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Il nuovo mondo ed io: considerazioni di una neolau...

Il nuovo mondo ed io: considerazioni di una neolaureata sul da farsi

A fine settembre mi sono laureata. La laurea triennale, ma nessuno ha mancato di farmi presente come questo fosse un grande passo per me e un piccolo passo per l’umanità. C’è una cosa che rende tutti i laureati uguali tra loro, a prescindere dalle attitudini e dalle competenze richieste dal titolo di cui ora sono investiti: il lieve e non meglio identificato senso di malessere dal quale vengono colti i malcapitati, a seguito di ripetuti e consecutivi momenti d’imbarazzo caratterizzati da sguardi e sorrisi tirati, a seguito delle sincere e sentite congratulazioni con sottotesto: “E adesso sono cazzi.”

Non sono una persona particolarmente ansiosa. Il misto del mio entusiasmo mescolato all’ingenuità (compresa nel pacchetto della mia giovane età), ulteriormente condito dal mio essere disposta a mettermi in gioco e a lottare per ciò in cui credo, ossia nella persona che voglio diventare, mi è sempre sembrato abbastanza per far sì che io non diventassi una di quelli che trasformano le triennali in decennali; ma una di quelli che finiranno sempre da qualche parte perché lavorano sodo e non si arrendono. E se questo non bastasse più?

Mia madre ha un motto, direi quasi una filosofia di vita, a cui io do forma nella frase: “Perché godersi il presente quando ci si può preoccupare del domani?”. Questa condizione di vita non mi ha mai investita con tanta violenza come ha fatto negli ultimi tempi. Ho detto di non essere ansiosa e di essere ingenua, tuttavia questo non mi rende una sprovveduta (almeno, non troppo).

Appena incappai nell’ottimo Generation Me di Jean M. Twerge, lo comprai immediatamente, sperando di ottenere risposte ai più reconditi quesiti sulla vita e la morte (no, decisamente più sulla prima) della mia generazione. Il libro è un adattamento della tesi di dottorato di Twerge, attualmente professoressa di psicologia all’università di San Diego. L’opera è uno studio approfondito del comportamento della società americana dagli anni ’70 a questa parte, basato su migliaia di test attitudinali distribuiti tra scuole e università nel corso degli anni, e suddiviso per macro-categorie. Twerge analizza i radicali cambiamenti avvenuti nella cultura popolare, dal processo di inclusione sociale delle persone omosessuali, passando per l’avvento del femminismo e per finire sull’educazione impartita ai giovani d’oggi. E gli effetti che ciò ha avuto.

L’educazione della prole americana, come immaginerete, è ben diversa da quella che potrebbe ricevere un/a giovane cresciuto/a in un paese schizofrenico come il nostro: da una parte infarcito di una morale cattolica rarefatta e fatiscente ma comunque ancora decisamente presente e alla quale torniamo ad appellarci in tempo di crisi; e dall’altra dove accendi la TV e ti ritrovi davanti agli occhi il ritratto di una società desolante.

Tuttavia, seppur con le dovute variazioni contestuali, nei capitoli centrali del libro Twerge individua e descrive l’andamento e gli atteggiamenti dei cambiamenti sociali in base al momento storico nel quale essi avvengono: se siamo figli di persone che, nel bene e nel male, hanno fatto il ’68, ciò vuol dire che tendenzialmente siamo cresciuti con una libertà molto maggiore di quella che avevano i nostri genitori. Questi, felici di poter garantire un futuro migliore ai propri figli, ci hanno educato insegnandoci che tutto è possibile e che dobbiamo lottare per i nostri sogni, esattamente come hanno fatto loro, e che il nostro valore intrinseco di persone dipende dalla nostra posizione lavorativa (abbiate pazienza, all’epoca non c’era ancora Facebook).

Immagine di Jenna Brager

C’è un che di ammirevole in questo, almeno finché non ci rendiamo conto che lottare per i nostri sogni non è una frase fatta ma una condizione reale, dove il lottare torna ad acquisire il suo significato primitivo ed originale, e una volta fatto ci rendiamo anche conto di come questo modo di vivere ci abbia anche portato a smettere di riconoscere ed attribuire alcun valore alla dignità del lavoro in quanto tale, quindi non perché ben pagato, ma perché fatto bene: siamo tutti disposti a fare i camerieri, finché si tratta solo di un lavoro part-time che in nessun modo ostacolerà la nostra scalata al successo (successo “personale” definito dalla società), perché di certo non saremo noi ad arrivare ai quarant’anni servendo ai tavoli.

Quello di cui sopra è solo il riassunto di una sintesi di vari temi trattati nel corso del libro, quindi se trovate che quello che ho scritto sia sostanzialmente vero, e a maggior ragione deprimente, potete immaginarvi come mi sono sentita io a fine lettura. Esatto, di merda.

Crescere nel più o meno diffuso benessere, abbastanza diffuso da farti credere che potrai trovare un lavoro in un campo che ti piace e arrivare ad una posizione di successo perché volere è potere, e poi arrivare all’università solo per sentirti ripetere quanto vada tutto male e la fine sia imminente, non sono di quelle cose che proprio ti danno fiducia nell’umanità. Anzi, ti atterrano dalla paura.
Un dilemma che attanaglia gli animi di tutti coloro che si trovano nello spazio bianco, quei momenti in cui hai appena chiuso una grossa porzione della tua vita e stai cercando di capire dove aprirne un altro, è quello, sempre quello, del partire o rimanere. Ed è per questo che vorrei chiudere il pezzo segnalando un documentario sull’Italia girato da Annalisa Piras, con Bill Emmott: Girlfriend in a coma (2012).

Lodata dalle più disparate testate giornalistiche, quest’opera non è mai uscita in Italia. Probabilmente perché è un onesto, e agghiacciante, ritratto del Bel Paese ad oggi. Il documentario si concentra sugli effetti della politica Berlusconi sul paese negli ultimi vent’anni a questa parte: l’economia, la cultura, la disoccupazione, l’immagine delle donne. Dà voce alle persone che se ne sono andate, soprattutto giovani, e dà voce a quelli che sono rimasti: politici, intellettuali, artisti, imprenditori. Racconta dei vizi e delle virtù. Ma soprattutto ha fatto questo.

Io speriamo che me la cavo. Mi sono laureata, adesso sto valutando alternative, navigo a vista. Ma questi ultimi mesi, nei quali la paura è andata insidiandosi e crescendo in me, mi sono serviti per capire che è sempre meglio andare avanti che girare su se stessi (quindi laureatevi in tempi ragionevoli, su), e che non è questione di non sentire la paura o di non assecondarla, perché rinnegarla completamente è impossibile e forse non sano, ma se non altro dobbiamo riuscire a non farci guidare da questa. Prendere in mano la nostra vita e affrontare il mondo. Non si tratta di scelta responsabile o meno: la vita è ineluttabile, e nessuno è davvero pronto a fare niente finché farlo è l’unica cosa che può fare.

Questo significa che abbiamo finito di discutere? Giammai.


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  1. Emme

    22 ottobre

    Crescere nel più o meno diffuso benessere, abbastanza diffuso da farti credere che potrai trovare un lavoro in un campo che ti piace e arrivare ad una posizione di successo perché volere è potere, e poi arrivare all’università solo per sentirti ripetere quanto vada tutto male e la fine sia imminente, non sono di quelle cose che proprio ti danno fiducia nell’umanità. Anzi, ti atterrano dalla paura.

    Questo è il motivo per cui finisco spesso con il litigare quando si tocca l’argomento Giovani & Lavoro.
    La maggior parte di quelli che fanno discorsi generalisti sulla crisi sono persone che hanno trovato un impiego in tempi in cui era molto più semplice, magari dopo aver studiato meno di parecchi venti-trentenni di oggi, e in proporzione hanno realizzato nella vita più di quanto non potremo mai fare noi quando arriveremo alla loro età.
    L’idea che il valore di un individuo dipende dalla posizione lavorativa, poi, è pericolosa, considerata l’attuale situazione socio-economica: nessun disoccupato, dopo aver passato mesi a mandare curriculum che non hanno ottenuto risposta o trovato solo tirocini da cinquecento Euro al mese a chilometri da casa, ha voglia di sentirsi dire tra le righe che è in quella situazione perché non s’impegna abbastanza o perché ha preso una laurea « inutile »… (A proposito: grazie della vignetta.)
    Sarà immaturo, ma a volte l’unico modo che ho per non arrabbiarmi è evitare l’argomento e concentrami su quello che ho da fare oggi senza pensare troppo al domani.

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