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“La fontana della vergine”: il medioevo secondo Bergman

Nell’immaginario filmico comune il medioevo viene tradizionalmente rappresentato secondo alcuni topoi fiabeschi e romantici: abbiamo il cavaliere senza macchia e senza paura, la dama bianco vestita, lo scudiero di umili origini ma di animo nobile, i laboriosi fabbri, gli agresti villici. Il tutto condito da uccellini canterini, foreste incantate e popolate da spiriti folletti e castelli dall’aspetto opulento.
Il medioevo però era qualcos’altro e quel qualcosa emerge in maniera mirabile in uno dei più grandi capolavori di Ingmar Bergman: La fontana della vergine.

La fontana della vergineUscito nelle sale nel 1960, il lungometraggio – 89 minuti in totale bianco e nero – narra una semplicissima vicenda: lo stupro e l’uccisione da parte di un gruppo di briganti di una giovane vergine di nome Karin. Siamo in Svezia, siamo nel medioevo e il latifondista Tore, padre di Karin, decide di mandare la ragazza a portare dei ceri alla madonna in occasione di una festa religiosa. Karin si prepara vestendosi “a festa” e parte accompagnata dalla serva Ingeri, invidiosa, fin dalle prime sequenze, della bellezza e della posizione sociale della padroncina. Lungo la strada però le due incontrano un gruppo di briganti che, da prima, si fingono amichevoli e ben intenzionati nei confronti di Karin e poi, approfittando dell’ingenuità della ragazza, la intrappolano, violentano e uccidono senza che Ingeri intervenga. Dopo il delitto la brigata trova accoglienza presso i genitori di Karin, ma commettono l’errore di cercare di vendere la veste della ragazza alla madre che, riconosciuto l’indumento, li denuncia a Tore. Segue la vendetta di quest’ultimo che non risparmia neppure il più giovane fra i banditi, poco più che un bambino. In seguito Ingeri accompagna al luogo del delitto Tore il quale, sollevando il corpo della figlia per dargli sepoltura, scopre che una sorgente si è generata proprio dove si è consumato l’assassinio.

Il film, che fece guadagnare a Bergman consensi e premi ai maggiori festival del cinema mondiali (un Oscar, un Golden Globe, una menzione speciale a Cannes e molto altro), affronta in modo “scientificamente corretto” e non edulcorato da facili romanticismi il tema della vita comune nel medioevo. La durezza dell’esistenza anche per le classi più abbienti, il tema della servitù e delle passioni negative e disumanizzanti da essa generate, l’infelice condizione femminile.
Karin non incontra il principe azzurro nel bosco, non viene salvata in extremis da potenze magiche e misteriose: non vi è bontà o giustizia in questo mondo. I briganti sono esseri amorali e nella loro amoralità coinvolgono anche un bambino, figura per nulla candida o ingenua, ma “brigante in potenza”, condannato dall’origine alla perdizione. Tore non lo perdona: non esiste redenzione per lui e per i suoi compagni. Non ci sono castelli e anche la casa del latifondista appare come umile e dimessa.

La visione di questo film non lascia nello spettatore una piacevole sensazione di distensione sognate, ma rimane appiccicato addosso sotto forma di sottile disagio, che raggiunge il suo culmine durante la scena dello stupro. Il medioevo d’altra parte non ha mai avuto nulla a che fare con l’happy end.


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  1. ottima segnalazione!

  2. […] Fontana della Vergine, perché è il primo ed è di Bergman, quindi potete […]

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