Crea sito
READING

Sull’attivismo e sul non arrendersi: un̵...

Sull’attivismo e sul non arrendersi: un’intervista con Lorella Zanardo

Lorella Zanardo è una scrittrice, una blogger, un’attivista, un’imprenditrice, una documentarista e una persona molto pregevole. Molt* di voi la conoscono probabilmente grazie al suo documentario Il corpo delle donne, con il quale ha denunciato la disgustosa condizione in cui versa la rappresentazione delle donne nel panorama mediatico italiano. Sono proprio i media il soggetto del suo nuovo libro, Senza chiedere il permesso, in cui analizza il rapporto che corre fra gli italiani, soprattutto i giovani, e i mezzi di comunicazione. lorella zanardo Nel saggio, è incluso anche il percorso di consumo Nuovi occhi per i media, che in poco più di cento pagine spiega il linguaggio audiovisivo affinché sia comprensibile a tutti e perché tutti se ne possano difendere in caso di uso poco ortodosso. Questa riportata è la piacevolissima chiacchierata fra me e la sig. Zanardo. Leggete, commentate, proponete, FATE.

Perché ha sentito l’esigenza di scrivere libro Senza chiedere il permesso, visto che ci sono già dei libri dedicati ai mass media? Che cosa c’è di differente, cosa c’era secondo lei da aggiungere alla tematica?

Perché, dopo che è uscito il documentario Il corpo delle donne e dopo che è uscito il libro omonimo, io e i colleghi e colleghe che lavorano con me abbiamo ricevuto tantissime mail di ragazze e ragazzi e professori che ci dicevano “venite nella nostra scuola, dateci degli strumenti di educazione ai media perché la scuola non fa corsi di formazione su questo tema e noi ne abbiamo disperatamente bisogno”, richiesta che noi non ci aspettavano. Quindi abbiamo cominciato a portare quello che ci chiedevano, abbiamo risposto a quest’esigenza. Va detto subito che questo risulta indicativo di un momento in cui il paese è in difficoltà, perché chiaramente è un’esigenza che in un paese che funziona bene dovrebbe essere soddisfatta dal Ministero dell’Istruzione, non da noi. Abbiamo cominciato a girare per l’Italia ed io mi sono molto appassionata alla generazione dei millenials, i 14-20enni, i nativi digitali, perché ho toccato con mano che se è vero che la mia generazione, che è quella delle adulte e degli adulti italiani, è in difficoltà e ha commesso degli errori, è anche vero che pure i 30enni non se la passano bene perché si sono trovati a nascere in un momento storico durissimo. Io credo invece che, dando degli strumenti oggi, subito, a chi ha vent’anni, si ottengano due vantaggi. Uno, che si salva una generazione; due, che tra dieci anni, lavorando bene per dieci anni, queste persone giovani, che adesso hanno sedici – diciassette anni, avranno l’età giusta per prendere in mano il paese. Per me è un progetto concreto, ci credo tantissimo, lavoro per questo, per creare ponti. Ho capito, andando nelle scuole, che la generazione dei millennials è una generazione che anche negli istituti più duri, dove ho trovato molta resistenza, gettando dei semi, poi crescono sempre delle piantine, viene sempre fuori qualcosa di interessante. È questa la ragione.

Questi strumenti sono riferiti anche ai modelli femminili proposti dai mass media?

Questo è il motivo di partenza. Quando ho iniziato il progetto Il corpo delle donne, io avevo vissuto tantissimi anni all’esterosenza chiedere il permesso e, quando sono tornata, ho riscontrato che il paese non stava andando nella direzione europea. Quindi, essendo una pragmatica, ho detto: facciamo qualcosa. Il mio obiettivo è che le giovani donne crescano in un contesto europeo e non così primitivo, come è attualmente il contesto italiano, per quanto riguarda la tv, per quanto riguarda la pubblicità e i media in generale. Andando in giro per le scuole mi sono molto appassionata anche ai giovani uomini italiani, che sono molto diversi dagli uomini della mia generazione: molti di loro sono molto meno maschilisti. Poi, ce ne sono molti che sono maschilisti, che assorbono la cultura di riferimento italiana, ma sono in una fascia di età per la quale, se si interviene, c’è tutto il tempo perché cambino la loro opinione. Quindi è rivolto soprattutto alle ragazze ma moltissimo anche ai ragazzi, perché si cresce insieme.

Anche io sono stata all’estero per un periodo abbastanza lungo. In particolare, sono partita a luglio 2011, in un periodo in cui il berlusconesimo era ancora imperante. In più, data la mia età, durante tutta la mia vita ho vissuto in un contesto in cui Berlusconi e la mentalità che rappresenta sono sempre stati presenti. Da quando sono tornata, nel luglio 2012, mi pare questa mentalità si sia attenuata, anche in riferimento alla rappresentazione delle donne. È solo una mia impressione o anche secondo lei, adesso che Berlusconi non è più al potere (o comunque ha meno influenza) la situazione è veramente cambiata?

In parte è cambiata ma, ed è una cosa che ho spesso sostenuto, anche quando i giornalisti stranieri mi intervistavano, il problema non era Berlusconi. Nel senso che Berlusconi ha trovato terreno fertile in un paese in cui noi gli abbiamo concesso di fare quello che ha fatto. Non so se hai avuto occasione di vedere quell’imbarazzante video di Berlusconi in cui lui parlava con la manager di Green Power. Subito dopo, mi ha chiamato la televisione tedesca e si sono accorti –e invito tutte le ragazze e i ragazzi a fare molta attenzione, perché il progetto Nuovi occhi per i media vuol dire guardare con occhi molto attenti- Berlusconi è uno, ma c’era un pubblico di tre – quattrocento persone che rideva e fotografava. In Germania, in Canada, in molti altri paesi, il pubblico si sarebbe alzato e se ne sarebbe andato. Ma non solo le donne, anche gli uomini perché quello che Berlusconi ha fatto è un offesa alle persone, non solo alle donne. Quindi il problema è che Berlusconi ha trovato terreno fertile in un paese che è profondamente primitivo, maschilista e misogino. Mentre lui diceva “dove viene, quante volte viene, si giri”, una cosa imbarazzantissima per gli umani, la gente rideva, batteva le mani, fotografava. È questa l’Italia, che ci piaccia o meno. Io invito a leggere un’intervista del Fatto Quotidiano, al grande linguista Tullio de Mauro, di cui io parlo molto anche nel libro. Il problema è che è nella scuola che bisogna investire. Questo è un popolo di ignoranti, ma non lo dico con supponenza, è così. Più un popolo è ignorante e più viene gestito facilmente. Per le donne che applaudono Berlusconi, io sento molta comprensione perché capisco che non si rendono conto che stanno applaudendo la loro umiliazione. Quindi no, non c’è stato un miglioramento da quando è andato via Berlusconi, c’è stato un miglioramento da quattro – cinque anni a questa parte, anche quando c’era Berlusconi, fino all’anno scorso, per voi, per la nuova generazione, maschi e femmine. Quando è uscito Il corpo delle donne, l’obiettivo era dare uno scossone, innalzare il livello di consapevolezza. Negli ultimi anni, i ragazzi e ragazze della tua generazione stanno prendendo coscienza. Protestare serve: sono state ritirate decine di campagne pubblicitarie lesive della nostra dignità. Anziché darsi allo sport nazionale, la lamentela, scriviamo allo IAP, alle aziende, alle redazioni dei giornali. Fazio senza la valletta a Sanremo è una grande conquista delle ragazze che l’anno scorso hanno protestato in Rai per dire che non vogliamo più le schiave. I cambiamenti sono dovuti alla cittadinanza attiva, dei cittadini e delle cittadine. Noi abbiamo un potere immenso. Dobbiamo far rispettare i nostri diritti, anche se l’Italia resta un paese maschilista. Nella classifica mondiale del Gender Gap, l’anno scorso, come riportato nel mio libro, eravamo al 74° posto, quest’anno siamo retrocessi all’80°, quindi c’è molto da fare.

Riferito a Sanremo, cosa ne pensa lei della decisione di non avere una valletta fissa? Nonostante ci siano state delle vallette, anche se solo a serate, come Bianca Balti o Bar Refaeli.

Se dovessi decidere io, di Sanremo farei una gara musicale, togliendo tutte queste figure ancora umilianti. Però, visto che siamo in Italia, dobbiamo rapportarci al contesto e trovo che sia stato un grande passo avanti, basta vedere le immagini fazio littizzetto baltidell’anno scorso. L’anno scorso avevamo proprio una schiava, una poverina che non parlava neanche italiano. E se la televisione sceglie una che non parla italiano, la rappresentazione sarà passiva. Quindi mi sembra già un grandissimo passo avanti, pensando da dove arriviamo. Poi, sono d’accordo nel dire che la Littizzetto è simpaticissima, ma non è il solo modello di riferimento, anche perché è spesso molto dura verso le donne e ha un modo maschilista di trattare Filippa Lagerback nel programma. Quindi, considerando da dove arriviamo, è un grande passo in avanti. Poi, come ho anche detto su Rai1, bisogna essere molto lucidi: non basta dire che si è di sinistra perché tutto vada bene. Fabio Fazio è sempre stato fortemente maschilista: per esempio nelle sue trasmissioni invita pochissimo le donne. Però bisogna riconoscergli che ha ascoltato quello che arrivava dal territorio. Ecco perché dico che non bisogna abbassare la guardia: se io, te, le donne italiane che si battono nell’ultimo anno fossimo state mute, ti garantisco che Fabio Fazio avrebbe avuto le vallette. Perché le ha avute nell’ultimo festival che ha condotto e perché Filippa Lagerback è trattata come una velina. Però ha ascoltato il messaggio che arrivava e ha deciso di togliere questa figura. Se noi stiamo molto all’erta, andremo in una buona direzione.

C’è una copertura mediatica a mio parere molto efficace dei movimenti femministi in paesi in cui la concezione femminile è generalmente molto arretrata, come per esempio in Ucraina dove c’è il movimento Femen. In Italia, il principale movimento femminista degli ultimi anni è stato Se non ora quando, almeno a livello di copertura mediatica, di cui però non si parla più. Dove sono i movimenti femministi in Italia? Perché non se ne parla? Come si fa a portare il femminismo nelle case?

Questo è importante. Per esempio, a Milano c’è la libreria delle donne, simbolo di quel femminismo che negli anni ’70 è stato importante a livello mondiale, da cui si irradia molto pensiero.  Si possono incrociare i discorsi che si fanno nella libreria delle donne, di cui si trovano diversi testi, come quelli della filosofa Luisa Muraro, con i dati di De Mauro. Se io sono conscia che l’Italia è afflitta da analfabetismo di ritorno, io devo parlare facendomi capire. Per esempio, se io so che tu hai 17-18 anni e frequenti il liceo e voglio veramente mettermi in comunicazione con te, stabilire un ponte, una connessione reale, non parlo con te come se parlassi con un professore universitario perché rischierei di perdere metà del senso del discorso. Questo è un po’ il problema di alcune femministe storiche: è un femminismo d’élite, che si rivolge solo a una nicchia di donne in Italia, molto informata, molto colta, che fanno riferimento ai testi di Carla Lonzi. Purtroppo però l’Italia è quella descritta da Tullio De Mauro: quindi io temo che il femminismo non si stia diffondendo anche per un problema di linguaggio. Un’altra ragione è che femminismo è per molti una brutta parola. In uno dei primi incontri che feci, all’università di Genova, all’epoca dell’uscita de Il corpo delle donne, c’era una ragazza del primo anno seduta in prima fila che mi disse: “Lei è femminista?”, quasi come un’accusa. A me venne un po’ da ridere perché sapevo cosa seguiva. Infatti seguì: “Perché le femministe sono in genere brutte, vecchie, non si tingono i capelli e odiano gli uomini e lei non sembra così!”. All’estero di questa parola non si ha così paura. femminismo oggiQui, si associa il femminismo a una specie di iena nemica delle donne. Bisognerebbe fare una riflessione su questo. Nel mio blog, circa due anni fa, se n’è intavolata una bella, con più di un centinaio di commenti e alcuni dicevano addirittura di cambiare nome, di mantenere gli stessi contenuti ma non chiamarli femminismo. Quindi c’è da una parte un femminismo d’élite e dall’altra c’è la paura di questa parola. In più, come si fa appunto a portare il femminismo nelle case? Perché per quanto riguarda Internet, sul blog ci viene chi è interessata, chi cerca e magari conosce già l’argomento. Per questo io scelgo il più spesso possibile di partecipare ai dibattiti, perché lì arriva anche gente non addetta ai lavori. Il vero incontro si otterrebbe se il femminismo potesse andare in tv e soprattutto nei programmi popolari, non in quelli d’élite. Oppure, c’è un’altra possibilità, che parte dalla tua generazione. Dico una follia: a volte mi chiedo se sia così impossibile avere una diffusione capillare casa per casa, se siamo in molte, anche senza la tv. È la prima volta che lo propongo: se utilizzassimo lo stesso meccanismo usato per quei prodotti che si vendono in casa, come Avon, senza usare la rete come luogo di ritrovo (e mantenendola come luogo di informazione fondamentale)? Domani, a casa di x, si parla di femminismo! Ci si parla, si danno degli strumenti, una sorta di kit, e poi chi è interessato organizza un’altra serata a casa sua. Chissà che non sia così folle invece! A me molte volte piacerebbe tenere incontri con le casalinghe, le signore anziane, andare là dove altrimenti non si arriva. Fare cose semplici, arrivare alle ragazzine che magari non hanno queste possibilità. Provate a pensarci anche voi!

Secondo me è una bella idea ma si rischierebbe lo stesso problema di quando lei ha presentato il suo libro alla Feltrinelli, dove sono venute le persone che di solito vanno a vedere gli incontri alla Feltrinelli, quelle che sono state attirate da lei o dalla tematica e i pochissimi che erano là per caso e che si sono fermati ad ascoltare. Cioè ci sarebbe il rischio che il circolo di persone che si riunisce sia già interessata alla problematica e sarebbe difficile includere persone che già normalmente non si informano sul femminismo. Per questo secondo me è importante avere la possibilità di comunicare non solo con internet, che è molto “impegnativo”, nel senso che bisogna cercare, trovare e leggere le cose, ma anche con la tv che necessita di un grado di attenzione minimo.

È vero, e infatti bisogna combattere affinché la Rai torni ai cittadini. Ma nel frattempo, siccome lamentarsi non porta a nulla, bisogna pensare a come fare a organizzare incontri. La Feltrinelli è in effetti un posto élitario ma si può pensare ad altri luoghi meno esclusivi. Per esempio, l’altro giorno ero a Scandiano, un paese vicino a Reggio Emilia. Al mattino sono andata nelle scuole, dove prendi la ragazza di una certa cultura, ma anche gente che a questi discorsi non ci arriverebbe mai. Alla sera arriva un po’ di tutto, non proprio tutto il pubblico televisivo, ma in buona parte. Poi abbiamo fatto dei dibattiti nei centri commerciali, dove è arrivato veramente di tutto, ed è stato difficilissimo, durissimo però utile. Noi cerchiamo con il blog, Facebook, di portare il messaggio un po’ ovunque. Quindi pensavo alle case; si può iniziare con il proprio giro di amici ma poi allargare, bisogna pensare a come fare, senza demordere.

Riferito al discorso sulla comunicazione élitaria, mi ha colpito nel suo libro la descrizione che ha fatto sul congresso pubblico di Libertà e giustizia, dove il linguaggio era anche troppo forbito. Questa discrepanza di linguaggio fra politici e giovani può essere uno dei motivi della disaffezione alla politica delle fasce più giovani?

Si, sono d’accordo. Lo ripeto, bisogna farsi capire: io adatto il mio linguaggio ogni volta cercando di farmi capire. Farsi capire non è una cosa da poco: vuol dire voler costruire una relazione. Se io mi faccio capire e mi sforzo vuol dire che ci tengo a costruire una relazione con chi ho davanti. Se io mantengo un linguaggio inadeguato, vuol dire che m’interessa tenere chi ho davanti in uno stato di sudditanza. Bisogna essere molto duri su questo. Gli intellettuali che non si fanno capire non hanno interesse nell’emancipazione delle persone che hanno di fronte. Attenzione ovviamente a non fare di tutta l’erba un fascio: chiaramente il docente universitario che deve spiegare un concetto articolato chiederà al pubblico uno sforzo, altrimenti sarebbe un eccesso di semplificazione. Ma se io vado nella piazza devo trovare dei leader che siano in grado non di essere populisti, ma di dare agli elettori e alle elettrici un manifesto che sia chiaro. Io, come scrivo nel libro, ad aprile dell’anno scorso, mi permisi di criticare, con molta educazione, il manifesto Per un nuovo soggetto politico di un movimento composto da docenti, “Alba”, che ora è scomparso, perché non lo capivo neanche io! Un altro modo di comunicare che esprime rispetto è anche la grafica: se tu fai una pagina fitta fitta, le persone fanno fatica. Metti la punteggiatura, evidenzia le parole chiave: è un modo per dire “seguimi”. Un linguaggio poco chiaro allontana le elettrici e gli elettori più giovani, ma anche i meno giovani. C’è anche un altro problema che causa questa disaffezione alla politica: non c’è niente che ci faccia commuovere, spostare insieme, avere voglia di cambiare il mondo. L’IMU è importante, lo spread pure ma non possono essere i soli temi di una campagna elettorale. Tutti noi avremmo voglia di sentire parlare di valori più umani, più profondi.

Lei nel suo libro descrive un calo della cultura, usando i dati di Tullio de Mauro. Questa crisi della cultura può essere causata dalla crisi economica che ha portato a una crisi “d’immagine” del sapere? Nonché dalla politica? Perché per esempio, nel Nordest, certi politici criticano la corsa alle lauree ricordando che lavori come elettricista o panettiere non necessitano di laurea.

Sicuramente è influenzata dalla crisi economica, ma non è la sola ragione. Ci sono stati momenti nella nostra storia in cui c’erano più povertà e più problemi, ma le persone avevano una cultura superiore. Più che a una crisi economica, questo lo farei risalire a una crisi valoriale e di contenuti enorme. In fondo, ancora di più quest’anno, l’Italia è il paese che ha uno dei più bassi, se non il più basso tasso di laureati in Europa. Non è obbligatorio esser laureati, però fanno strano questi dati, no? Ci sono persone che pensano che con la laurea non si guadagni di più, quindi chisseneimporta, e tutto questo è molto triste. Ci dovrebbe essere un anelito, un desiderio di capire la cultura, di considerarla come uno strumento per capire la vita, non per essere dotti. Per quello insisto come sia nella scuola che bisogna fare gli investimenti maggiori, nell’aggiornamento degli insegnanti, nel dotare tutte le scuole di laboratori. Bisogna capire che la cultura ti fa vivere meglio, ma una cultura viva, non dotta e idiota. Questa crisi non è legata alla crisi economica, ci sono paesi più poveri in cui c’è molto più interesse alla cultura rispetto a qui da noi. Bisogna garantire posti di lavoro da chi governa a chi studia ed è bravo, ma poi deve anche passare un’idea di scuola talmente avvincente e interessante che, al di là del lavoro, io studio perché mi faccio un bagaglio importante per me, per capire la vita. Studiare dovrebbe servire a questo no? È come quando Umberto Galimberti pensa alla filosofia come strumento utile alla vita! Io sono convinta che sia così: la filosofia di Socrate, il“conosci te stesso”, ha un valore anche adesso. La filosofia deve essere vista come uno strumento più utile, concreto. Io ho studiato letteratura e poi ho fatto un master in economia, e ancora adesso la gente mi chiede perché io abbia studiato letteratura, visto che la mia carriera l’ho costruita grazie a quel master. Invece io sono quello che sono e faccio quello che faccio grazie alla mia cultura umanistica, perché ho una conoscenza più profonda del mondo, delle persone. E questa è materia viva, non è una cosa da morti. Però quest’idea bisogna passarla nelle scuole, bisogna far capire che la cultura serve a questo, serve a vivere meglio.

zanardo2

Blog: Il corpo delle donne 

Progetto “Nuovi occhi per i media”

Videodocumentario “Il corpo delle donne”


RELATED POST

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

By using this form you agree with the storage and handling of your data by this website.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.