Crea sito

Film suoreschi

Di film in cui compaiono suore ce ne sono a bizzeffe, ma solo alcuni meritano la vostra incondizionata attenzione. Per aiutarvi a navigare questo curioso antro della cinematografia, abbiamo chiesto l’aiuto di Elisa Cuter e Alessio Rosa, che di queste cose se ne intendono.

4264_anna01Anna – di Alberto Lattuada (ITA/FRA 1951)
Silvana Mangano, la celebre mondina di Riso Amaro, è Anna, una sorella ancora troppo acerba per prendere i voti di suora, che lavora come infermiera in un ospedale milanese dove il suo impegno, la sua dedizione, la sua bravura l’hanno resa indispensabile. Ovviamente Anna ha un passato burrascoso come ballerina nei night, ovviamente ha un passato burrascoso come quasi moglie di Andrea, ovviamente ha un passato burrascoso come amante di un giovanissimo Vittorio Gassman. Si, è un melodramma.
La storia viaggia su due piani temporali: un prima in cui Anna è combattuta fra l’attrazione fisica per Vittorio e l’amore per Andrea, un poi in cui è combattuta fra la vocazione e di nuovo Andrea, finito in ospedale per un incidente. Lattuada riuscì a trarre da questo soggetto grossolano un ritratto femminile splendido e moderno, ottenendo un successo notevole. Il patetismo di Anna oggi può sembrarci eccessivo e antiquato ma, grazie anche ad una durata modesta (poco più di un’ora e mezza), è ancora godibile.
Indimenticabile la scena di ballo in cui la Mangano canta El negro zumbon poi ripresa da Nanni Moretti in Caro Diario. (Alessio)

the nun's storyLa storia di una monaca – di Fred Zinneman. (USA 1958)
Diversamente dalla Suzanne Simonin di cui sopra, Gabrielle Van Der Mal ha una sincera e spontanea vocazione, ma questo non basterà a renderle più semplice la vita in convento: osteggiata dalla famiglia, dovrà anche vedersela con la rigidità della vita monastica, dove vede inizialmente frustrato il suo desiderio di lavorare nelle missioni, successivamente spedita a fare assistenza in un manicomio e poi a curare i feriti al fronte. Tema centrale del film è proprio la dialettica tra le regole di obbedienza e di umiltà – spesso spinta fino al disprezzo di sé – imposte dalla dottrina e dalla vita monastica, e la spontanea e gioiosa fede e volontà di aiutare il prossimo che contraddistinguono l’approccio di Gabrielle/Suor Lucia. Un dibattito annoso ma comunque interno alla Chiesa stessa, come del resto si può collocare questo film, non particolarmente coraggioso – tantomeno da un punto di vista prettamente cinematografico -. Tuttavia è interessante vedere per una volta il conflitto con la Chiesa rappresentato attraverso la figura di una donna costretta a rinunciare alle sue ambizioni personali e professionali, e non, come quasi sempre si è visto al cinema, alla sessualità o all’amore. Audrey Hepburn, con la sua bellezza composta e asessuata risulta forse più credibile qui che nei panni della disinibita Holly Golightly. (Elisa)

magdalene1Magdalene – di Peter Mullan (IRL 2002)
Magdalene è il film che ha vinto a Venezia nel 2002 ed è un film di denuncia. Come tutti i film di denuncia delude un po’, ma lo si perdona. La realtà che Mullan porta alla nostra attenzione è quella delle Case della Maddalena irlandesi (l’ultima fu chiusa solo nel 1996): erano vere e proprie lavanderie gestite da suore, dove delle povere ragazze, abbandonate dalle loro famiglia a causa di una moralità severa, bigotta e maschilista, venivano sfruttate e maltrattate in nome della redenzione.
Il film sfrutta le convenzioni del prison movie senza subirle, anzi le mette in atto in modo inconsueto tenendo vivo il pathos del racconto. Il punto di vista di Mullan non conosce ambiguità: la sua macchina da presa si sofferma sui dettagli più scabrosi, sottolineando a ogni piè sospinto la malvagità delle opprimitrici, così come, soprattutto nella prima parte del film, si sofferma sul potere dello sguardo che isola, giudica e condanna le tre protagoniste.
Lo sguardo di Mullan invece è lo stesso di Bernadette che, bloccato in un meraviglioso fermo immagine, denuncia e gronda di una giusta e quanto mai necessaria indignazione. (Alessio)

la religieuseLa religieuse – di Guillaume Nicloux. (FR/Belgio 2013)
Presentato pochi giorni fa alla Berlinale, il film è la seconda trasposizione cinematografica (preceduta da una versione censuratissima di Jacques Rivette con Anna Karina nel ruolo della protagonista del 1966) dell’omonimo romanzo di Denis Diderot. Suzanne, figlia illegittima, è costretta a entrare in convento a sedici anni per espiare la colpa della madre. Come un’antesignana di Bartleby, la ragazza non fa che ripetere che “avrebbe preferenza di no”. Ostinatamente, si oppone alla vita che le è stata imposta senza darle possibilità di scelta: seguiranno vessazioni, torture, molestie. Ma più che denunciare gli orrori ecclesiastici, Nicloux sceglie di scarnificare la narrazione. Spogliando la storia di ogni prurigine e morbosità (nella quale sarebbe facile cadere, soprattutto nella parte in cui Susanne finisce nel convento guidato dalla madre superiora interpretato da Isabelle Huppert, infatuata di lei), la eleva a storia universale ed esemplare sulla tenacia delle proprie scelte e sul diritto di scegliere da soli il proprio destino. Il coraggio di Susanne sarà ricompensato: il messaggio è chiaro e pulito come asciutte e realistiche sono le decisioni del regista, sia nella scelta dei volti degli attori che nella colonna sonora. (Elisa)

NunTolling997(594x432) La donna che visse due volte (Vertigo) – di Alfred Hitchcock (USA, 1958)
Un ex detective di polizia che soffre di vertigini viene ingaggiato da un amico per sorvegliare la moglie poiché animata da strani istinti suicidi. A causa della sua paura per l’altezza non riesce a salvarla e cade in depressione. La trama, già di per se poco credibile, procede un po’ grottescamente fino ad uno degli epiloghi più beffardi della storia del cinema.
Vertigo è considerato uno dei film più belli di sempre, non certo per puro caso. La vertigine del protagonista infatti è correlativo oggettivo di paura e desiderio, fantasmi che animano il procedere della vita: proprio perché si tratta di una storia intima piuttosto che di un thriller, La donna che visse due volte ha trasceso il tempo e non è invecchiato, passando così dal modesto incasso della sua uscita, ad essere uno dei film più amati fra critici, studiosi e registi.
Cosa c’entrano le suore? Beh difficile parlarne senza svelare qualcosa della scena finale: in cima al campanile, dove finalmente l’amore sembra poter trionfare, spunta, senza una ragione ben precisa, un’anziana suoretta. Emerge dall’ombra come un fantasma. Ma perché proprio una suora? Sappiamo che Hitchcock è cattolico, che il senso di colpa, per lo più ingiustificato, permea i suoi film e i suoi protagonisti, ma dire che la suora rappresenti gli insopprimibili sensi di colpa della seducente Kim Novak è un azzardo interpretativo grande così. Vedete un po’ voi: guardatevi questo film perché è un film meraviglioso (e se non vi piace significa che siete ciechi!) e mi saprete dire se quella suora che sale gli ultimi gradini, quella suora con quella sua vocina, non v’incuriosisce e non vi rimane dentro al cervello come l’ultimo enigmatico primo piano di James Stewart. (Alessio)

sister actSister Act – di Emile Ardolino (USA 1992)
Sister act (firmato da Emile Ardolino, già regista di Dirty Dancing, altro classicone) è stato un vera pietra miliare della mia infanzia (infanzia passata nel mio caso in buona parte a credere che, a partire dal sottotitolo italiano una svitata in abito da suora, “act” stesse per “pazza” – esattamente come per anni ho creduto che “murder” volesse dire “signora”, perché il titolo originale de La signora in giallo era “Murder!” she wrote). Bando agli aneddoti, torniamo a Sister Act, una riuscitissima commedia “irriverente” americana, che tutti abbiamo amato. Abbiamo cantato fino allo sfinimento la colonna sonora che mischia Motown e Agnus dei, abbiamo imparato a voler bene alle candide sorelle, abbiamo riso molto (le suore sono un elemento comico per antonomasia, lo dimostrano vari personaggi della storia del cinema, sebbene Sister act sia forse la prima commedia interamente a loro dedicata), abbiamo apprezzato la sub-plot gangsta, e insomma nonostante le iniziali battutine caustiche di Whoopi Goldberg, ci siamo convinti anche noi che se la Chiesa fosse un po’ più yeah, se fosse convinta che l’importante è cooperare per rendere più vivibile la vita del ghetto, se anche le madri superiori più arcigne mostrassero tanta umanità (e fossero Maggie Smith), perché mai dovremmo avercela tanto con lei? Ma come si dice, se mio nonno avesse le ruote… Il sequel (Sister act 2 – più svitata che mai) era se possibile ancora più buonista del primo, ma vale la pena vederlo solo per vedere (e ascoltare) Lauryn Hill nel ruolo della ragazza problematica aka “diva negativa” Rita. (Elisa)

the devilsI diavoli – di Ken Russell. (GB 1971)
Il Dizionario Snob del Cinema di Kamp e Levi (che considero un po’ una mia Bibbia personale, già che siamo in tema) definisce Ken Russell “Stravagante eccessivo e camp autore di film stravaganti, eccessivi e camp”, appartenente con Jarman e Greenaway a una certa corrente registica dalla “Perversa Albione”. In effetti, anche il suo I diavoli, presentato a Venezia nel 1971, fece un gran polverone. Ispirato al romanzo di Aldous Huxley, versione romanzata del reale (?) caso di possessione demoniaca del convento di Loudun nel 1634, il film regala momenti di folle e grottesca blasfemia, come la scena del delirio in cui la deforme madre superiora (nientemeno che la bellissima Vanessa Redgrave), sogna di leccare la ferita al costato dell’affascinante prete Grandier in veste di Cristo in Croce prima di congiungersi carnalmente con lui. Russell parte da quelli che sono i risvolti più morbosi della vita religiosa – soprattutto quella monastica, soprattutto in quegli anni (ma forse anche ai giorni nostri, come sembra sostenere il recente Paradies:Glaube di Ulrich Seidl) – per offrire una versione sofisticata e d’autore del filone della Nunsploitation, sicuramente difficile da digerire – quanto da dimenticare. (Elisa)


RELATED POST

COMMENTS ARE OFF THIS POST