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Le ragazze della Beat Generation: personaggi minor...

Le ragazze della Beat Generation: personaggi minori?

PHOTO: JEROME YULSMAN-GLOBE PHOTOS INC. ©  JACK KEROUAC

Durante gli anni delle scuole superiori, mi dedicai con un certo metodo alla lettura di romanzi e, in misura minore, opere poetiche di diversi autori della Beat Generation.
Ricordo ancora con precisione l’elettricità che mi attraversò quando ascoltai per la prima volta una poesia di Gregory Corso, così come il mio rapporto problematico con Sulla strada, che mi vide dapprima incapace di superare le prime dieci pagine e, nel giro di un anno, inghiottita dalla prosa di Kerouac e completamente stordita da essa.

Di Kerouac amai moltissimo anche un volume di haiku edito da Mondadori, le cui traduzioni mi convincevano poco, pur essendomi necessarie. Alcuni mi suonano ancora in testa, tanto mi colpirono, ed erano quelli più sporchi di terra, quelli che veicolavano tensione muscolare, pur essendo finalizzati ad un silenzioso acquietarsi.
A distanza di anni, mi resta però anche un vago senso di disagio, che è lo stesso che mi ha impedito per almeno dieci volte di terminare la lettura de I vagabondi del Dharma.

Mi ci è voluto un sacco di tempo per capire quale fosse il mio problema con Kerouac, dato che non posso dire di non averlo amato intensamente. Lo scenario divenne chiaro quando incontrai uno splendido volume di Kate Zambreno, intitolato Heroines, che cita proprio il caso di Kerouac nel descrivere un certo tipo di letteratura che appare del tutto inebriante, ma che può alienare le ragazze che vi si immergano. In effetti, a differenza di alcuni degli amici insieme ai quali ho rievocato le nostre rispettive esperienze con On the Road, io non mi sono mai identificata a fondo con i suoi personaggi, perché sapevo di non poter essere come quelli maschili, e perché quelli femminili erano molto più piatti e funzionali, oltre al fatto che vivevano vite meno entusiasmanti.

È stato proprio leggendo Heroines che ho incontrato per la prima volta molti nomi di donne che gravitarono attorno e all’interno dell’universo culturale beat. Mi è così tornata la voglia di rientrarvi, questa volta però attraverso le voci che non avevo ancora ascoltato. Tra raccolte di poesie fuori catalogo da decenni e saggi impossibili da reperire, mi sono imbattuta in un memoir: Minor Characters di Joyce Johnson.

Morningside Heights

Minor Characters racconta gli anni formativi di Joyce, cresciuta in una famiglia molto conservatrice dell’Upper West Side, proprio mentre alla Columbia University si fortificava il rapporto tra Allen Ginsberg, Jack Kerouac, Lucien Carr e Hal Chase. Negli anni successivi, Johnson divenne studentessa presso il Barnard, il college femminile che si affaccia sul campus della Columbia, rigettandone poco per volta le regole e le false prospettive che offriva, poiché era chiaro che tale formazione era finalizzata ad impieghi “femminili”, come la segretaria o l’assistente, o a trovare un buon partito sull’altro lato della Broadway.

Joyce fu una delle giovani donne che scelsero di sacrificare completamente il loro rapporto con la famiglia, la propria reputazione e la prospettiva di una certa stabilità economica, per inseguire una voce interiore che diceva loro che non sarebbero sopravvissute, se ingabbiate entro quel ruolo calato forzosamente su di loro.
Non fu un caso, dunque, se l’autrice, all’epoca ventenne, finì a frequentare alcuni di quelli che oggi sono considerati i pesi massimi della Beat Generation e, per un certo periodo, a stringere una relazione sentimentale con Jack Kerouac. Vi era indubbia affinità tra di loro poiché, come spiega la stessa Johnson, esistevano desideri, aspirazioni e modi fare impulsivi condivisi all’interno del gruppo, alcuni dei quali ella si trovò a vivere in prima persona durante la giovinezza, mentre altri rimasero solo brame impossibili da convertire in pratica.

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Parlando del periodo dell’università, Johnson scrisse che, laddove gli uomini beat avevano la libertà di passare lunghi periodi nei boschi, darsi alle gioie della carne o di intraprendere dei viaggi coast to coast dei quali poter scrivere suscitando scandalo, le ragazze che sentivano lo stesso tipo di pulsioni e che, in seguito, amarono quegli scritti, erano costrette a relegare i propri desideri a dei viaggi puramente mentali, ma non per questo meno intensi, come testimoniano alcuni dei loro scritti.

Minor Characters è dunque una lettura che offre una prospettiva diversa dal solito sulla Beat Generation, oltre che uno splendido racconto di cosa possa significare l’essere ragazza entro un sistema che va allentando le proprie regole, ma che non manca di enfatizzare le differenze di genere a discapito delle donne.
È poi un libro che si legge con grande piacere, onesto e viscerale, che personalmente ha fatto rinascere in me la voglia di tornare anche sui classici beat “maschili”, per rivisitarli con occhi diverse e nuove consapevolezze.


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  1. Michele B.

    18 dicembre

    Una delle cose che ho sempre amato di Soft Revolution è il modo in cui riuscite ad esplorare frangenti in cui le problematiche di genere, anche solo per semplicissima abitudine mentale, non vengono prese in considerazione. Questo articolo lo testimonia perfettamente, complimenti Margherita.
    Mi sono riconosciuto molto nella prima parte del pezzo, anche la mia adolescenza è stata fortemente segnata dagli scritti beat. Brava!

  2. Elisa bett

    18 dicembre

    Offri sempre ottimi spunti per le mie visite in biblioteca 😉 Grazie cara!!

  3. Daniela

    18 dicembre

    Questo libro mi incuriosisce molto, grazie per averne scritto 🙂

  4. Ludovica

    18 dicembre

    La mia esperienza con i beat è molto simile alla tua. La svolta per me è venuta con la lettura di “Memoirs of a beatnik” di Diane di Prima, una sorta di “On the road” al femminile. Il suo essere beat era molto intenso e vissuto sia con la mente che col corpo; è un libro autobiografico e racconta gli anni che vanno dall’adolescenza dell’autrice fino al suo spostarsi a San Francisco. Verso la fine diventa piuttosto hippy – e questo mi è piaciuto poco.
    Temo non sia mai stato tradotto in italiano però.

  5. Margherita Ferrari

    19 dicembre

    grazie a voi 🙂

    @ludovica: il libro di diane di prima è ora ufficialmente nella mia wishlist per i prossimi acquisti. grazie per il suggerimento

  6. giov

    21 dicembre

    io non ce l’ho mai fatta a leggere niente della beat generation. alcune mie amiche chiamano “dharma bum” quel genere di persona che non vede il lato problematico della faccenda 🙂

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