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Come i centri estetici indiani mi hanno svoltato l...

Come i centri estetici indiani mi hanno svoltato la giornata. Una cronaca parigina

Illustrazione di Roberta Errani

di Giulia Usai

So che sarebbe bene usare una crema viso e una lozione corpo tutti i giorni. So anche che sarebbe doveroso struccarsi prima di andare a dormire, utilizzare buoni prodotti per capelli e non mangiarsi le unghie. Ma sono così negligente! Non è che non mi piaccia prendermi cura di me, anzi, mi procura un piacere lezioso svitare i rossetti dal tubetto in profumeria e sentirne la fragranza, seguire un tutorial di trucco su YouTube o curiosare in erboristeria alla ricerca di intrugli, i quali più possiedono nomi improbabili e inauditi, più mi fanno abboccare alla convinzione dell’infallibilità del loro contributo al benessere psicofisico.

Di norma però, non so voi, ma le mie diligenti sedute al pc di fronte ai video di ClioMakeUp vedono scemare il mio entusiasmo all’avanzare della linea rossa del tempo, e l’esaltazione spira definitivamente al momento dei saluti finali, quando una Clio sbrilluccicante saluta con un bacio, ignara del dramma che si sta consumando di fronte al mio schermo: dopo aver stoppato il filmato ad ogni passaggio decisivo, intenzionata a riprodurre in modo certosino le istruzioni da lei svolte con apparente spontaneità, mano a mano che mi avvicino al risultato previsto noto una sempre maggiore disuguaglianza rispetto allo stesso. Credo di possedere un’incapacità congenita e incurabile nell’applicazione degli ombretti. I tentativi normalmente si concludono con una rassegnata capatina in bagno, dove cancello l’espressione tramortita che mi conferisce l’ombretto turchese e opto per una linea netta e rassicurante di kajal nero, ché almeno quella la traccio con sicurezza, grazie ad anni di duri esercizi.

Ah, poi c’era stata la volta in cui avevo visto Caramel, il film della regista libanese Nadine Labaki, e dovevo assolutamente cimentarmi nella preparazione della ceretta con zucchero e limone. Conclusi l’esperimento mangiando con un cucchiaino la mistura dolciastra: non so, forse avevo sbagliato le dosi, fatto sta che il tutto non si addensava, non diventava la palla di mou che le estetiste protagoniste della pellicola maneggiavano con abilità nel loro salone di bellezza a Beirut. Tra l’altro il mio caramello sapeva pure vagamente di bruciato. Mah.

Per completare il quadro, ovviamente, sono pure impedita nel farmi le sopracciglia, e quelle a toccarle da sola non provo: il danno non si eliminerebbe con un batuffolo di cotone, e dovermele strappare tutte per rimediare al disastro, per poi girare con due strisce disegnate tipo Mina o Edith Piaf proprio no.

Qui però arriva il bello: sarò pure maldestra, ma sono dotata di una spietata perseveranza e di un’ancora più determinata propensione alla curiosità, per cui, dopo anni di sedute di pinzetta, ho letto che nel Maghreb, nel Mashrek e in generale nel Sud dell’Asia le donne utilizzano un filo di seta per depilare il viso, che attraverso un sapiente intreccio di mani viene passato sulla pelle, lasciandola così liscia. Non riuscendo a spiegarmi una simile diavoleria, ho cercato su internet dimostrazioni filmiche della pratica, e sbalordita dall’assurdità e dalla perfezione di un simile gesto, ho deciso che avrei scovato qualcuna in grado di realizzarlo sulla mia persona.

E mi si è aperto un mondo.

Qui a Parigi c’è un quartiere quasi interamente abitato dalle comunità indiana e srilankese, LaChapelle, e la quantità di centri estetici che offrono questo servizio è illimitata. Quindi, quando il bisogno chiama, ho preso l’abitudine: scendo dalla metro, e rigorosamente senza appuntamento scelgo in base all’istinto in quale di questi entrare. Ah, che goduria.

Di fronte a tutti i saloni, una scritta scoraggia l’ingresso al sesso maschile, qualora mai un ometto fosse tentato di entrare in un tempietto rigorosamente rosa shocking, con alla porta una tenda di perline in tutte le sfumature del viola e un’enorme gigantografia di Aishwarya Rai. Entro, e nessuna addetta all’accoglienza corre da te con finta apprensione ed eccessiva affettazione, invitandoti ad accomodarti di fronte ad una pila di riviste. No, qui ti osservano con serietà, e pongono una sola, semplice domanda: “Cosa fai?”. Tu rispondi “Sopracciglia”, e loro ti indicano una sedia con un cenno del capo, una sedia vuota in una fila di postazioni già occupate, una fila di donne che prima di te hanno dato la stessa risposta al quesito “Cosa fai?”.

Mi accomodo alla postazione e osservo intorno a me. Lo scacciapensieri col dio Ganesh tintinna all’ingresso di una ragazza velata, che una volta dentro sgancia la spilla che le tiene fermo il velo, rivelando una chioma riccissima, e lo ripiega con cura tra le gambe. La fiamma di un lumino artificiale trema fasulla di fronte a un’immagine di Shiva, offuscata dal bastoncino d’incenso che brucia al suo fianco. A seconda della fede religiosa delle ragazze che gestiscono il salone, sostituite a piacere l’icona del dio indù con Gesù Cristo, o con l’occhio di Allah.

Una televisione eternamente accesa trasmette interminabili melodrammi di gusto bollywoodiano, di cui in generale ho imparato a capire le vicissitudini pur non masticando nessuna delle innumerevoli lingue del subcontinente indiano. Lo schema è immutabile: una ragazza e un ragazzo si amano e fanno conoscere a tutti il loro sentimento cantandolo a squarciagola, lei rigorosamente in falsetto, e lui ammiccando alla telecamera con quel dondolìo del capo che solo gli indiani sanno fare. Poi normalmente le famiglie si mettono in mezzo, c’è una qualche ragione per cui ai genitori dell’una non va a genio l’altro, si passa a una fase di falsetti ancora più falsati dal pianto, ma l’intervento di un deus ex machina di solito costituito da un paciere più ragionevole del resto dell’entourage dei due amanti capisce la forza della passione che li lega e ne convince i titubanti, permettendo la coronazione di quest’amore e la sua approvazione pubblica.

Ed ecco che arriva il momento, una voce mi risveglia dalla trance nella quale mi ha condotto il dramma amoroso in musica: “Tu”, mi indicano, “è il tuo turno”. Mi alzo e mi sdraio nella poltrona con lo schienale abbassato appena liberatasi, pronta ad essere depilata di fronte al resto delle donne in attesa. Tutto è pubblico, in questo piccolo spazio, tra donne non c’è segreto, non c’è porta dietro la quale potete isolarvi, tu e l’estetista. Dico alla ragazza “Non troppo fini, mi raccomando” (c’è questa tendenza a fare le sopracciglia troppo sottili che dona a chi le porta un’espressione tra l’allibito e l’incredulo che preferirei evitare). Lei annuisce. C’è un che di cerimonioso nel gesto che si sta preparando a fare, una sacralità seriosa che le fa assumere un’espressione impenetrabile, concentratissima. Mette in bocca un’estremità del filo di seta, strappandolo con i denti dal gomitolo attorno al quale è avvolto, e intreccia l’altra estremità tra le due mani. Mi prende tre dita e me le poggia senza troppi complimenti sulla mia palpebra, digrignando “Tirala verso il basso” (ha il filo in bocca, non può articolare bene le parole). Io eseguo.

Inspiegabilmente, con una leggera carezza del filo sulla pelle, seguita da un breve, deciso pizzicotto, comincia a strappare. Io, gli occhi chiusi, non capisco bene come stia procedendo, i movimenti sembrano casuali, non dettati da uno schema esatto. Eppure il risultato alla fine è impeccabile. Sopracciglia talmente definite da sembrare dipinte. “Wow!” Mi dico. Guardo la fautrice del miracolo che, sempre serissima, chiede “Ti va bene?”. “Sì” dico, gli occhi che brillano e la pelle sopra che brucia per il piccolo trauma. E per la prima volta un sorriso a mezza bocca rivela la sua soddisfazione e un po’ di quel compiacimento di chi, nel proprio lavoro, sa il fatto suo.

Quindi torna seria – il suo tempo per me è finito – e passa alla cliente successiva.

E io esco felice. È un attimo, giusto un guizzo di felicità, ma che mi lascia per qualche ora un buon sapore in bocca, perché con tutte quelle donne ho condiviso qualcosa: un regalino fatto a noi stesse e atteso con democratica pazienza, pochi euro spesi bene in una Parigi dai prezzi assurdi, un gesto per farci piacere che per un instante ha allineato le nostre vite sulla stessa lunghezza e ha reso me uguale alla matrona africana, all’algerina della banlieue e alla quindicenne in sari.

Illustrazione di Roberta Errani


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  6. m. grazia

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    E’ un articolo divertentissimo, ho riso proprio di gusto, alla prima occasione proverò anch’io a conoscere questi centri estetici e naturalmente farmi fare depilare le sopracciglia, forse riuscirò a trovare una giusta forma.

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