Crea sito

Brutti sogni per una realtà migliore

tumblr_mnemv2ZWPa1s8bm34o2_1280

Ho fatto un sogno l’altra notte, un sogno vivo, di quelli che ti si imprimono nella pelle e nelle ossa come l’umidità padana di gennaio. Ero molto stanca ieri notte. Tornata tardi dall’ennesima riunione ero dovuta passare, come al solito, sotto le forche caudine dei fischi e dei commenti sguaiati di chi, per professione, spaccia nel mio quartiere. Ero stanca e sono piombata subito in un sonno senza ripensamenti.

Non ero io o meglio lo ero, soltanto ero diversa, con i capelli più corti, più mossi, una gonna a palloncino e delle scarpe in cui non mi sentivo molto a mio agio. Mi trovavo per una qualche ragione in una casa albergo, vicino al mare, forse retaggio della breve vacanza appena trascorsa. Ero in compagnia di amici, ma anche loro non erano loro. Pare sia tipico dei sogni. Eravamo divisi in stanze da due persone, ma quel pomeriggio ero sola. Erano tutti usciti per una gita, un’escursione o non ricordo nemmeno bene io per quale ragione. Camminavo tranquilla da sola in questa grande struttura. Nulla di particolarmente inquietante: atmosfera distesa e luce da mezzogiorno. Ad un certo punto mi ritrovavo nel bagno comune delle donne e alle mie spalle appariva questo tizio senza una precisa identità e incominciava a masturbarsi davanti a me. Cercavo di allontanarmi, ma lui mi impediva di uscire dalla stanza e allo stesso tempo, pur non bloccandomi fisicamente, mi costringeva a restare a fissarlo, ad una distanza di pochi centimetri. Ricordo distintamente la sensazione di disgusto, il desiderio di fare qualcosa, di agire e la paralisi di un’impotenza che mai avrei immaginato di poter “sentire”. Ricordo un pensiero, un pensiero confuso da sogno, ma preciso abbastanza per cementificarsi al risveglio: “Voglio andarmene. Non voglio subire tutto questo” . Volevo che tutto finisse in fretta e allo stesso tempo non volevo assistere all’epilogo della vicenda, preda del disgusto. Non voglio assistere, ma voglio che avvenga così potrò andarmene.

Ed ecco la fine. La sensazione calda e viscosa sulle mie braccia, le macchie sulla gonna, la sua fuga e il mio desiderio di muovermi, di andare a lavarmi immediatamente, di eliminare ogni traccia di quanto avvenuto.

Tornavo di corsa in camera ma non riuscivo a fare nulla. Non riuscivo a parlare, non riuscivo a comporre il numero sul telefono per chiamare la mia compagna di stanza.

Alla fine lei tornava e mi trovava scossa, incapace anche di piangere.

Quello che più mi ha segnato sono state le precise sensazioni successive. Ricordo che non volevo parlare con nessuno, che volevo ritrovarmi, ma ero incapace di restare da sola. Avevo paura, una paura folle che potesse capitare ancora. Non uscivo dalla stanza se non accompagnata. Improvvisamente la mia libertà e la mia energia erano sparite. Sentivo il costante bisogno di protezione e allo stesso tempo provavo una rabbia incredibile e corrosiva. Non volevo essere dipendente, non volevo vivere nella paura costante e limitare la mia vita. Odiavo i maschi. Tutti i maschi. Compresi quelli a cui chiedevo di accompagnarmi durante le uscite serali. Li disprezzavo, ma avevo assoluto bisogno di loro per sentirmi tranquilla. E così mi disprezzavo e poco a poco il dolore diventava una cupezza sempre più profonda, una modalità di sentire, di essere che mi aveva fagocitata.

Poi mi sono svegliata. Ho preparato il caffè, mi sono vestita e sono andata al lavoro. Il sogno però mi ha lasciato una viva testimonianza sulla pelle, la percezione di una complessità di cui, forse, non mi ero mai resa conto dalle narrazioni coscienti. Forse il mio animo è stanco dei fischi per strada, dei commenti a voce alta, delle invadenze quotidiane. Forse sono stanca di dover pensare a come vestirmi in base all’ora in cui penso di tornare a casa, di dover chiudere la macchina al volo e camminare decisa e a testa bassa verso la porta di casa senza mai voltarmi. Sono stanca di camuffarmi nascondendo, in molte occasioni, la mia femminilità per non prestare il fianco, per non “dare corda”. Il sogno mi ha parlato. “Non illuderti. Siamo davvero ancora molto distanti dalla vera libertà”.

Altri articoli su catcalling, molestie e violenza:
Come vestirsi per non essere aggredite (Un tributo alle Slutwalkers) di Chiara Puntil
Le parole per parlare di femminicidio di Margherita Ferrari
Gli uomini non ti proteggono più di Margherita Ferrari
Cavare gli occhi alla persona che aveva osato scagliare contro di me la sua definizione egocentrica e brutale di bellezza di Margherita Ferrari

(Illustrazione di Yelena Bryksenkova)


RELATED POST

  1. Paolo1984

    30 luglio

    ciò che provi è comprensibile. Ricorda solo (ma son sicuro che lo sai) che la colpa è di chi ti infastidisce o ti aggredisce, non dei tuoi vestiti o altro

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

By using this form you agree with the storage and handling of your data by this website.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.