Avete mai conosciuto una persona ossessionata dalla cucina francese? (E quando scrivo ossessionata intendo: presa malissimo).
Per qualche strano motivo, ho vissuto buona parte della mia vita senza avere incontri di questo tipo. Poi sono finita a New York e, senza neanche volerlo, ho cominciato a seguire un corso di sociologia dell’alimentazione tenuto, guarda caso, da una anziana signora vagamente scheletrica che non faceva altro che parlare della Francia e del foie gras.
Pur non avendo alcuna affinità con il corso o con la docente in questione, me ne sono tornata in Italia con una montagna di conoscenze sull’alta cucina francese, che per il momento mi sono tornate utili solo per seguire le sfide più tecniche di Top Chef e di Masterchef senza perdere il filo.

Sempre durante la mia permanenza negli Stati Uniti, forse per nostalgia del cibo che sono solita mangiare in Italia, mi sono data alla visione di un sacco di reality tv e show dedicati alla cucina. Così facendo, ho cominciato a notare dei pattern nelle competenze dei concorrenti dei programmi ad eliminazione, alcuni dei quali seguivano chiare dinamiche di genere.
Il più classico spartiacque sembra essere quello dei dolci. In ogni stagione di Top Chef e di MasterChef USA che io abbia visionato capita spesso che i concorrenti si lamentino delle sfide di pasticceria, e tentino in tutti i modi di aggirarle preparando dei dolci finti pieni di bacon o qualche altro tipo di carne. Le amanti della preparazione dei dolci, invece, sono quasi sempre donne.
Su Top Chef, in particolare, ho osservato un altro grado di distinzione che, nel corso delle diverse stagioni, si fa abbastanza esplicito: a livello di tendenze generali, pare che le donne che vengono presentate o che si presentano come portatrici di caratteristiche mascoline siano anche quelle che, nel solo gruppo delle concorrenti donne, esprimono maggiore ostilità nei confronti delle sfide di pasticceria.
Questa diversificazione delle competenze e dei gusti personali degli/delle chef, dal mio punto di vista, lascia trasparire meccanismi più profondi che legano diversi tipi di cibi e di pratiche culinarie alle sfere socialmente costruite del “femminile” e del “maschile”.
La mia prof amante della cucina francese faceva spesso un esempio che ritengo abbastanza calzante e che ben illustra una certa visione dicotomica del cibo in relazione ai generi. Da un lato abbiamo la sfera domestica e una figura femminile immersa nelle quotidiane pratiche culinarie, dall’altro il barbecue esterno alla casa, utilizzato solo nelle occasioni particolari, presso il quale è una figura maschile che, come eccezione, cucina per un gruppo di ospiti.
Certo che, parlando di dolci e del modo in cui essi vengono preparati e rappresentati in ambito domestico e professionale, la situazione risulta molto più complicata. Guardando alla pasticceria e agli stereotipi solitamente associati alle donne, notiamo delle somiglianze significative: l’enfasi sull’aspetto del piatto, ad esempio, che deve essere non solo dolce, ovviamente, ma anche grazioso.

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C’è però un’altra questione chiave che differenzia pasticceria e altri tipi di arte gastronomica. Nella prima sono molto più importanti dettagli quale l’esatta misurazione degli ingredienti e la memorizzazione di ricette che permettano di far riuscire un dolce esattamente come è previsto riesca. Pensiamo ad esempio ai soufflé e alla facilità con cui passano dall’essere carini e invitanti al momento in cui si afflosciano tristemente, per un errore o un altro in fase di preparazione.
In diverse occasioni, nel corso delle stagioni dei programmi che ho citato sopra, ricordo di aver visto degli chef poco abituati a preparare dolci che sminuivano i risultati delle colleghe che invece avevano fatto un buon lavoro, dicendo che si erano limitate a riprodurre delle ricette imparate a memoria, senza nessun tipo di input creativo.
Al contempo, nei casi in cui erano stati degli uomini a preparare dei dolci riusciti, molti avevano commentato dicendo che la pasticceria è tutta una questione di misurazione e di chimica, per cui va trattata come una scienza.
Su quei programmi televisivi, pare dunque che un dolce ben riuscito venga giudicato e letto diversamente a seconda che a prepararlo sia stato un uomo o una donna.
Questo non significa che si tratti di una volontà esplicita di differenziare la pratica culinaria per genere, ma semplicemente una conseguenza concreta degli schemi “gendered” attraverso cui siamo portati a percepire e vivere la nostra quotidianità.

urlUn esempio lampante di queste interpretazioni per genere della pasticceria, dal mio punto di vista, ci viene dalla visione del documentario Kings of Pastry (2010) di D.A. Pennebaker and Chris Hegedus. Il film segue un piccolo gruppo di chef dediti al lavoro preparatorio in anticipazione del concorso Meilleur Ouvrier de France, che si tiene in Francia ogni quattro anni e che ha come obiettivo la premiazione dei più grandi esperti di pasticceria del paese e non. La competizione è basata per buona parte sulle competenze tecniche dei partecipanti, al punto che diversi dolci che devono preparare vengono valutati solo sulla base della loro complessità e del loro aspetto, senza che nessuno li assaggi.

Kings of Pastry, come suggerisce il titolo, presenta un mondo dominato e abitato esclusivamente da uomini. Nel documentario le donne appaiono solo in quanto mogli dei protagonisti. Una di esse, anch’ella coinvolta nel business della pasticceria, viene dipinta solo nel suo ruolo di consorte e madre, mentre il marito si configura come il membro della famiglia destinato alla competizione.
Nel vedere il film sono rimasta molto colpita dalla maniacalità con cui i concorrenti si dedicano alla creazione di dolci che siano graziosi e bilanciati. Molti di quelli che compaiono sulla pellicola sono un tripudio di ninnoli, fiorellini e altri elementi che, nell’immaginario collettivo, sono associati alla femminilità. Ancor più interessante è osservare il modo in cui gli chef vivono la competizione e affrontano il fallimento e la tensione. Ad esempio, dopo che uno di loro rompe una elaborata scultura di zucchero, lo vediamo scoppiare a piangere più volte, mentre colleghi e giudici cercano di consolarlo e abbracciarlo.
L’intero documentario è pieno di esempi di elementi che rimandano a caratteristiche e pratiche associate all’idea di femminilità che permea la nostra cultura. Come spiegare allora il fatto che si tratti di una competizione alla quale prendono parte solo uomini?

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Una possibile spiegazione mi viene da una di quelle noiose lezioni della mia prof di cui sopra. Stando a quanto ho appreso da lei, la divisione in gradi nelle cucine professionali fu istituita in Francia con il chiaro intento di richiamare un esercito e i gradi militari di chi vi fa parte. Un tempo gli chef francesi erano addirittura autorizzati a girare con uno spadino, tanto era evidente e voluto il parallelo. Al contempo, le donne non erano autorizzate ad esercitare la professione. O meglio, le donne hanno lavorato da sempre nelle cucine, ma come semplici cuoche.
L’idea sottostante è che, per creare grandi dolci, sia necessario un grande uomo: un artista, un intellettuale, un condottiero di eserciti, uno scienziato. Nonostante la pasticceria possa essere vista come un’ambito adatto alle donne, quando “saliamo di livello”, ovvero assistiamo a sfide tra il folle e il demente per incoronare “il migliore” e “il più esperto”, notiamo che le donne scompaiono e restano solo gli uomini.
I vincitori del titolo di Meilleur Ouvrier de France, oltre ad essere premiati dal Presidente della Repubblica, sono anche gli unici chef autorizzati ad indossare una casacca con un colletto particolare, che li identifica come MOF. Nel documentario viene spiegato che, come per l’esposizione di gradi militari falsi, anche lo chef che indossi una casacca da MOF senza aver ottenuto il titolo è colpevole di reato e verrà giudicato da un tribunale.

Non so come la pensiate voi, ma in tutto ciò io vedo traccia di meccanismi di cui ho già scritto in altre occasioni, come quello di contaminazione del “maschile” da parte del “femminile”, e del riflesso che essa ha nei livelli di prestigio di un certo gruppo professionale nel momento in cui anche le donne cominciano ad avervi accesso.
Siete d’accordo con me, oppure no? Articolate nei commenti.