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Imparare a lasciarsi galleggiare – La Tempesta nel...

Imparare a lasciarsi galleggiare – La Tempesta nella Foresta @ Sherwood Festival 2013

fumetto2Il mio privilegio sta nel poter campare – ancora per un po’ – circoscrivendo, delimitando e isolando i miei “momenti da persona seria”. Quindi eccomi, fradicia di sudore, su un treno interregionale del quale presto tutti noi affezionati della tratta Milano-Venezia sentiremo la mancanza. Ed eccomi, poche ore dopo, riassettata, linda, sotto lo sguardo vigile di mia madre, che infila le braccia nell’armadio della mia stanza vicentina per estrarre abiti che non ho alcuna intenzione di indossare. Ho venticinque anni; ne ho sedici, tredici, nove, sono incosciente. Una mezz’ora abbondante di discussione, ed eccomi, riassettata, linda e vestita di grigio, pronta per il funerale di mio nonno.

Faccio la persona seria. Riesco a illudere tutti. O forse sono seria proprio perché riesco a far coesistere sul mio corpo forze centrifughe e segni confermanti l’idea di me che è stata propagandata. Durante il funerale di mio nonno mi viene da ridere perché lo immagino intento ad uscire dalla bara e a bestemmiare contro il prete, tra gli applausi dei suoi amici comunisti seduti vicini all’uscita. Ma, come dicevano gli Uochi Toki, purtroppo non c’è nessuna scusa che ti permetta di ridere al funerale di un tuo parente. Mi assento di nascosto per andare a farmi un bianco al circolo operaio di Magré, dato che in chiesa mi sembra di non provare nulla, se non il dolore altrui di riflesso sulla mia faccia mascherata dagli occhiali da sole.

Nel pomeriggio torno a Trento. La mattina successiva ho un colloquio di lavoro. Non so come vestirmi per sembrare seria a sufficienza da non stonare in un ufficio pubblico. Alla fine opto per gli stessi abbinamenti del giorno precedente. Grigio su grigio.
Nella stanzina dell’Ufficio Personale, dichiaro la verità. So l’inglese. So fare grafici. So usare questo e quest’altro software.

Ed eccomi di nuovo, inondata di sudore, sull’interregionale diretto a Bologna, che fa più fermate del solito e che per poco non mi impedisce di beccare la coincidenza a Verona Porta Nuova. Continuo a non provare nulla, se non rare schegge di quiete, nei momenti in cui il treno accarezza i paesaggi poco da cartolina che ho imparato a riconoscere ed amare attraverso le stagioni. Una distesa di arbusti che mi fa sempre pensare a paesaggi post-atomici. Le ombre geometriche, da avanzata delle Tenebre, in certe valli.

La mattina del mio terzo giorno da persona seria mi sveglio presto. Tento di indossare abiti che comunichino che potrei tranquillamente dirigere un’azienda. Scopro di aver fallito pochi minuti dopo essere uscita di casa, quando il benzinaio con il quale sto concludendo una impersonale transazione economica mi chiama ripetutamente “tesoro”.
Mi dirigo a Mestre. Sono in cerca di finanziamenti, in una sala da conferenze piena di persone come me, ma un pelo più vecchie, i cui corpi non sono agghindati con gonne a pieghe e sobrie camicette da educanda. Tutti prendono appunti sulla carta e fanno domande mirate. Io sono muta, tanto per cambiare, e le mie dita scricchiolano sulla tastiera del portatile che tengo in grembo.
Dopo tre ore mi rendo conto di essere finita nel posto sbagliato, di non essere ancora pronta per l’umorismo di certi consulenti rampanti e sganassanti. Sapevo che sarei crollata, se la parola “profitto” fosse stata pronunciata con eccessivo ardore, amplificata e con una cadenza aliena a noi persone abituate a fare gratis lavori che non ci pare meritino questa qualifica. L’imperituro conflitto tra la poesia e la merce.

Ed eccomi, nel pomeriggio del terzo giorno, spogliata degli abiti che mi volevano seria e composta, fuori dai cancelli di Sherwood.

lineup

Sola in coda, scruto chi mi sta accanto, cercando di farmi un’idea su di loro dalle magliette che indossano. Verme, Zu, un sacco di allegri Ragazzi Morti.
Una volta rinvenuti gli amici e superato il tradizionale ostacolo della cassa accrediti, prendo possesso di una birra, che nelle mie speranze dovrebbe lavare il contegno delle cinquanta ore precedenti via dalle mie budella. Mi pare sia passata una vita dall’ultimo concerto degno, l’ultimo concerto che mi interessasse davvero. La mancanza di concerti degni è forse il motivo principale per cui a Trento mi capita periodicamente di prendere a pugni i pulsanti per le attraversate pedonali dei semafori. Posso ubriacarmi, ridurmi in condizioni pietose, mordere con scarso impegno dita altrui e correre nei vicoli deserti del centro storico, ma lo straniamento radicante che viene da un buon concerto è tutt’altra cosa.

Ai banchetti dei gruppi soppeso tutto con immenso piacere, anche ciò che non posso permettermi. Merce che non pare merce. Dischi consumati senza averli mai posseduti. Il momento in cui la frase “ho consumato quel disco” diventerà del tutto desueta.
I Tre Allegri Ragazzi Morti salgono sul main stage, e io contemplo l’amico Alessio intento a parlare con i Fine Before You Came. Lo lascio finire, prima di agguantarlo per un saluto. Ci scambiamo le liste dei gruppi che abbiamo più brama di sentire, che poi sono più o meno gli stessi, agglomerati nello spazio del second stage. Lo sport tipico dei festival: capire se ci si troverà sotto il palco, cogliere le sfumature delle modalità d’ascolto e dei gusti musicali altrui.
Il nostro imbarazzato gongolare viene interrotto da Ufo e due ragazze munite di telecamera e microfoni, che agguantano Alessio e lo pongono di fronte alla lapidaria domanda: “Perché sei qui?”. Io mi godo la scena dai margini.

Sul main stage, Toffolo è vestito di liane. Il tempo stringe, e i tradizionali intermezzi che rendono i concerti dei Tre Allegri Ragazzi Morti così confortanti vengono tagliati, perché c’è un sacco di carne sul fuoco e bisogna dare spazio a tutti. Ma in quella mezz’ora che passa veloce, c’è comunque modo di farsi fortificare dal verbo della vulnerabilità e della Metamorfosi, dalle trame sottese alla poetica della band di Pordenone, delle quali ho sempre letto e sentito parlare troppo poco.
Inoltre: i giovinetti e i meno giovinetti che si stringono sull’attacco di Il mondo prima, e io che, come ogni volta, canto e sorrido con tutta l’onestà che mi è data.

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Durante lo showcase dei Bachi da Pietra, prendo atto del fatto che potrei non arrivare lucida a fine serata e che non scrivo il report di un festival o di un concerto da parecchio tempo. Per quanto mi sforzi di concentrarmi sulla performance, devo ammettere a me stessa che non ho granché da dire su di essa, se non altro non in un modo informato e degno di un report tradizionale, perché ignoro la progressione artistica della band e non ho ancora ascoltato Quintale, l’ultimo disco.
Sul mio quadernetto, scrivo “rudi”. Scelgo di non fare finta di sapere quello che non so. Poi penso alle band il cui suono ha il potere di rinchiuderti in un tritacarne rendendotela un’esperienza piacevole.

Prima che si apra la parentesi del festival con la massima concentrazione di performance da noi bramate, buttiamo un occhio alle bianche vesti di Umberto Maria Giardini, a.k.a. Moltheni. Tra un pezzo sconosciuto e l’altro, raggiungiamo amici avvistati a diversi metri dal palco, e lì riparte il gioco delle band per le quali si sono spesi i soldi del biglietto d’ingresso, per le quali ci si è mossi verso Padova. Mi tappo le orecchie nel sentir parlare con toni poco garbati di Maria Antonietta. Poi torno a sedermi sul bordo di un’aiuola masticata dalle suole delle scarpe di due settimane di avventori di Sherwood.
DSCF5324In quel momento, alle mie spalle, su di uno spiazzo cementiceo ancora semi-deserto, si materializza la figura nerovestita di Vasco Brondi. Mi domando quanti minuti ci vorranno prima che qualcuno lo riconosca e gli si piazzi alle costole per scattare una foto o dichiararsi parte del Circolo dei Devoti. La risposta: tre.

Maria Antonietta indossa gli occhiali da sole sotto alle luci gialle del second stage. Prima che cominci con il primo pezzo, un amico che scrive di musica mi pone di fronte all’annosa questione delle differenze quantitative negli spazi che le riviste attribuiscono ad artisti uomini ed artiste donne. Accolgo, come già altre volte in passato, la correlazione positiva registrata tra il soppesare Maria Antonietta e l’addentrarsi in questo genere di discorsi. Il fatto che spesso vi siano venature polemiche. I plurimi tentativi di demolire il suo lavoro artistico dei quali sono stata testimone, e che mi sono sempre parsi sterili, perché provenienti da persone che non hanno mai voluto mettere da parte i propri pregiudizi per ascoltare a fondo i due album e le altre canzoni sparse. Inoltre, la considerazione che mi trovo a veder confermata, mese dopo mese, quando torno ad evocare o veder evocata l’opera di Letizia: il suono prodotto da chi non ha paura di raccontare la propria Verità può risultare molto difficile da assorbire, per quanto confezionato in un delizioso formato pop.
Mantengo la medesima linea durante i venti minuti di showcase, durante i quali Maria Antonietta tocca diversi angoli del proprio repertorio, spostandosi dai suoni ruvidi dei tempi di Marie Antoinette wants to suck your blood al materiale nuovo, del quale ci vengono proposte le canzoni Animali e Quando prego il diavolo scompare. Pur avendo nutrito qualche dubbio su quello che mi era parso come un eccesso di pulizia nella versione di Animali che da qualche tempo è liberamente ascoltabile online, ne apprezzo moltissimo la resa dal vivo.
DSCF5354Letizia, come sempre, che sia su disco o dal vivo, mi fa sentire accolta. Guardo al suo coraggio nel raccontare le oscurità più ardue da scandire, alla sua scrittura limpida, alla fisicità e alle visioni del sacro che traspirano dai suoi brani, e soprattutto al potere salvifico insito nella creazione come processo avviluppatosi attorno ad esperienze e scenari di distruzione, a mio avviso così evidente nel suo lavoro.
La contemplo sul palco e vedo il tipo di onestà alla quale aspiro a mia volta quando scrivo.
Poi chiudo gli occhi e per un istante sono trasportata altrove, ad un viaggio in macchina, un anno addietro, quando stavamo ancora bene, e in autostrada ascoltavamo quelle deliziose canzoni pop, diretti verso casa mia.

Anche agli Altro spettano venti minuti, ma durante il loro showcase il tempo ci scorre addosso con una velocità diversa. Quando una band sembra muoversi solo su ritmi serrati e durate risicate, anche una manciata di minuti può significare molto. Lo spettacolo non delude, e anche i momenti di scoordinamento sono facilmente perdonati. Il trio tiene magnificamente il palco e il pubblico è esaltato e carico di quel genere di tensione che agita i piedi e scioglie il collo.

Uno scenario a suo modo simile è quello che si dipana ai piedi de Il Pan del Diavolo. Il pubblico è più folto, e nella mia testa mi pare sia composto da altre persone, anche se non escludo possa essere l’alcol che mi circola in corpo a farmi vedere le cose in quel modo, secondo i Grandi Schemi in cui una persona che si strappa le vesti per gli Altro non dovrebbe necessariamente farlo per il duo siciliano.
In effetti, dopo aver praticato diverse volte lo sport da festival, nel corso del pomeriggio e della prima serata, pare proprio di poter dire che La Tempesta nella Foresta si sia configurata, nella fruizione del pubblico, come evento dal quale pescare gli showcase di artisti già noti, in parte forse anche a causa dei tempi molto serrati tra una performance e l’altra, che lasciano a malapena lo spazio per una capatina in bagno o per recuperare una birra.

Il Pan del Diavolo, dal vivo, pare avere il potere di convertire anche i miscredenti. Lo avevamo già riscontrato ai tempi di Sono all’osso, quando li osservammo esibirsi su un palco sterminato, di fronte ad un pubblico che li conosceva poco. Tra ritmi che ti prendono per il collo e liriche costellate di parole grosse che agitano inevitabilmente le carni, risulta molto difficile mostrarsi distaccati, sempre che dovesse mai sorgere quest’esigenza.

Il passaggio al cospetto dei Massimo Volume risulta a questo punto traumatico, tanto sono diverse le atmosfere e microclimi sospesi attorno alle due band, che si esibiscono a distanza di pochissimi minuti l’una dall’altra. Dopo aver perso temporaneamente il controllo delle mie facoltà nella gradevole agitazione collettiva del pubblico del Pan del Diavolo, mi scopro spompatissima e appesantita dall’alcol per la performance successiva, che mi scorre addosso come se niente fosse. [Sacrilegio, sì. Se era quella ad interessarvi, andate a leggerne altrove, figliol*]

Prima che i Massimo Volume finiscano di deliziare i loro adepti, gli amici ed io ci piazziamo nuovamente sotto alla tettoia del second stage per ascoltare i Fine Before You Came, che attendiamo con particolare esaltazione in virtù della pregevolezza del loro ultimo lavoro, l’ep Come fare a non tornare. Sono da poco passate le dieci e mezza, quando il pubblico accoglie con ondate d’affetto il primo pezzo del gruppo di Milano. Io mi rendo conto di aver raggiunto i vertici del mio stordimento e mi abbandono alla situazione con la porosità di una spugna, anche perché noi masticatori di concerti confinati nell’estremo nord-est viviamo i volumi alti, l’effervescenza collettiva e il sudore altrui sulle proprie carni nude come una cosa rara e preziosa.

I Fine Before You Came sono bellissimi, e la loro bellezza è il risultato di uno scambio di energie distinguibile nel passaggio tra la visione ad occhi aperti e ad occhi chiusi. Penso all’elettricità che abita il pubblico come entità collettiva e come insieme di singole persone immerse in ciò che sta accadendo sul palco, sopra al palco, alle loro spalle. L’energia che la band prende dal pubblico e l’energia che il pubblico prende dalla band, spalmata sul sorriso di Jacopo Lietti, nel momento magico in cui decine di voci si alzano all’unisono per dichiarare che, no, non ci piace Dublino. O quello in cui, all’insistente richiesta di Magone, i FBYC rispondono invece con Vixi, il pezzo che chiude l’album del 2009 SFORTUNA, il primo per la scuderia de La Tempesta. A quel punto, il mio radicamento è completo. Sono presente a me stessa, sono incuneata nella canzone, nella quale ho visto me stessa così tante volte, ma sono anche altrove, negli anfratti di Trento in cui la ascoltai tornando verso casa, nella notte, per darmi la forza di mettere un piede davanti all’altro, o nella solitudine della mia stanza, nei treni interregionali unti e inospitali sui quali ho bramato di vivere un po’ meno alla periferia dell’Impero, e su quelli sui quali anch’io mi sono chiesta come fare a non tornare, e come non continuare a battere i lividi che mi porto addosso e accumulo da quando ho coscienza, dal giorno in cui scoprii le vie di fuga e le lenti che sono parte del potere ultraterreno che noi ascoltatori viscerali riusciamo a vedere ed acquisire immergendoci in certi dischi, nella musica degna, nei concerti che ti aprono in due e che ti sono al contempo di assoluto conforto.

[Altri act di cui non ho scritto, ma che ci sono stati: La Maison Orchestra, Giorgio Canali & Rossofuoco, Aucan, Iori’s Eyes, Ufo dj set.]

(Foto di Luca Baldinazzo. Illustrazione in apertura di Alessandro Baronciani)


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  1. Veronica

    15 luglio

    “I plurimi tentativi di demolire il suo lavoro artistico dei quali sono stata testimone, e che mi sono sempre parsi sterili, perché provenienti da persone che non hanno mai voluto mettere da parte i propri pregiudizi per ascoltare a fondo i due album e le altre canzoni sparse. ”
    Idem, idem, idem. Con tutti gli artisti mediocri che ci sono in giro e che nonostante questo trovano pure il loro seguito, mi capita continuamente di sentire critiche rivolte a Maria Antonietta, magari solo per il modo in cui si pone sul palco, o per la sua vocalità molto graffiante. Qualità che in un performer di sesso maschile non vengono giudicate male, anzi. Che poi le critiche vengono dalle stesse persone che non hanno manco sentito una canzone prima.
    Tutto ciò mette tristezza.

  2. enrico

    16 luglio

    bello sto pezzo… bello.
    non so come ci sono arrivato, ma mi ha fatto pensare ad un paio di cose.
    interessante scoprire, poi, che forse giri per le stesse strade che mi annoiano.
    ciao.

  3. alessia

    16 luglio

    Bel pezzo davvero!

  4. Michè

    19 luglio

    …Anche io avrei voluto esserci, ma son diventato grande ormai. E questo pezzo mi ha ridato la sensazione di rimorso che provavo tanto tempo fa, quando mi rodevo per occasioni come questa. Grazie per avermi “fatto ritornare”. Bra-va! M.

  5. […] su un argomento abbastanza sgradevole. Da ascoltatrice di musica attenta alle questioni di genere, mi capita molto spesso di captare discorsi aberranti sulle musiciste e sulle ragazze, a detta di alc…. Tanto per citare un esempio a caso, di recente mi è capitato di trovarmi sotto il palco durante […]

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