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Essere una giovane+donna+politica in Italia

Essere una giovane+donna+politica in Italia

Sono una donna, vivo in Italia, ho meno di trent’anni e faccio politica.
Ho incominciato molto presto, ai tempi del liceo, quando ancora la “questione femminile” era per me l’incosciente passione per Memorie di una ragazza per bene di Simone de Beauvoir. A quindici anni ho abbandonato la “vasca” in centro del sabato pomeriggio per una stanza di pochi metri quadri con i muri ingrigiti dal fumo. Ero convintamente marxista al tempo e guardavo con solenne disprezzo i partiti politici. Credevo nella rivolta permanente, nella lotta al capitale, ritenevo i trotzkisti degli eccentrici moderati.

Le ragazze del gruppo vestivano tutte abiti di seconda mano – rigorosamente acquistati alla “montagnola” a Bologna – portavano capelli spettinati e accessori che sembravano studiati apposta per urtare il senso estetico delle persone. Andavano tutte in bagno assieme e consideravano riprovevoli attività quali la lettura delle riviste di moda, lo shopping, la frequentazione di parrucchieri o altri luoghi di cura del corpo. Essere donne di sinistra, donne “radicali”, era questo.

E la questione femminile era una cazzata. Le donne sono uguali agli uomini, chiusa la discussione, e se qualcuno si azzardava ad avanzare dubbi o parlare di femminismo veniva guardato male. La lotta di classe non prevede sesso. Mi sono sentita molto fuori luogo al tempo. Io che mettevo sul mio altarino votivo politico le mondine e i loro canti di protesta mi trovavo spiazzata davanti alle donne “cazzute”.

C’era qualche eccezione – devo riconoscerlo – ma forse al tempo non ci eravamo riconosciute o capite. E poi alla fine poco importa: le eccezioni le ho ritrovate lungo la mia strada, le conferme ora hanno la loro perfetta (e tanto deplorata al tempo) vita borghese.

Poi l’ingresso nella vita di partito: prima in forma “dolce” con la Sinistra Giovanile, poi nei DS ed infine – dopo infiniti dubbi e crisi di coscienza – l’adesione alla costituente del PD. In tutti questi anni i banchetti si sono alternati alle riunioni, le riunioni alle mobilitazioni, le mobilitazioni alle campagne elettorali/ congressuali/di tesseramento. Le donne sempre in prima linea “sul campo”, sempre nelle retrovie quando si trattava di andare al dunque.

Tante volte ho sentito criticare le mie compagne non in base alle loro effettive responsabilità o ai loro errori, ma per l’appartenenza al “sesso debole”: “È una madre che lavora, non ha tempo per rivestire quell’incarico”, “È una giovane donna, verrà manovrata dal capobastone di turno”, “È troppo emotiva per seguire questa faccenda”. E poi le liste elettorali, l’appello alle quote rosa (orrore necessario e benedetto della politica italiana), il fallimento nelle competizioni perché “gli uomini fanno gruppo e le donne non votano le donne”.

Working-Girl

Mi sono spesso interrogata in questi anni sul perché di questa diffidenza e le risposte che mi sono data sono tante, alcune delle quali scaturite dal confronto con più esperte colleghe. Personalmente credo che ci sia diffidenza da parte delle donne (soprattutto le più anziane) nei confronti delle “politiche”, una diffidenza che deriva forse dalla convinzione personale che “ciò che io penso di non poter fare non lo può fare nemmeno un’altra”. In molte non credono nella possibilità di conciliazione del piano “pubblico” della vita politica con quello “privato” della vita affettiva, della cura, del lavoro, della maternità. In tante – troppe – ancora credono che “dietro un grande uomo ci sia sempre una grande donna”, ma che il contrario non sia possibile.

E poi la stampa, i media, lo showbiz della politica. Sfogliando un qualsiasi giornale ci si accorge che le politiche vengono sempre trattate con una certa condiscendenza e che, quando raggiungono alti livelli, sono osservate con occhio curioso, quasi si trattasse di fenomeni straordinari.

Dall’intervista al politico X emergeranno la sua linea, le sue idee e le sue proposte, casomai qualche battibecco con colleghi di schieramento. L’intervista alla politica Y si aprirà con un’accurata descrizione del suo abbigliamento, delle sue pose e sarà condita (soprattutto su testate di dubbia professionalità) da gossip sulla sua vita sentimentale. È stata moglie di…, amante di…, figlia di… Pochi giorni fa il premio Nobel Aung San Suu Kyi ha visitato la mia città. Di questa eccellente visita i titoli dei giornali locali hanno testimoniato: la grazia nei modi, l’eleganza nel vestire, la classe nelle relazioni. Poi la politica.

donna politica
Ormai sono anni che mi arrabbio, anni che mi scontro con il duplice muro di gomma: da una parte una società disattenta alla questione femminile in politica, dall’altra una politica (di sinistra) che ignora o finge di ignorare le difficoltà delle donne che intraprendono questo percorso, la loro solitudine. Anche rispetto alle altre donne, che non sono comunità. Vieni tacciata di essere “un’anima bella”, “una maestrina”, “una velleitaria” e spesso il tuo privato diventa pubblico più di quanto vorresti.

Alla fine però sono rimasta: un po’ perché la politica è una passione dalla quale non c’è redenzione, un po’ per la convinzione che, presto o tardi, qualcuno si accorgerà che in italiano “politico” è una parola maschile, ma “politica” si declina al femminile.

Leggi anche la defunta rubrica di Caterina “Diario Semiserio di QuasiPolitica”.


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  1. Veronica Tosetti

    3 Dicembre

    Quante volte, nei miei pochi anni di militanza, mi è capitato di pensare lo stesso. Credo che sia un’esperienza ampiamente condivisa. Bel post Cate!

  2. Laterratrema

    7 Gennaio

    >pd
    >ancora parli

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