò: “Se perdessi la verginità, sarei dannata”. Gervasio cadde dalle nuvole: perché questa ragazza gli resisteva? Non c’era nessun dubbio, la ragazza non era normale; certamente si trattava di un’eretica, una di quelle catare che si ostinavano a rendere diabolica ogni forma di copulazione. Cercò dunque di farla ragionare, ma senza risultato; la denunciò, la fece arrestare. Al processo la prova venne ritenuta inconfutabile: la ragazza fu condannata al rogo”. Le discendenti di Eva non possono certo essere caste! E ancora, dice Duby “la caduta, e nessuno [dei commentatori delle Sacre Scritture n.d.r.] ha dubbi in proposito, fu provocata dal desiderio del piacere”: orgoglio, aggressività,volontà di prevalere sull’uomo e lussuria sono i peccati della donna. Piuttosto insoliti a orecchie contemporanee.

peccati donne 2Per questo il merito fondamentale e attualissimo dell’analisi di Duby è il fatto di fornire un ottimo controesempio per ribattere a tutti quelli che sostengono in sostanza che la sfera pertinente agli uomini è quella del sesso e quella delle donne il sentimento: agli uomini la passione e l’istinto, alle donne una serena saggezza e sensibilità (rimando a un esempio eclatante che mostra quanto questa mentalità sia radicata anche in ambienti progressisti), magari di origine “biologica” o comunque evolutiva, perché le donne devono crescere i figli e gli uomini andare a cacciare etc. Insomma quel filone che parte dalla donna angelicata di stilnoviana memoria, che ci siamo dovuti sciroppare in tutte le salse in età vittoriana e che fa sì che ancora oggi, in un qualsiasi contesto adolescenziale, non vi capiterà (quasi, si spera) mai di sentire delle ragazze parlare in pubblico di autoerotismo mentre i loro coetanei maschi non fanno altro.

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