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“Quelli mica si facevano tanti problemi̶...

“Quelli mica si facevano tanti problemi”. Intervista agli autori di “In Italia sono tutti maschi”

Mi chiamano Ninella.

Qualche tempo fa, su queste pagine avevamo accennato ad un libro a fumetti intitolato In Italia sono tutti maschi (2010, Kappa Edizioni), scritto da Luca de Santis e disegnato da Sara Colaone. Per chi se lo fosse perso, si tratta di una graphic novel che racconta con straordinaria sensibilità e acume il tema del confino degli omosessuali italiani durante il periodo fascista.

in italia sono tutti maschiSi parte da un racconto-cornice dove i protagonisti sono Nino e Rocco, cameraman e regista interessati a girare un’intervista ad Antonio “Ninella” Angelicola, confinato alle Isole Tremiti (Foggia) negli anni Trenta con l’accusa di “pederastia passiva” ed ora piuttosto tentennante all’idea di dover raccontare quello che gli era successo, e ci si trova immersi nella realtà di quel nostro passato ingiustamente taciuto, dove, colpevoli di aver solo “espresso un orientamento sessuale”, i femminielli venivano costretti a lasciare le proprie abitazioni, le proprie famiglie e il proprio lavoro per andare a nascondersi lontani da tutti, controllati a vista dalle forze di polizia che, anche se talvolta parevano simpatizzare con loro, di certo non si rifiutavano di agire secondo i dettami del Regime. Oltre a Ninella, sull’isola conosciamo altri confinati e le loro storie (per chi ama immedesimarsi, ce n’è per tutti i gusti, dal taciturno all’animale da palcoscenico), che provano a vivere la propria vita laggiù, pur non avendo nulla.

Quello di Luca e Sara è un lavoro pulito, di un’onestà commovente. Per nulla opprimente, nonostante tratti un argomento tutt’altro che facile, il loro è un libro che ho molto apprezzato in primis perché parla di un argomento di cui sapevo poco o niente, con una chiarezza fulminante, in secundis perché è riuscito a farmi sorridere con alcune grandi battute, sapientemente collocate nella narrazione. Ho voluto porre loro alcune domande relative alla lavorazione del libro e alla sua accoglienza qui e all’estero (sappiate che è stato tradotto già in cinque lingue, e che non vi sarà difficile trovarlo in una libreria belga, piuttosto che tedesca o spagnola). Spero vi interesserà leggere tutto fino alla fine.

1. Mi interessa capire da dove ha preso origine l’opera. Da dov’è partito tutto? Cosa vi ha spinto a lavorare su questo soggetto?
Luca: Nei primi anni Duemila lessi un’intervista che Giovanni Dall’Orto aveva fatto nel 1987 ad una vittima del confino fascista. Non era stato facile intervistare il signor Giuseppe B., infatti solo dopo mesi si era convinto a raccontare la sua storia, pretendendo però che fosse solo trascritta, non registrata. Sembrava quasi che avesse da temere qualcosa ancora oggi, a distanza di anni. Rimasi molto colpito da questa vicenda, di cui non avevo sentito mai parlare nemmeno all’interno dei vari movimenti LGBT, tanto che decisi di portare avanti le ricerche per conto mio. Trovare notizie di una vicenda volutamente taciuta negli archivi di stato era quasi impossibile. Di particolare aiuto furono i documenti conservati dall’Associazione Nazionale Perseguitati Politici Italiani ANPPIA. I pochi storici che si erano occupati in modo specifico di questo argomento, come Gianfranco Goretti, Lorenzo Benadusi e lo stesso Dall’Orto, avevano avuto le medesime difficoltà. Raccogliendo i materiali che mi avrebbero permesso di ricostruire una storia mi sono imbattuto in lettere, in trascrizioni di suppliche per ottenere vestiario, denaro, alimenti… già di per sé delle storie molto toccanti.

Questi documenti così originali e il fatto che questa storia fosse così poco raccontata, dimenticata dagli stessi suoi protagonisti mi ha spinto a cercare un modo originale per riportarla all’attenzione dei contemporanei. Lo aveva fatto Ettore Scola in Una giornata particolare, dove il protagonista Mastroianni vive il suo ultimo giorno prima del confino. Io cercavo di farne il centro di un racconto, così lo proposi a Sara con cui avevo già lavorato in passato…

Sara: …e io ne fui da subito colpita. La forza di questa storia era sorprendente, come pure i suoi personaggi, che non perdono mai umanità pure nelle peggiori situazioni.

In Italia sono tutti maschi_1

2. Il titolo della vostra graphic novel, In Italia Sono Tutti Maschi, mi ha colpita molto. Quando ho avuto fisicamente tra le mani il libro e ho potuto osservare meglio la sua copertina, mi è subito stata chiara la forza, la follia, di quest’affermazione (poi accreditata correttamente all’interno della storia, come mussoliniana). I “maschi” del titolo non vanno intesi come opposti alle “femmine” (interpretazione che avevo dato in un primo momento, sollevando tanto di sopracciglio). Non esattamente. Vanno bensì intesi come opposti ai “femminielli”, agli omosessuali, a coloro che – secondo il dettame fascista – pregiudicano “la moralità pubblica e l’integrità della stirpe”, oltre che “la sanità della razza”, con i loro comportamenti scandalosi. La prefazione scritta da Giartosio e Goretti è stata molto utile nella preparazione psicologica alla lettura, ma mi ha fatto venire subito un grosso dubbio che volevo sciogliere col vostro aiuto. In essa si dice che in Italia il confino degli omosessuali operato dalle autorità fasciste ebbe inizio già dal 1928. Una parentesi specifica che questo valeva solo per gli omosessuali maschi; per le “donne lesbiche il discorso sarebbe lungo”. Quanto lungo? Sapete qualcosa a riguardo? Forse Mussolini credeva che non ci fosse bisogno di stilare dei provvedimenti per loro, perché in Italia sono tutti maschi, ma anche tutte… femmine?
Luca: Nelle schede di polizia che descrivevano l’arresto degli omosessuali, si trovava a margine un codice che rinviava ad una visita medica. Questa avrebbe quasi inevitabilmente sancito la condanna al confino (a livello ufficiale un “confino politico”, ma di fatto l’imputazione era “pederastia passiva”, quindi confino per scongiurare una minaccia all’ordine sociale). Questa voluta poca chiarezza delle ragioni dell’ingiusta condanna ha poi ingenerato un meccanismo di non riconoscimento della persecuzione subita dagli omosessuali italiani confinati e quindi una difficoltà degli stessi a diventare testimoni di quella vicenda.

Secondo i canoni dell’epoca, la propria propensione sessuale si poteva accertare solo con una visita medica, quindi per le donne non c’era una “prova fisica”. Loro venivano perseguitate e internate in manicomi con l’accusa di isteria piuttosto che di malattia mentale, magari perché avevano avuto un comportamento eccessivamente libero o, ancora una volta, antisociale. Ne parlano ad esempio Nerina Milletti e Luisa Passerini in Fuori Dalla Norma.

3. L’appendice al libro contiene la trascrizione dell’intervista di Giovanni Dall’Orto a Giuseppe B., di cui si parlava prima. Leggendola, si ritrovano molti elementi presenti nella storia che avete realizzato (dettagli dei personaggi, scambi di battute), segno che vi siete basati anche su di essa per lavorare al libro. In quali altri modi vi siete documentati per lavorare a questa graphic novel? Avete parlato con qualche confinato, visitato dei luoghi, o piuttosto lavorato tramite contatti remoti?
Sara: I confinati sono sempre stati restii a raccontare le proprie storie e come si evince dal documentario Ricordare di Gabriella Romano, quando le raccontano sono in parte ammorbidite dal tempo. Quando iniziammo questo lavoro non era più possibile raggiungere la maggior parte di loro, perciò ci basammo su testimonianze raccolte da altri.
Abbiamo fatto un viaggio alle Tremiti dove abbiamo trovato le poche tracce rimaste del confino di San Domino, le stanze dove i confinati dormivano. Nei luoghi descritti da alcuni di loro pareva di esser ancora negli anni Trenta. Abbiamo respirato un’aria di oppressione, lontana dall’idea solare e gioiosa dell’isola mediterranea, che ci ha ispirato molte scene.

Quello che restava un grave problema era la mancanza di fotografie dei confinati. Perciò abbiamo ragionato ricostruendo le immagini mancanti partendo da ciò che sapevamo su questi ragazzi, ad esempio la loro estrazione sociale, il loro lavoro, i loro amori, la provenienza geografica, il loro grado di istruzione. I ritratti che ne sono usciti sono ben lontani dallo stereotipo dell’omosessuale degli anni Trenta, presente nell’immaginario collettivo, quello elegante e aristocratico che compariva nel “cinema dei telefoni bianchi” tanto in voga all’epoca. Ci sembrava necessario restituire un’immagine che fosse aderente alla realtà, attraverso un insieme di elementi, dall’abito, al gesto, ai dialetti differenti, creando un’immagine coerente ma non appesantita dalla ricostruzione ossessiva ed esclusiva del dettaglio, che avrebbe probabilmente appesantito il racconto.

4. L’idea del racconto-cornice, dei documentaristi che vanno alla ricerca di un testimone di quel passato tenuto segreto, come è arrivata? Si tratta di un’espediente narrativo, o in qualche modo è legata alle modalità utilizzate per raccogliere informazioni utili alla stesura della vostra storia?
Luca: L’urgenza di raccontare la vicenda degli omosessuali confinati alle Tremiti non finisce certo col loro ritorno a casa. Come detto in precedenza, l’unico modo che trovarono per tornare a una vita quasi tranquilla fu quella di dimenticare, rimuovere, tornare nel silenzio. Quella di IISTM è una storia che inizia con una negazione, quella di Mussolini, e finisce con una negazione. Per raccontare questo è stato necessario immaginare un viaggio, più metaforico che fisico vista la ritrosia dei testimoni, che attraverso il dispositivo narrativo del viaggio racconta come il silenzio è terra fertile per discriminazioni che vivono tutt’oggi.

In Italia sono tutti maschi_4

5. L’esperienza del confino assume, paradossalmente, dei contorni allegri, quasi spensierati (dico “quasi” perché le nostalgie e i problemi di cuore dei confinati emergono dalla narrazione, amareggiandola in alcuni tratti). Sull’isola quegli uomini cantano e ballano, svolgono i lavori che svolgevano anche nelle loro città (nei limiti delle imposizioni poliziesche). Sembra che si stia bene sull’isola, vero? Come riporta Giuseppe B., intervistato nell’appendice, “In fondo… si stava meglio là che qua”. L’intento dei fascisti pare pieno di contraddizioni, quindi. Capaci di far convivere in serenità i confinati a S. Domino, incapaci di lasciarli vivere le proprie vite in città. Qual era la differenza? Il loro timore di “contaminazione” della razza pare, pure, scricchiolante, dato che sull’isola vivevano anche dei carabinieri che si mostrarono ben disposti al contatto coi “prigionieri”, se non loro simpatizzanti. Quali sono le vostre posizioni al riguardo?
Sara: L’allontanamento dai propri luoghi, dai propri affetti, dalle proprie attività, la fame propria e dei propri cari, il disonore che ne derivava all’epoca per tutte le famiglie (parliamo di piccoli paesi) gli arresti domiciliari che seguivano al rientro dal confino erano una pena decisamente dura per chi aveva espresso semplicemente un orientamento sessuale.
I racconti dei confinati mi fanno impressione, è come se il tempo vi avesse steso sopra una patina di vernice. Feste, banchetti, carabinieri disponibili. Tutto vero, ma anche tutto falso. Bisogna scavare in quelle parole per trovare gli elementi di autenticità.

Quello che i testimoni ci vogliono realmente raccontare, ossia la loro capacità di essere umani, di ridere anche quando ti è stato tolto tutto. In una parola, Resilienza.

Alcuni confinati mi hanno spesso fatto pensare a dei ragazzi che forse sono rimasti sempre così, con lo sguardo sfuggente, desiderosi semplicemente di dimenticare, di porre fine a un’onta dai contorni indefiniti. Luca lo racconta bene attraverso le parole di Mimì, il ragazzo morente che incontra Ninella nel dopoguerra: “E noi Ninè? Dove siamo noi, Ninella mia? Siamo ancora su quel molo, ad aspettare le barche… Aspettiamo ancora che le barche ci portino a casa.”

6. Domanda per Luca.
 Mi è piaciuto molto, all’interno della storia, il modo in cui è stato utilizzato il dialetto locale per caratterizzare i personaggi (ma anche dare un senso di concretezza ai luoghi). Leggo dalla tua biografia che sei di Campobasso: il dialetto usato non è il tuo, come ti sei mosso per riprodurre fedelmente il salernitano, il catanese e gli altri dialetti meridionali? Ti confesso che svariate battute dialettali mi hanno strappato dei sorrisi, mentre scorrevo le pagine del libro!
Luca: Fortunatamente il molisano ha una grammatica assai simile al napoletano, ma le sfumature tra una città e l’altra della Campania ci sono ed era necessario mostrarle, per questo ci siamo avvalsi dell’aiuto di amici che hanno corretto e tradotto alcuni passaggi. Lo stesso è valso per alcuni dialoghi in siciliano che dovevano avere attinenza e veridicità per rendere appieno la varietà non solo regionale, ma anche di vissuti che dovevano coabitare in quello spazio disperatamente assolato. Vi confesso che è un peccato leggere le traduzioni del libro in altri paesi dove queste sfumature vanno perse. Ma direi che questo è un discorso ben più ampio.

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6. Prima di leggere In Italia sono tutti maschi, il confino degli omosessuali italiani durante il fascismo costituiva un argomento oscuro per me. Nonostante ne avessi sentito parlare in modo molto vago ai tempi dell’università (corsi di storia, chiacchiere tra banchi), le mie nozioni a riguardo erano pari a zero. Ho trovato per questo assai apprezzabile la vostra opera, che riesce ad essere storicamente fedele a quelle tristi vicende, senza esagerare con le semplificazioni a volte richieste dalla forma a fumetti. Il vostro intento finale immagino fosse proprio questo: non solo raccontare e disegnare una storia interessante per i lettori, ma anche dare visibilità ad una questione spinosa per lungo tempo taciuta, attraverso un mezzo che attualmente riesce ad avvicinare molti più lettori di quanti non possa raggiungerne un saggio o un reportage.
Sara: È stato proprio così. La forza narrativa dell’immagine è stata decisiva per avvicinare un pubblico più vasto possibile. Abbiamo partecipato a molti incontri con studenti e ogni volta è stata una sorpresa constatare l’alto grado di coinvolgimento raggiungibile attraverso il fumetto. Credo che sia il premio migliore dopo tanto lavoro.

7. In questo senso devo farvi doppi complimenti. Solitamente il genere “graphic novel di cronaca” è quello che leggo di meno, essendo maggiormente interessata alle storie di fiction o strettamente autobiografiche. Ma il vostro libro è stata una piacevole sorpresa. Vi sentite di dare qualche consiglio a chi legge Soft Revolution e magari sta pensando di lavorare a qualche soggetto storico, a qualche testimonianza del nostro passato più o meno recente?
Sara: Martin Scorsese diceva che se una storia interessa a te devi trovare il modo di farla interessare anche agli altri.

8. Il libro è stato tradotto in molte lingue, e ora si può trovare nelle librerie di Francia, Belgio, Germania, Spagna e Polonia. Che effetto fa vedere che anche all’estero si sono interessati di una vicenda che, per come è raccontata, è strettamente italiana – sebbene universale, nel momento in cui si pone l’accento sulla persecuzione ingiustificata all’omosessualità?
Il libro è stato accolto benissimo all’estero. Ne sono stati apprezzati la forma come il contenuto. Purtroppo è un tipo di vicenda che non appartiene solo alla storia italiana. Abbiamo incontrato giovani lettori che ci hanno raccontato come in Spagna e Portogallo siano successe cose analoghe. Cosa sta accadendo ad esempio in Russia?

9. Vi siete affezionati a qualcuno dei personaggi del libro, in particolare? Lo chiedo perché l’immedesimazione o il gusto per la “tifoseria” mi prende sempre, durante la lettura. Io ho molto apprezzato il personaggio di Attilio detto Cincillà, oltre a quello di Ninella (di cui ovviamente scopriamo più particolari della vita, essendo protagonista).
Sara: Io ho adottato il povero don Nicola, il prete bestemmiatore, irascibile e sifilitico. Insomma un concentrato di difetti che più di una volta con le sue battute mi ha strappato una risata.

Luca: Non poche volte io e Sara ci siamo trovati in lacrime leggendo le lettere dei confinati: a volte durante la stesura, mettendo assieme pezzi di vita vissuta estrapolati da questi documenti compariva un’immagine chiarissima della loro quotidianità, che ci stringeva il cuore. Un esempio di questo è proprio la lettera di Attilio, che è forse quello che racconta la storia più dolorosa, straziante e romantica al tempo stesso, quella che forse ha colpito anche te.

In Italia sono tutti maschi

10. Pensate che nell’Italia nel 2013 le cose per la popolazione omosessuale siano cambiate, che si sia lavorato abbastanza per i loro diritti o che di strada da fare ce ne sia ancora tanta?
Luca: Leggere i quotidiani in questi giorni rasenta la lettura di un triste romanzo grottesco! Si è trattata una semplice legge contro l’omofobia come fosse chissà quale decisione etica! Se ci sfugge il semplice discorso che l’aggravante di omofobia viene applicata a prescindere che la vittima sia gay o no, come possiamo parlare di matrimoni o affidamento? La luce mi pare lontana, e il buio che riflette la Russia di questi tempi mi pare molto più ingombrante.

11. Per chiudere: ora state lavorando ad altri libri? Progettate altri lavori assieme?
Sara: Stiamo lavorando con Francesco Satta ad un romanzo a fumetti ispirato alla vita di Leda Rafanelli, la scrittrice anarchica e musulmana che è – sorpresa!- una delle figure particolari del femminismo italiano.

I siti ufficiali di Luca e di Sara: http://lucadesantis.wordpress.com/ e http://saracolaone.blogspot.it/

luca de santis

Luca de Santis è nato nel 1978 a Campobasso. È sceneggiatore, autore teatrale e radiofonico. Ha collaborato con Comedy Central, MTV Italia, Endemol e Dahlia; ha pubblicato inoltre per Comix e Azimut. Nel 2008 ha vinto il Premio Massimo Troisi come Miglior scrittura teatro comico per la commedia teatrale “Le Madri”.

Sara-Colaone

Sara Colaone è nata nel 1970 a Pordenone. Ha pubblicato i suoi fumetti per Kappa Edizioni, Coconino Press, Vivacomix e Stripburger. Come illustratrice ha collaborato con Zanichelli, Pearson Italia, Loescher, Internazionale e 24 Magazine. Insegna Fumetto e Illustrazione all’Accademia di Belle Arti di Bologna.


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