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Le donne dei film horror: i tre archetipi

Le donne dei film horror: i tre archetipi

di Francesca Falchi

In questo periodo guardo più film dell’orrore di quanto sia salutare, sicuramente più di quanto sia socialmente accettabile. Sono film che parlano alla pancia di chi guarda più che al suo cervello, e trovo che il modo in cui rappresentano il genere sia abbastanza particolare.
Gli horror si ripetono spesso, e spesso si assomigliano. Questo un po’ perché perlopiù sono produzioni a basso budget, un po’ perché esistono nelle nostre teste strane di esseri umani un numero limitato di paure e angosce ancestrali (cioè che sono le stesse da un sacco di tempo e tendenzialmente resteranno le stesse almeno fino alla prossima stagione) su cui autori e registi possono fare leva per provocare, con il minimo sforzo, il massimo spavento, disagio, disgusto. Naturalmente non sono tutti uguali tra loro; ci possono essere variazioni interessanti e sorprendenti, ma è evidente che alcuni temi, motivi, situazioni, personaggi eccetera sono ricorrenti.
A parte la povera vittima bionda e disinibita (in genere vale la regola che chi scopa muore), nei film dell’orrore si incontrano essenzialmente tre tipi di donna.

 

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1. Quella che farebbe uscire pazzo chiunque

Gli horror dagli anni ’70 in poi devono molto a Psycho (1960) e lo sanno, infatti lo citano di continuo, anche in maniera non troppo sottile – personaggi con gli stessi nomi, ombre di mani che stringono pugnali… La famosa “scena della doccia” è stata ripresa tante di quelle volte che ormai la sola vista di una tenda di plastica è per lo spettatore un presagio inquietante. Psycho è tratto dal romanzo omonimo di Robert Bloch, inspirato a sua volta alle vere vicende del serial killer Ed Gein, un cross-dresser inquietante che aveva un rapporto particolare con la sua mammina fanatica religiosa.

Alla ricerca di una cornice psicoanalitica per la sua storia, Bloch si era rivolto alle teorie del dottor Edmund Bergler. A differenza del pensiero di Freud, secondo Bergler il momento chiave nello sviluppo del bambino è quello pre-edipico, in cui il pargolo non desidera ancora uccidere suo padre sulla strada di Delfi e convolare a nozze con sua madre, ma è dipendente dalla madre in tutto e per tutto, è totalmente passivo e non riesce ad avere un’identità propria separata da quella di lei. La maggior parte dei disordini psichici, specie comportamenti sadici e violenti, originano dallo sforzo disperato del bambino per liberarsi dall’oppressione della madre. Psycho lancia un trend. Dagli anni ’70 in poi, ad innescare la violenta follia che spinge il mostro di turno a commettere efferatezze varie è il suo rapporto poco equilibrato con una donna.

Questa donna è una figura preponderante nella vita del killer, di solito la madre insopportabile, ma anche una sorella maggiore bulletta come in Halloween o una zia come in Sleepaway Camp. A causa sua, capita che il povero mostro si ritrovi bloccato ad una fase infantile del suo sviluppo psicosessuale o piuttosto confuso sul proprio genere.

Spesso e volentieri la nostra donna numero 1 finisce per essere vittima dell’orrore che lei stessa ha creato, ma poco importa se muore durante i primi dieci minuti: ormai ha generato una rabbia di portata tale che può continuare ad alimentare l’assassino fino ai titoli di coda (e, se necessario, anche per una dozzina di sequel). Ginny di Venerdì Tredici Parte II, da brava studentessa di psicologia, lo capisce al volo e si sostituisce alla testa mummificata di Pamela Voorhees (“Jason, sono tua madre!”) per dare ordini al bruto in maschera. O almeno ci prova.

 

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2. Quella che combatte come una ragazza

Final Girl è un termine coniato da Carol J. Clover nel libro Uomini, Donne e Motoseghe: il genere nei moderni film horror per indicare la figura onnipresente della giovane donna che sopravvive fino alla fine del film, quella che riesce a scappare, o addirittura ad affrontare e soggiogare il killer.La Final girl, o “victim-hero”, è il personaggio più approfondito, quello per cui si fa il tifo. Mentre i suoi compagni muoiono come mosche, spesso senza aver avuto tempo di rendersi conto del pericolo, lei sa che qualcosa di orribile sta succedendo, e questo rende il suo punto di vista più vicino a quello dello spettatore.

Quello che si chiede Clover è: com’è che nei film dell’orrore, un genere cinematografico rivolto a un pubblico di giovani maschi, il personaggio con cui lo spettatore si identifica di più è una femmina? È una cosa che non succede in nessun altro tipo di film! Si risponde che le Final Girl sono in gran parte “gender fluid”. Sono molto maschili, abbastanza maschili da essere accettate come eroi, e questo permette ai ragazzi di immedesimarsi in loro; ma sono anche femmine, perché solo le femmine hanno il permesso di essere vittime spaventate. Gli spettatori maschi così, per una volta, possono identificarsi con una vittima, una figura che non ha il controllo della situazione.

Le Final Girl non sono sessualmente attive né interessate alla compagnia maschile, sono iper razionali, fanno roba “da maschio” tipo leggere o riparare cose, e naturalmente si trasformano da vittime a vendicatrici solo nel momento in cui si dotano di un’arma di forma fallica che supplisca alla loro desolante carenza di pene. Secondo Clover “applaudire la Final Girl come uno sviluppo in senso femminista è una pia illusione particolarmente grottesca”.

Final Girls più toste e meno masculine si trovano nei film di Wes Craven, ad esempio Nancy in Nightmare, che sconfigge Freddy Krueger con cervello e forza di volontà (guarda mamma, senza simbolo fallico!), o Sidney in Scream che addirittura fa sesso e non muore. Oppure c’è Ripley di Alien, che è figa e ha un gatto.

 

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3. Quella che le hanno fatto girare la scatole

I mostri donna ispirano più empatia. Tanto per cominciare, la maggior parte delle volte non hanno un aspetto repellente (deformità, cicatrici, maschere spaventose, segni esteriori di malattia mentale) che rende tanti dei loro corrispettivi maschi “disumani” agli occhi dello spettatore, prevenendo qualsiasi tipo di identificazione.

Poi di solito sono più complesse degli uomini: quasi mai massacrano disordinatamente le prime persone che capitano loro a tiro. Loro ce l’hanno con qualcuno in particolare, qualcuno che conoscono. Non si vedono donne che stipano cadaveri nella propria cantina per hobby (al massimo lo fanno quelle che lavorano in coppia con un uomo, o addirittura in squadra con tutta la loro sanguinaria famiglia come Baby Firefly in La casa dei 1000 corpi). Questo magari è dovuto a qualche pregiudizio sul fatto che le donne sono tendenzialmente di natura mansueta e non mordono se non provocate, ma finisce per creare dei mostri più multidimensionali.

Qualcuno obietta che sono anche meno spaventose, proprio perché non sono brutte e incomprensibili. Io non sono d’accordo, ma forse è questione di gusti (o forse questa gente non ha visto Audition o May). Per loro, il trauma che scatena l’impulso ad uccidere è spesso tristemente ordinario. A tutti capita di provare rabbia verso certe categorie odiose di esseri umani, quali liceali idioti che ti emarginano e ti isolano, innamorat* stronz*, scrittori che ammazzano i tuoi personaggi preferiti.

L’empatia con l’assassina è massima nei “rape and revenge movies” come Non Violentate Jennifer, L’Ultima Casa a Sinistra, nipotini splatter de La Fontana della Vergine di Ingmar Bergman, in cui impietose signorine puniscono brutalmente gli uomini che abusano di loro (tipo Lisbeth Salander, ma peggio). Esempio abbastanza unico di horror in cui nessuno si sente male per le vittime, perché gli stupratori sono caratterizzati negativamente in ogni modo possibile (brutti, stupidi, poveri, disgustosi al massimo), e, beh, sono stupratori, quindi si meritano tutte le cose violente che le loro carnefici infliggono loro.

Le poche donne che uccidono senza un motivo particolare lo fanno perché mosse da appetiti bestiali. Sono torbide donne-animale, vittime di maledizioni legate al loro essere sessualmente mature/sessualmente attive. In Ginger Snaps, come in Carrie, il manifestarsi dei terribili poteri sovrannaturali coincide con la prima mestruazione. In Jennifer’s Body, Megan Fox diventa una cosa zannuta e cannibale perché in sostanza non era vergine quando avrebbe dovuto esserlo. Addirittura, ne Il Bacio Della Pantera, la protagonista si trasforma in mostro assassino ogni volta che è sessualmente eccitata, che lo voglia o meno (l’originale è del 1942, per il remake degli anni ‘80 David Bowie ha scritto Cat People, il che non c’entra niente, ma è comunque degno di nota).

 

Ci sono cose che idealmente dovrebbero essere belle, buone, rassicuranti e desiderabili, ma nella realtà non sono mai tutte rose e fiori. Anzi, spesso sono problematiche, disfunzionali e ci mettono ansia. È una lista lunga, che comprende amenità quali l’amore romantico, la famiglia, le amicizie adolescenziali, il sogno americano, i bambini, le case col tetto di tegole, e, sì, le donne in generale. C’è un particolare senso di disagio quando queste presunte Cose Belle si rivelano nella loro imperfezione.

Chi va a vedere un horror vuole sentirsi a disagio, perciò questo genere di film è sempre stato l’ideale per proporre raffigurazioni diverse di cose ordinariamente presentate come carine e noiose. Queste raffigurazioni non sono necessariamente femministe, ma in ogni caso è rinfrescante sentirsi dire che sì, l’amore materno è una cosa un po’ folle, sì, le bambine sono creaturine inquietanti, e no, Megan Fox non è un oggetto sessuale: Megan Fox ti vuole fare a pezzi.

 

Da leggere:

Imagining Murderous Mothers: Male Spectatorship and the American Slasher Film (Robert Genter)
Men, Women, and Chainsaws: Gender in the Modern Horror Film (Carol J. Clover)


RELATED POST

  1. Paolo1984

    29 ottobre

    Da amante dell’horror trovo questo post molto interessante. faccio notare che le vittime spaventate sono sia uomini che donne e “chi scopa muore” vale per entrambi i sessi (i vari Jason e Michael sono quasi una incarnazione brutale del puritanesimo, questa regola è stata comunque presa in giro nonchè infranta proprio in Scream l’horror metacinematografico per eccellenza, decostruzione e al tempo stesso omaggio allo slasher).
    Che la “final girl” debba procurarsi un’arma per affrontare il mostro mi pare abbastanza normale, parlare di maschilismo perchè l’arma è fallica come fa Clover mi pare sbagliato e un po’ paranoico.
    Non ho visto Ginger Snaps, ma Carrie un motivo per ammazzare ce l’ha eccome (è una ragazza vessata ed emarginata a scuola, è vittima di umiliazioni e scherzi crudeli, la madre è una fanatica religiosa) e i poteri telecinetici ce li ha dalla nascita se ben ricordo.
    Le persone mansuete che “mordono se provocate” esistono ed è legittimo raccontarle, se ciò permette la costruzione di personaggi più complessi tanto meglio
    Comunque, la voglia di vendetta per le violenze subite, il materno anche nel suo lato oscuro, la sessualità eccetera sono cose che esistono ed è legittimo che il cinema horror le trasfiguri e le racconti

  2. Paolo1984

    29 ottobre

    comunque fosse anche una irrazionale ferocia, un “motivo” per uccidere ce l’hanno comunque.
    Ricordo comunque che nel primo Venerdì 13, Jason non compare..il killer è la madre e l’innesco è proprio il fatto che credeva morto il figlioletto annegato a Crystal Lake perchè i giovani sorveglianti che avrebbero dovuto badare a lui erano occupati a fare l’amore

  3. francesca

    29 ottobre

    @PAOLO d’accordissimo sul fatto che rappresentare tutte queste cose sia legittimo (: Ho amato il primo Venerdì 13 e in generale tutte le madri che vendicano i propri figli mi fanno una paura boia (visto “à l’interieur”?)
    Carrie in effetti non voleva essere citata nella lista delle mangiatrici di uomini, era mia intenzione solo sottolineare il fatto che la sua telecinesi, come la licantropia di Ginger, si manifesta contemporaneamente al suo primo ciclo (no, non dalla nascita… avrai occasione di ripassare: è appena uscito il remake, speriamo non sia uno schifìo). Naturalmente come dici tu rientra nella schiera di quelle che hanno molti liceali idioti di cui vendicarsi (è proprio la capostipite di tutte le varie Tamara e Mandy Lane), e anche in quella di coloro che hanno una mamma orribile che li rende schizzati.

    Che l’arma bianca nelle mani dei mostri e delle final girls sia una necessità o una coincidenza è possibile (Clover me pare una che sa quello che dice, ma è possibile). Potrebbe essere paranoia.
    C’è un saggio molto fico su A Nigthmare on Elm Street che si chiama “Female paranoia as a survival skill”. Tratta di come, nel momento in cui ti rendi conto che potresti essere vittima di qualcosa, diventi paranoica e iper attenta a ogni minimo segnale di pericolo, ed è così che resti viva.
    Sandra Bartky descrive più o meno in questo modo lo stato di allerta di un’autocoscienza femminista.
    Quindi magari sì, è un po’ paranoico, ma non per questo è sbagliato.

  4. Paolo1984

    29 ottobre

    è che quasi tutte le armi da fuoco e da taglio più comuni hanno più o meno una forma fallica (con tutti i significati freudiani e/o psicologici che ci si vuol trovare) quindi secondo Clover nessuna donna dovrebbe brandirle davanti al mostro di turno? Non mi pare il caso. Quindi neanche Buffy dovrebbe andare in giro con un lungo paletto acuminato perchè sarebbe fallico? Mi pare ridicolo.
    Sul oerchè delle armi da taglio in mano al serial-killer, bè mentre l’arma da fuoco può funzionare “a distanza”, l’arma da taglio (coltello, motosega, guanto artigliato ecc..) richiede un “rapporto” ravvicinato tra il killer e la sua vittima che è quello che evidentemente questi serial killer cercano, e questo cinematograficamente raddoppia la tensione e la paura. Aggiungi il fatto che una pallottola in testa o nel cuore danno una morte fin troppo rapida (e non abbastanza sanguinosa e violenta il che specie per un film splatter è un problema) e i nostri assassini sono anche piuttosto sadici, mi pare..l’arma da taglio garantisce una sofferenza maggiore e io credo che incuta anche una paura maggiore (personalmente se mi condannassero a morte e mi dessero il triste privilegio di scegliere come morire non vorrei mai essere fatto a pezzi con una motosega!). Comunque se ben ricordo, anche se molto usata non c’è solo l’arma bianca: nel primo Halloween (dove peraltro non ci sono effetti splatter come non ce ne sono in Non aprite quella porta di Hooper) Michael utilizza anche delle corde per strangolare Lynda e nel primo Venerdì 13 la gola di Kevin Bacon viene trapassata da una freccia acuminata (con conseguente sangue che scorre a fiumi, lì il gore c’è).
    Dopodichè la valenza sessuale non si può escludere, ho parlato di alcuni killer degli slasher come incarnazioni brutali del puritanesimo sessuale (sappiamo bene che jason e non solo lui ha una “predilezione” per i giovani che fanno l’amore), di certo Michael, Jason per non parlare del loro “padre nobile” Norman Bates avevano più di un problema riguardo il sesso. Come riconosci anche tu, queste cose tremende esistono purtroppo anche nella realtà e vanno raccontate (questo post mi ha fatto tornare in mente la storia del mostro di Firenze, tra l’altro)

    Forse c’è un equivoco: Nella Carrie originale (quella del bellissimo libro di King) è chiaro che sin dall’infanzia Carrie aveva questi poteri, nel film di De Palma (a cui forse fai riferimento) potrebbe essere diverso..ma l’ho visto anni fa (il remake è diretto dalla regista di Boys don’t cry, kimberly Pierce quindi ho buone speranze)

  5. Paolo1984

    29 ottobre

    “rapporto” forse è un termine sbagliato, volevo dire che richiede una maggiore vicinanza

  6. Martaderubbe

    30 ottobre

    che bell’articolo, grazie! ora ho pure una bellissima lista di film da scaricare (devo ammettere che me ne mancano parecchi!) e complimenti per il “e no, Megan Fox non è un oggetto sessuale: Megan Fox ti vuole fare a pezzi.”, è fantastico.

  7. Paolo1984

    1 novembre

    Comunque non so il remake di Rob Zombie (che sviluppa proprio l’infanzia problematica di Michael Myers sostanzialmente non raccontata da Carpenter) ma nell’Halloween di Carpenter non c’è nulla (almeno così ricordo) che descriva la sorella (uccisa nel prologo del film dal seienne Michael Myers) come “bulletta”…la cosa inquietante è che Michael è descritto praticamente da subito come il male puro privo di moventi anche vagamente “razionalmente spiegabili” per i suoi delitti

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