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Non era la cosa femminista da dire e io l’ho...

Non era la cosa femminista da dire e io l’ho detta lo stesso

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Quanto tempo sprechiamo spiegando alle persone moleste o anche semplicemente curiose che cosa vuol dire essere femministe e perché scegliamo questa qualifica per noi stesse? Nel mio caso, un sacco, tanto che a volte vorrei limitarmi a rispondere con un bel “vattelo a cercare su Google, Miseria Ladra!”.

Il fatto che questo Paese sia pieno di persone che ignorano più o meno deliberatamente la storia del movimento femminista e tutto quello che ci ruota attorno rappresenta, a mio avviso, un problema a dir poco pingue. “Perché mai?”, dirà qualcuno.
Tanto per cominciare, non ci vogliono maghi e streghe per immaginare una correlazione positiva tra il dilagante clima di sessimo nel quale, volenti o nolenti, ci troviamo a sguazzare e la pessima reputazione di cui godono le persone femministe.
In secondo luogo, far partire ogni volta le discussioni dal Livello Zero (quello in cui bisogna per forza fare ottocentomila premesse e spiegare per benino che il discorso femminista serve davvero e non è gravido d’odio e misandria) penalizza grandemente le possibilità di intavolare discussioni utili, significative e portatrici di mutamento, nuove idee e voci inedite.

In Italia esistono molti blog e siti femministi di qualità, che leggo sempre sia per tenermi informata sia per sentirmi parte di una realtà collettiva capace di mobilitare menti e corpi, quando ce n’è il bisogno. Devo però ammettere di sentire un po’ la mancanza di narrazioni sui modo in cui le persone che si identificano come femministe vivono la loro vita quotidiana, soprattutto nei momenti in cui ci si trova a dover fare dei piccoli o grossi compromessi che causano sensi di colpa.

Nonostante io sia la prima a ribadire di continuo che il femminismo non è un set di regole e che sono diventata femminista prima di tutto per stare meglio con me stessa, ci sono delle situazioni nelle quali mi capita di agire in un certo modo e poi di fustigarmi subito dopo, dicendo “non era la cosa femminista da fare”.
Vi farò un esempio scemo, ma lineare.

La sera dei Macchianera Awards, Valeria, Marta ed io ci recammo a ballare in quello che nel 2005 sarebbe stato descritto come “un covo di blogger”. Eravamo tutte felici per l’ottimo risultato ottenuto, oltre che per il fatto di esserci trovate insieme nello stesso posto e di aver incontrato un sacco di bella gente. Personalmente ero in brodo di giuggiole perché finalmente potevo ballare con le mie amiche, per altro sulla pregevole selezione musicale di Fabio De Luca, che mi stavo pregustando da giorni.
Ora, saprete meglio di me quanto arduo sia ballare in pace con le proprie gurlz senza essere perseguitate da uomini molesti. Quella sera fummo difatti puntate a turno da una serie di soggetti che tentarono di sedurci con frasi come “Ma che figata! Conosci i Joy Division!”. A me capitò un tizio particolarmente insistente, che tentò di farmi sua mettendomi in testa il suo copricapo sponsorizzato da Real Time, e che ebbe persino l’indecenza di invitarmi “a fare uno sforzo” per guardarlo in faccia mentre ballavo. Dato che ero sfinita e abbastanza ubriaca, ma avevo comunque voglia di divertirmi, la mia priorità era ovviamente quella di levarmelo di mezzo per poter continuare a godermi la serata. Tizio non pareva però cogliere i miei chiari segnali che lo invitavano a desistere.
Non sono ancora capace di mandare con leggerezza le persone a quel paese, motivo per cui feci un ultimo disperato tentativo dicendo: “Guarda che ho il ragazzo”. Egli rispose con grande finezza, “per me non è un problema”, ma poi se ne andò.

Dopo aver visto Tizio allontanarsi all’orizzonte, mi trovai a pensare che quella non era la cosa femminista da dire e mi sentii in colpa.
Al di là del fatto che, in quel preciso istante, dichiarare di avere il ragazzo mi aveva causato dolorosissimi flashback sulle mie private tragedie sentimentali, a essere problematico era stato l’uso di questo ipotetico partner-fantoccio come strumento scaccia-uomini-molesti.
In un mondo ideale, io dovrei essere lasciata in pace quando chiedo di essere lasciata in pace, indipendentemente che io sia single, sposata, nuda, da sola, con le amiche o vestita da orsetto lavatore. Punto.
Dato che però, molto spesso, gli uomini molesti fanno finta di niente e continuano imperterriti a perseguitare le ragazze come me, abituate ad essere sempre troppo gentili, risulta necessario comunicare la propria indisponibilità in un modo ad essi comprensibile.
In molti casi, dichiarare “guarda che ho il ragazzo”, significa prestarsi a letture assolutamente deleterie. Ad esempio:

  • Appartengo ad un altro uomo (sottotesto: non appartengo a me stessa)
  • Se non mi lasci in pace, il mio ragazzo verrà a cercarti e ti prenderà a mazzate (sottotesto: non sono in grado di difendermi da sola)
  • Se non avessi il ragazzo, tu mi interesseresti un sacco

Ovviamente io non volevo diventare, nella testa di Tizio, l’ennesimo caso di ragazza debole, che forse ci sarebbe stata, ma che purtroppo aveva giurato fedeltà al suo moroso. Non volevo tramutarmi in figurina fittizia che, per opportunismo, aveva perso un’occasione di ottenere rispetto per sé e per la propria categoria. Eppure, a causa dello sfinimento e della mia educazione da signorina perbene, non fui in grado di mandarlo a quel paese e mi trovai a dire quella che, nella mia testa, era la cosa più sbagliata di tutte. La cosa che, come spesso accade quando ci sono in ballo questioni di principio, funzionò subito.

Ho ripensato diverse volte a questo ed ad altri episodi simili, tentando di conciliare il sollievo che avevo provato quando ero stata lasciata in pace, con i sensi di colpa dati dalla consapevolezza di non aver agito coerentemente con i miei saldi principii femministi.
Razionalizzando l’accaduto, mi sono trovata a ripensare al fatto che non ho scelto di diventare femminista; si è trattato di un approdo pressoché inevitabile. Nel discorso e negli artefatti femministi ho trovato, nel corso degli anni, degli appigli e delle nicchie che mi hanno aiutata a volermi bene e ad avere un rapporto molto più sano e positivo con le altre ragazze. Ho capito un sacco di cose su di me, sui miei falsi-limiti e sulle potenzialità che non ho sfruttato per anni, ma che sono sempre state insite nella mia persona. Ho realizzato che il mondo è pieno di donne e ragazze favolose che spero di poter avere in qualche modo nella mia vita.
Il femminismo è quindi per me una rete di sicurezza, flessibile e capace di accogliermi in quanto essere umano imperfetto, ma che fa del suo meglio per dare un contributo positivo a questo mondo.

Le rare volte in cui qualcuno critica la sottoscritta o Soft Revolution dicendo che il nostro non è “vero femminismo”, perché “troppo leggero”, mi arrabbio perché trovo che non ci sia nulla di più deleterio per il movimento di persone che pretendono di dettare legge e decidere per gli altri che cosa è e che cosa non è femminista. Lo stesso discorso vale per le occasioni in cui leggo commenti che delegittimano il modo in cui le autrici si sentono. Se, ad esempio, una ragazza scrive di aver paura quando torna a casa la sera da sola, anche se sulla carta è altamente improbabile che le succeda qualcosa, mi irrita constatare che ci sono commentatori e commentatrici che rispondo dicendo “tu sai che è improbabile che succeda qualcosa, non puoi permetterti di avere paura, devi essere forte”.
L’implicito è che una ragazza femminista non debba e non possa avere paura, debba essere forte sempre, debba apparire inscalfibile.

Ma la verità è che ci vuole una corazza di diamante per poter essere inscalfibili. Ci vuole un contesto accogliente e sicuro. Ci vuole una rete di supporto saldissima e priva di buchi attraverso i quali precipitare nel vuoto.
Ciò di cui sento la mancanza, quando leggo gli scritti di certo femminismo italiano che comunica principalmente online, è un riconoscimento della nostra natura imperfetta.
Quando mi viene detto che certe cose non le dovrei scrivere su Soft Revolution, perché do un’immagine sbagliata alle ragazze, un cattivo esempio di debolezza, mi chiedo che senso abbia negare parte di noi. In funzione di chi? Di cosa?
Non voglio ottenere rispetto fingendo di essere una persona che non sono. Non mi interessa una parità ottenuta mostrando di avere tutte le caratteristiche tradizionalmente associate alla mascolinità. Voglio rispetto per le bambine, le ragazze e le donne di tutte le età, e che sia un rispetto diffuso, comprensivo di tutte le differenze individuali. Voglio che le ragazze completamente vestite di rosa siano celebrate esattamente come quelle che indossano abiti “maschili”. Voglio poter dire che ho paura, quando ho paura, senza che qualcuno mi apostrofi di scarso femminismo. E voglio imparare dai miei errori. Voglio parlarne e condividerli e capire se sono solo miei, se solo io mi sento in quei modi dopo averli commessi. Voglio spazio per i nostri errori, per la riflessione su di essi, e per imparare dove posso migliorare ulteriormente. Voglio capire in che modi posso essere più salda a terra, più accogliente, una migliore alleata per chi vive in situazioni di oppressione diverse dalla mia.

Credo che la cosa femminista da fare, allora, sia guardare negli occhi il contesto culturale che ci vuole appiattite su una manciata di caratteristiche legittimate e legittimabili e dichiarare che, invece, siamo molto più complesse di così, molto più diverse tra di noi di come si vuole comunicare quando si parla delle donne usando il singolare (es. “la condizione della donna in Italia), molto più concrete e reali di così.
E la mia cosa femminista da dire, ora, è che faccio un sacco di errori, ma che sto cercando di migliorare, e questo percorso mi sta portando apprezzare l’umanità molto più di quanto avrei mai potuto immaginare.

(Img: 1)


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  1. giulia

    7 novembre

    Grazie di cuore per questo post particolarmente prezioso.

  2. Daniela

    7 novembre

    Ti ringrazio anch’io, di cuore, per questo articolo. Rispetto per le donne in quanto donne, indipendentemente dal modo in cui scelgono di vivere la propria femminilità: che poi è qualcosa che chiedevano già Sibilla Aleramo in “Una donna” e Virginia Woolf in certi passaggi di “Una stanza tutta per sé”.

  3. Filippo

    8 novembre

    un articolo molto interessante e ben scritto!

  4. MaRCO

    9 novembre

    Mi hai fatto tornare in mente questo video: http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=SdBuq2UTruM

  5. Skywalker

    12 novembre

    Leggendo l’articolo più che alla “cosa femminista da dire e non detta” ho pensato al machiavellico “fine che giustifica i mezzi”. L’obiettivo era allontanare una persona sgradita e per farlo si è usata l’arma più idonea per svolgere tale funzione e nel contesto più appropriato (la discoteca, luogo decretato all’acchiappanza). Il femminismo non deve essere nè una catena nè tantomeno una giustificazione, perchè, vorrei sperare, non penso che esso come ideologia possa gestire tutti i casi della vita.

  6. doriana

    17 novembre

    grazie per il post 🙂 . a me capita di riuscere a narrare le mie (numerose) “imperfezioni da femminista” soprattutto quando scrivo di situazioni personali di vita familiare…credo che, in generale, sia molto molto utile e non solo come “esercizio”, ma credo che faccia bene a tutte!

  7. personwhoblogs

    25 dicembre

    L’ho notato anch’io, nella blogsphere femminista tedesca per esempio si parla più apertamente delle difficoltà dell’attivismo (per esempio si è anche parlato molto del burn out da attivista) e delle contraddizioni tra teoria radicale e situazioni di vita reale. Ogni tanto mi ritrovo anch’io ad essere infastidita da certi ragionamenti (per esempio una mia amica mi dice “ho paura per strada di notte” e io subito penso “è la rape culture che devi scacciare dalla tua testa”), ma in fondo non serve a niente non parlarne. Io personalmente nel “real life” cerco di mantenere i miei principi senza considerare le circostanze: per esempio per questione di principio non dico mai di avere un ragazzo (ma neanche una ragazza che almeno sarebbe più veritiero) e insisto sul non avere interesse e basta, ma questo mi ha già portato in situazioni poco belle che forse avrei potuto evitare. E non si può pretendere che ogni femminista sia pronta a prendere certi rischi per le sue idee (anche perchè I rischi non sono alti uguali per tutt*). Perchè spesso un livello di radicalità se lo può permettere solo chi ha tutta una serie di privilege (essere bianca, studentessa, non povera etc.).

  8. Margherita

    26 dicembre

    @personwhoblogs: concordo pienamente sulla questione del privilegio. in effetti in italia se ne parla sempre troppo poco. se non mi fossi data alla lettura di scritti femministi stranieri e mi fossi basata su quelli del femminismo mainstream italiano penso che avrei impiegato un sacco di tempo ad arrivarci.
    grazie per il tuo commento

  9. aden

    2 febbraio

    un articolo bellissimo secondo me 🙂

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