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Field paillettes, ovvero della necessità di avere ...

Field paillettes, ovvero della necessità di avere uno smalto rosa intenso in Sud Sudan

di Mariangela D’Adamo

Faccio quel lavoro lì, un po’ strano e sconosciuto, che si definisce con i vari “operatrice umanitaria”, “cooperante”, pure “volontaria” se vogliamo (basta che poi non inizino i mugugni sull’eticità del mio ricevere uno stipendio benché lavori “facendo pozzi in Africa”…). Insomma, un lavoro che per me è sogno e perseveranza e quasi ragione di vita ma che mi porta spesso a misurarmi con il modo in cui mi presento.

Effettivamente, quando si parte per un campo profughi sud sudanese o una remota zona rurale ai confini fra Bangladesh e Myanmar, oltre al repellente per zanzare, sacco a pelo e altri oggetti targati “Quechua” o simili (a me sconosciuti fino a tre anni or sono), ecco che per me non possono mancare cose come: smalto, depilatore, profumo, bagnoschiuma a qualcosa come vaniglia/cocco/magnolia, per non parlare del “balsamo più balsamo che c’è”, per riportare a casa un po’ di capelli, nonostante il vento secco e i monsoni.

Quando la temperatura rema contro la tua decenza

Quando la temperatura rema contro la tua decenza

Premetto che la maggior parte del mio tempo lavorativo lo passo vestitissima, con magliette XL dismesse dalle amiche, scarpe piene di fango, pantaloni strappati, foulard in testa e… spesso non certo profumando, perché le temperature solitamente non permettono di rimanere freschi più di 3 minuti dopo la cosiddetta “doccia”. Oltretutto io mi occupo, fra le altre cose, anche di latrine.

Fino a qui niente di strano. O quasi, perché a volte mi trovo irrimediabilmente impigliata in quel dibattito stantio e noioso della “giustezza” dell’atto di prendersi cura del sé esteriore in un contesto che appare, forse in modo troppo semplificato, povero, vulnerabile, tutto “affaticato” a pensare ai fondamentali temi del vivere e del sopravvivere.

Questa querelle, che sia tra colleghi “di là” come tra persone che il mio lavoro semplicemente lo immaginano, mi fa sempre un po’ arrabbiare perché parte da presupposti ipocriti e impregnati di cliché, ingiustamente severi col concetto di bellezza e cura del sé tout-court (declinato, non si sa come mai, solo al femminile).  Riassumendoli inizierei da:
1. il concetto che una donna abbia il diritto di concedersi all’estetica solo dopo aver fatto altre cose ben più importanti, dal salvare il mondo al fare la spesa, per dire;
2. il fatto che il prendersi cura del sé, del piacersi e del piacere anche agli occhi degli altri, al di la della sacrosanta igiene individuale, sembra quasi essere una questione ad uso e consumo dei “ricchi”;
3. il negare che ogni donna, a suo modo e nei modi che ritiene più appropriati per se stessa, ha il diritto a sentirsi bella, se ne ha voglia.

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Quindi sì, anche se vivo in contesti complessi, pieni di situazioni difficili da comprendere o che non mi lasciano riposare la mente prima di dormire, la domenica mi piace prendermi un po’ di tempo per avere le unghie rosse o per togliermi la polvere di dosso in modo più sistematico, non importa il luogo e le condizioni del contorno. Perché me lo devo. E ne sento il bisogno.

Capita quindi che mi prepari per una cena o una uscita con i colleghi, durante il finesettimana, con il risultato di apparire quasi overdressed perché quel vestito lì non è adatto, è un pugno in un occhio se lo si contestualizza, ma mi fa sentire carina e, dopo una settimana di ispezioni a bidoncini della spazzatura e fosse settiche, voglio volermi bene in questo modo qui. In Sud Sudan, ad una festa a casa di ironici colleghi irlandesi, ho anche trovato una parrucca rosa (che io adoro), della quale ammetto di aver fatto fatica a separarmi a fine serata.

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Allo stesso tempo le donne che mi circondano, che magari vivono in una tenda di un campo rifugiati e hanno una vita di drammi della cui portata è ambizioso avere consapevole immagine, fanno un po’ lo stesso. Momenti di condivisione attorno allo specchio o fra le bancarelle dei mercati, in cui ridono, toccano, provano un nuovo foulard e, un po’ ammiccanti, si scambiano consigli a vicenda; amo guardarle le sere, i loro giorni liberi, i pomeriggi prima di un grande evento, mentre si intrecciano i capelli con ciocche finte e colorate, scelgono con cura un nuovo braccialetto al mercato, si mettono lo smalto, comprano essenze e oli profumati o un nuovo coloratissimo velo con cui avvolgere i loro corpi slanciati e sono orgogliose del loro aspetto fiero e meraviglioso.
Che nessuno tocchi il diritto alla bellezza.

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Parte del mio team festeggia il World Refugee Day – Sud Sudan

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Motto poco incoraggiante, villaggio di Gedeblaeken – Liberia

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Donne della tribù Fallatah – Sud Sudan

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Donne e bambini in fila per l’acqua – Sud Sudan

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Di facile mal interpretazione – Liberia


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