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La vita tatuata sul corpo, vera o finta che sia

La vita tatuata sul corpo, vera o finta che sia

tatuaggi

È quasi un anno, ormai, che ballo una danza di corteggiamento con l’idea di farmi un tatuaggio. Una di quelle danze che ti porta a fare un passo avanti e due indietro. E poi ancora un numero imprecisato di passi laterali per guardare la situazione da ogni punto di vista consentito, per studiare tutti i mondi possibili, per convincersi, infine, fino in fondo.
Eppure, io non sono ancora convinta, non fino in fondo. Per quanto sappia di volerlo, per quanto sia sicura che l’idea che ho in testa è quella giusta, l’unica di cui probabilmente non mi stancherò mai (il condizionale è d’obbligo), l’unica, anche, che sarebbe capace di aggiungere qualcosa e di non togliere niente.
Più per riservatezza che per scaramanzia, l’idea è nota soltanto a me ed ad un circolo fidato di amicizie. Mi rendo conto dell’assurdità dell’affermazione nel momento stesso in cui la scrivo, in cui l’ho pronunciata durante tutti questi mesi. L’avrai tatuata addosso, mi dico, mi dicono. Non ci sarà più nulla di riservato. Sarà, anzi, una delle prime cose che mostrerai di te, assieme alla rasatura e ad Arthur, la cicatrice sul gomito che proprio nelle prossime settimane compirà un anno esatto. Una volta tradotta l’idea in ferita ed inchiostro, abdicherai qualsiasi possibilità di scelta, qualsiasi controllo.
Eppure non è proprio così. Quello che si vedrà, che sarà automanifesto e che attirerà l’occhio dei lavoratori 9-18, come me, in metropolitana, mentre mi aggrappo al sostegno nel tentativo di non essere disarcionata da questa tavola condivisa di surf cittadino, sarà il segno. Il significato, lo so, sarà comunque irragiungibile.
E forse è proprio questo che mi trattiene dal dire definalmente sì, dal posare sul bancone 50 euro e segnare sull’agenda un giorno di permesso. Mi chiedo (razionalmente oppure no) che senso abbia marchiarsi con un messaggio che non potrà essere decodificato, se non attraverso la mia stessa voce. Un mesasggio che non mi sopravviverà (lo farà solo tecnicamente, all’interno di una bara – o meglio, ridotto in cenere con me).
Non dovrebbe interessare, forse, ad una persona che non si preoccupa di scrivere in tedesco la metà dei suoi aggiornamenti su facebook (e twitter), che riempie i suoi scritti di riferimenti e citazioni che, ad essere realisti, non verranno colti, che si crogiola della nicchia delle sue influenze.
Eppure, l’intimità di un ago che penetra la pelle, la permanenza dell’inchiostro, richiedono qualcosa di più, pretendono comprensione.
tatuaggiCosì mi interrogo sulle motivazioni degli altri, sulle molle che hanno messo in moto loro e che si nascondono ancora sotto disegni più o meno stilizzati, dietro tracce di colore che si affievoliranno col tempo ma non spariranno mai del tutto.
Qualsiasi segno è un messaggio e qualsiasi messaggio ha un destinatario. Spesso anche la sua assenza è comunque messaggio, e con un suo destinario. Ma il destinatario non è sempre chi legge. Nei messaggi criptati, nei gerghi così come nei codici, il messaggio si rivolge a chi è capace di trovare il significato nel segno. E se l’esterno non può riuscire in questo compito, il destinatario deve, necessariamente, essere l’interno.
È questo il caso dei tatuaggi (quelli ragionati, per lo meno): sono un messaggio per noi stessi.
Certo, mi si potrebbe obiettare che essi abbiano in realtà una funzione sociale. Gli articoli che hanno voluto costruire un ponte fra tribù e società occidentale attraverso gli aghi si sprecano. Esiste, però, una differenza fondamentale fra il tatuaggio rituale, ripetuto e ripetitivo, e la molteplicità di relizzazioni che ci troviamo davanti agli occhi ogni giorno, ormai indifferentemente nelle grandi città e nei piccoli centri. La differenza sta nella libertà. Se nelle tribù un determinato segno corrisponde in maniera univoca ad un solo significato; noi occidentali cresciuti con la massima scripta manent possiamo utilizzare una varietà infinita di segni per lo stesso messaggio, e viceversa. Se, quindi, i tatuaggi tribali (e rituali) si pongono quindi come un vero e proprio linguaggio, i nostri disegni permanenti sono gerghi personali, derivanti e dipendenti soltanto da chi paga, decidendo di segnarsi.
All’interno della molteplicità di significati minuti, di quello che vogliamo comunicare a noi stessi, ricordarci o insegnarci, ne trovo due capaci di raccoglierli e raggrupparli quasi per intero.
Ad memoriam – Il primo è la volontà di fotografare una realtà già trascorsa. Un evento, una persona, un sentimento che è stato capace di cambiare il corso delle nostre decisioni, che ha lasciato un’impronta nel nostro modo di ragionare, di affrontare la vita che ci rimane. Un qualcosa che sì, è già avvenuto, ha già impresso una svolta, è già reale, ma a cui vogliamo dare anche un corpo fisico. Un qualcosa che sentiamo il bisogno (o la semplice voglia) di portare addosso come una matura coperta di Linus, un amuleto, un talismano, una bussola. Tatuaggi di questo tipo sono tributi, templi, luoghi sacri lunghi pochi centrimetri e larghi ancora meno, ma ben più profondi.
Il secondo è un’esortazione. La rappresentazione di un obiettivo, un ideale, un proposito ancora da raggiungere. Il tatuaggio è una sfida, è il dire a sé stessi “ora che lo hai addosso non potrai più tradirlo, non potrai abbandonarlo, dovrai renderlo reale”.
La linea fra realtà e finzione è il filo che lega esperienze, persone e tatuaggi tanto diversi, e che ci guida in questo nuovo rito che, per quanto condiviso, rimane estremamente intimo.


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  1. la dac

    11 giugno

    Ho un amico che nel corso di una decina d’anni si è tatuato svariate cose, in svariate parti del corpo. Ogni tatuaggio per lui ha un significato ben preciso, se lo vuoi ascoltare te ne racconta anche la storia. Quello che mi piace della sua concezione del tatuaggio è questo: per lui il corpo è una mappa e ogni esperienza vissuta vi lascia una traccia. Rendere il proprio corpo una mappa della propria vita.

  2. Terry

    17 giugno

    Io adoro i tatuaggi: ne ho quattro e ne vorrei almeno altrettanti. E’ vero che ciascuno ha un significato e non mi piace quando mi si chiede di “spiegarli”; non li vedo però come simboli esteriori di momenti particolarmente importanti della mia vita, ma più che altro come abbellimenti. Forse non è un caso che sia riuscita a prendere coscienza del mio corpo e ad apprezzarlo per quello che è anche attraverso i tatuaggi.

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