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Affrontare la Paura

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Il mondo è pieno di professionisti di mezza età convinti che sia loro dovere rivolgersi alla gente “delle nuove generazioni” per dissuaderle dall’intraprendere percorsi lavorativi affini al loro.
Mi è capitato più di qualche volta – per volontà mia o sotto costrizione – di udire i lamenti proferiti da figure di questo genere, con risultati molto stabili nel tempo.
La scena è sempre la stessa: il professionista di mezza età si trova davanti un uditorio (più o meno vasto) di “giovani” (adolescenti? Gente sulla ventina? Precari trentacinquenni? Fate un po’ voi). Il suo compito è quello di illuminare i suddetti sullo stato del settore lavorativo in cui è egli impiegato. Alcune volte lo fa in veste di conferenziere, altre invece prende la parola semplicemente perché ritiene di avere perle di saggezza da condividere con i profani. Il suo discorso ha una struttura standard, che vado ad illustrarvi:

1. Introduzione.
“Ai miei tempi era diverso. Io sì che mi sono fatto il culo per arrivare dove sono arrivato. Ho cominciato a lavorare a 11 anni come garzone del lattaio e ora – perdio! – guardatemi! Bisogna farsi il culo! I ragazzi oggi vogliono farsi servire tutto su un piatto d’argento. A me non mi hanno servito proprio una benemerita mazza su un piatto d’argento! Ma è anche vero che ora c’è la crisi. Poveri voi che siete giovani ora che c’è la crisi.”

2. Parte centrale.
“Lasciate che sia onesto con voi, perché ci tengo al vostro futuro e non voglio indirizzarvi nel modo sbagliato. La verità è che il mio settore è morto. Con la crisi è morto. Anche prima della crisi, in realtà. So che molti di voi vorrebbero entrarci, ma è inutile. Finireste per morire di fame. Non vale neanche la pena di provarci. Vi consiglio di tentare un’altra via. Anche da noi (= azienda x), ragazzi, siamo stati costretti a licenziare vari dipendenti quest’anno. Capite che non vale proprio la pena di mandarci il curriculum. Non mandateci il vostro curriculum, per cortesia. Non mandatelo neanche alla concorrenza. So che ora state pensando: “Sì, ma allora io cosa dovrei andare a fare?”. Beh, ragazzi, questo non ve lo posso mica dire io. Io sono vecchio ormai. Ho dato quello che avevo da dare. Voi, invece, che siete giovani, usate la vostra creatività per trovar fuori qualche opzione alternativa, no? Una bella start up! Qualcosa di nuovo, che in questo Paese ne abbiamo tanto bisogno.”

3. Conclusione.
“Spero di non avervi depressi eccessivamente, ma era mio dovere dirvi la verità, dato che a conti fatti sono un esperto. Lo vedo che siete ragazzi come si deve. Avete studiato, anche più di me. Ma bisogna fare i conti con la crisi. Quindi, insomma, buona fortuna, eh! Ahahahaahahah!”

 

Anche la mia reazione ha una struttura abbastanza standard, che vado ad illustrarvi:

1. Fase iniziale/Incredibile ondata depressiva (in contemporanea con il discorso del professionista di mezza età)
“Oddio, è tutto vero. Oddio, morirò di fame. Perché quell’uomo continua a dire cose orribili? Non ce la faccio a sopportarlo. Sta dichiarando l’ovvio. Perché gira il coltello nella piaga? No, ma quella cosa che ha appena detto è una stronzata. Dopo devo farglielo notare. No, però, oddio, perché adesso deve dire così? Mi stanno calando le forze. Voglio tornare a casa, mettermi il pigiama e guardare vecchie puntate di Top Chef Canada fino a perdere conoscenza.”

2. Seconda fase/La paura pietrificante (attorno alla conclusione del discorso)
“Sto male. Basta. Perché nutro il desiderio di fare questo lavoro e non un altro? Sono stupida. Morirò sola e misera. Tutti mi rideranno dietro e poi mi compatiranno anche. La mia vita non ha senso. La crisi non finirà mai. Sarò costretta a fare la cameriera all’estero per il resto della mia vita, anche se il contatto umano mi mette a disagio e non ho un buon portamento, per cui in realtà finirò a dormire sotto i ponti, come dice sempre mia madre. Magari camperò nell’instabilità facendo l’operatrice in un call-center. Sì, ecco, potrei fare quello, anche se l’ultima volta che ho fatto l’intervistatrice telefonica venivo pagata a cottimo e questo mi ha resa isterica per tutta la durata del contratto. Non era una bella cosa. Ma era pur sempre un lavoro”.

3. Fase conclusiva/Ira (quando ormai non c’è più modo di rispondere al professionista di mezza età, ovvero ore dopo la fine del suo discorso)
“Cazzo! Ma cosa mi ha preso prima? Quel tizio ha detto una marea di oscenità e io non sono neanche stata in grado di reagire con prontezza e rispondere per le rime! Miseria ladra! E pensare che ora ne avrei di cose da dirgli!”

 

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In queste circostanze, la paura agisce sempre su due fronti: il primo è quello che ho appena illustrato, il successivo è quello del mio personalissimo (ma assai condiviso) timore di aprire bocca davanti ad una platea di persone.
Entrambi i tipi di paura sono molto fastidiosi e ardui da affrontare, poiché tendono a causare iper-sudorazione, palpitazioni, bocca impastata e vertigini.

L’anno scorso, ad esempio, mi è capitato di partecipare ad una conferenza sul rapporto tra lauree in sociologia – sono laureata in quella roba lì – e mondo del lavoro. Dato che si sapeva che ci sarebbe stato di che piangere, ho deciso di fare solo una capatina al volo, giusto per poter poi usufruire del buffet e non spendere i soldi del pranzo in mensa. Ho ascoltato svariati interventi di persone laureatesi in sociologia diversi anni (talvolta decenni) fa, agglomerati per settore lavorativo.
Ho ascoltato con attenzione i tizi occupati in ambito giornalistico/editoriale, dato che bene o male ne capisco abbastanza e ho una certa esperienza. Ad un certo punto ha preso la parola un pezzo grosso di un quotidiano locale di Trento, ovvero la città del mio attuale ateneo, oltre che quella in cui vivo da circa tre anni. Costui ha detto le cose che ho riportato nel discorso standard che avete appena letto, declinate sulla sua esperienza e sull’editoria “tradizionale”, “cartacea”, “che voi giovani non capite, perché i giornali non li leggete mica”. Ascoltarlo mi ha causato iper-sudorazione, palpitazioni, bocca impastata e vertigini. Distillato di paura per me stessa, i miei cari e le cose che amo. Un incubo, insomma. Al contempo, pensavo che quel tizio continuava a disseminare insensatezze qua e là. Insomma, diceva cose che potevano essere valide per lui e per i suoi amici, ma non per me, perché io sono una persona sveglia e dotata di svariate competenze, per Dio! Alla fine però, quando avrei potuto svergognarlo, è subentrata l’altra paura: quella di parlare in pubblico, per di più con un microfono.

Alla fine non ho detto niente, anche se so che sarei stata in grado di farlo, seppur con uno sforzo disumano. Ho parlato in pubblico un sacco di volte, anche se con la nausea e gli occhi fuori dalla testa. Ciononostante le platee grandi e piccole continuano a terrorizzarmi e non passa giorno senza che io mi imbamboli a contemplare il mio timore di fallire e di dover mettere da parte i miei sogni e i miei progetti in cambio di un lavoro/vari lavori di merda che non mi lasceranno abbastanza tempo libero per fare quello che mi piace e che dà un senso alla mia esistenza.

“E con tutto ciò?”, direte voi.

E con tutto ciò vi comunico che tutto il mese di ottobre su Soft Revolution parleremo di paura, di modi per sconfiggerla e conviverci.
E ora che conoscete il miei timori n°1, sapete da cosa travestirvi ad Halloween, se volete farmi ammattire.

(img: Paperworker e owlwise12)


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  1. “[…]non passa giorno senza che io mi imbamboli a contemplare il mio timore di fallire e di dover mettere da parte i miei sogni e i miei progetti in cambio di un lavoro/vari lavori di merda che non mi lasceranno abbastanza tempo libero per fare quello che mi piace e che dà un senso alla mia esistenza.”
    Non potevi condensare al meglio la paura attuale che mi fa vivere d’inferno.
    Bel post, complimenti.

  2. Bianca Bonollo

    1 ottobre

    BUAHAHAHAHAH la struttura del discorso del vecchio mi fa morire! Tutto verissimo! (per inciso, se ti è di magra consolazione, discorsi così li fanno anche gli imprenditori, i banchieri e i finanzieri a noi di economia) …Questo genere di conferenze è da evitare come la peste!!!

  3. Caterina Bonetti

    1 ottobre

    Quoto Alice…hai perfettamente espresso il mio attuale stato d’animo. La paura di prseguire all’infinito la routine che vivo in questi giorni…in cui la sera son troppo stanca anche solo per mangiare e inizio a valutare l’ipotesi di tagliare le cose belle e stimolanti della mia vita per poter dormire.

  4. Michele B.

    1 ottobre

    Penso che con le parole di questo editoriale tu abbia parlato per tante persone. Grande Margherita.

  5. marina pilati

    1 ottobre

    Diceva zio Attilio tuo grande bisnonno a noi giovani di 60 anni fa che provavamo gli stessi timori: niente paura! Chi è bravo emerge sempre, in ogni campo!Fate la vostra strada!

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