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Quando si parla di questioni queer e di transessualità, non va dimenticato che il travestitismo e il passaggio da un genere a un altro non sono affatto prerogativa della cultura occidentale, ma li si può riscontrare spesso anche in altre forme archetipiche di culture differenti, spesso per motivazioni che niente hanno a che fare con il riallineamento psicologico di genere come lo intendiamo noi.

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Nel Kosovo della cortina di ferro era ad esempio usanza piuttosto diffusa che alcune donne, appartenenti alle comunità rurali del nord dell’Albania, ritrovatesi senza nessun uomo a capo della propria famiglia, potessero decidere di assumersene la responsabilità decidendo di “diventare uomini”, a patto di giurare castità a vita e di comportarsi come tali.

Chiamate per l’appunto “vergini giurate”, burrneshë in lingua albanese, esse sacrificavano la propria identità sessuale per assumere il comando della famiglia e avere la possibilità di tutelare le altre donne, con un rituale previsto dalla legge del Kanun, un antico codice non scritto, in cui, imbracciando il proprio fucile e giurando di fronte agli altri uomini del villaggio, diventavano definitivamente uomini. Gli veniva quindi consentità la possibilità di fare cose ritenute prerogative maschili, tra cui portare il fucile, andare a caccia, vendicare i propri parenti, bere e fumare, con l’approvazione del resto della comunità.
Accadeva che una simile scelta venisse effettuata anche una volta che il matrimonio combinato tra due giovani non fosse gradito alla ragazze, onde evitare l’insorgere di faide e costituire motivo di vergogna per la famiglia di quest’ultima. La società rigidamente patriarcale dell’Albania del Nord permetteva alle donne, relegate all’ultimo gradino della scala sociale, di riscattare la possibilità di essere riconosciute a pieno come individui, a patto di rinunciare completamente alla propria vita sessuale, nonché a tutto ciò che è possibile ricondurre a un’idea di femminilità.

Fenomeno rimasto ignoto per secoli e divenuto oggetto di studi antropologici solo in tempi recenti, con la globalizzazione questa usanza sta lentamente svanendo e ad oggi si contano una quarantina di donne rimaste, alcune delle quali rappresentate nel reportage realizzato dal fotografo Jill Peters e intitolato Sworn Virgins. Rappresentate sullo sfondo delle loro montagne, vengono ritratte alcune delle burrnesha rimaste, tra cui anche delle giovani, sebbene ritenute meno “autentiche”, per via del fatto che ad oggi risulta molto più semplice per una donna emanciparsi senza essere costretta a sacrificare la propria femminilità. Sworn-Virgins-of-Albania-di-Jill-Peters-586x438

Alcune delle più anziane, intervistate dalla giornalista Elvira Dones, da cui ha poi tratto ispirazione per il romanzo Vergine Giurata, hanno dichiarato di aver avuto la possibilità di conquistare diritti non concessi alle donne, ma di rimpiangere, ad esempio, la possibilità di avere un figlio. Hana, protagonista del romanzo, vive un’esistenza a metà, non solo perché divisa tra maschile e femminile (di cui poi si scopre che quello maschile in realtà era solo un “abito”, una superficie di abitudini facili da cancellare), ma anche tra la tradizione, il Kanun, e la modernità, tra l’asprezza della vita sulle montagne e quella ricca di opportunità di Tirana, la città modernizzata. Nel leggere, seppur si tratti di una fiction letteraria, quanto siano state costrette a rinunciare queste donne pur di concedere una maggior dignità ai propri familiari, e solo in secondo luogo a se stesse, insorge inevitabile un senso di scoramento e amarezza, perché è vero che di una scelta si tratta, ma quanto si può dire libera una scelta la cui alternativa si paga a caro prezzo?

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