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Non cedere agli errori: del non avere un lavoro e ...

Non cedere agli errori: del non avere un lavoro e doverne parlare

di Veronica Cicalo

Capita a tutti, almeno una volta nella vita, di aver un periodo di “inattività”, una specie di vacanza forzata. Insomma, di non aver lavoro. E son periodi che portano a mettere in discussione noi stessi, le nostre capacità, le nostre abilità e le scelte che abbiamo fatto. Perlomeno a me è successo così.

Più il periodo è lungo poi, più la crisi cosmica (in aggiunta a quella economica globale) si fa densa, pesante e pericolosa. Non solo bisogna aguzzare tutti i sensi per trovare una via d’uscita, bisogna anche far fronte a tutte quelle disgraziate situazioni in cui si parla di lavoro, in cui gli amici si lamentano del proprio capo, in cui tutti son stressati per gli orari assurdi o le ferie troppo brevi. E voi, anzi noi, unici al tavolo a rimanere in silenzio. O peggio, a dover consolare gli altri.

Con poca delicatezza capita che ci sbattano in faccia tutte le scocciature del proprio ufficio senza pensare che noi daremmo una gamba anche per una sola strigliata da un superiore. Ci sono poi quei momenti temuti in cui arriva l’amico dell’amico, il collega del collega, che ci conosce appena, che si ricorda solo della nostra laurea sfigata e che chiede, innocentemente, “Ehi, ma poi hai trovato lavoro?”.

Come diceva sempre mio padre quando andavo a scuola: non rispondere subito alle domande, pensa un secondo ed articola bene la risposta. No panic. Deglutire e cercare di elaborare una risposta veloce, sintetica e stringata: ecco cosa fare. Ma cosa dire se siamo seduti ad un tavolo di ingegneri tutti sistemati? Se siamo gli unici magari ad aver fatto, oltre alla laurea, master, stage, tirocini, partecipato a corsi, progetti, pur di aver titoli in più per lavorare… senza nemmeno esser poi riusciti a raggiungerlo, un lavoro?!

Le insidie nel trovare la risposta giusta sono infinite. L’orgoglio, la timidezza possono portarci a commettere degli errori. Il dar importanza all’opinione altrui è la prima debolezza a cui potremmo cedere. Correndo il rischio che la nostra autostima ne esca lesa saremmo in grado di reagire in qualsiasi modo pur di salvarci la faccia, pur di non ammettere che la situazione attuale non è propriamente quella dei nostri sogni. Il rischio è quello di mentire. Pompare un po’ la realtà, nel caso fortunatissimo in cui uno straccio di lavoro ce l’avessimo, così da rendere tutto più bello ed invidiabile. Potremmo arrivare ad infiocchettare questa nostra realtà, mutandone i connotati così da farla più simile a quella in cui vorremmo trovarci.

Prestazione occasionale? No, meglio…collaborazione!
Mi pagano una miseria? Lo stipendio non è altissimo ma almeno son indipendente!
Non mi hanno dato speranza per un rinnovo del contratto? Vedremo poi se sarà possibile continuare l’esperienza!
Mi son accontentata perché non trovavo di meglio? Sai io voglio imparare, tutto fa curriculum.

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Se invece al nostro orizzonte non ci fosse nemmeno il miraggio di un impiego la menzogna ci solleticherebbe nel portarci a far credere che la cosa non ci pesi. E anche in questo caso mentiremmo tanto all’interlocutore quanto alla nostra sensibile autostima.
Per ora continuo a cercare. Piuttosto che lavorare sottopagata e sfruttata sto a casa!
Ho fatto dei colloqui e aspetto risposta, vediamo come va!
Ho rifiutato un paio di proposte, non ero sicura!

Le personalità più aperte, logorroiche o semplicemente esasperate, correrebbero il rischio opposto: quello dello sfogo. Rispondere come un fiume in piena inondando l’interlocutore con tutta l’angoscia, la noia, la delusione, l’incazzatura che ci si porta dentro.
Un flusso di coscienza da far invidia a Joyce. Come fossimo ubriachi ci lasceremmo andare all’elenco esatto del numero di curriculum che abbiamo inviato (ormai a 3 cifre); del numero dei colloqui fatti in cui ci hanno scartato perché troppo vecchi, troppo giovani, con troppa poca esperienza, per l’inglese non perfetto, per la timidezza, per una parola di troppo o per una risposta poco esaustiva.

Ogni minuto trascorso a ricaricare la pagina delle mail in arrivo, l’accensione frenetica del cellulare in attesa di una chiamata. Tutto verrebbe enumerato e presentato come il conto finale a chi aveva scoperchiato il nostro vaso di Pandora. Un ulteriore rischio potrebbe essere quello di cedere alla vergogna e di abbassare lo sguardo cercando un modo chic per ammettere di essere disoccupati. Purtroppo però anche i sinonimi forniti dalla lingua italiana non ci aiuterebbero: inattivo, inoperoso, ozioso, sfaccendato, inoccupato. Tutti termini che possono assumere sfumature pericolosamente negative, come ad implicare una compiacenza da parte del soggetto in questione: io o voi.

L’errore però in questo caso potrebbe anche cogliere chi aveva iniziato l’infelice discussione, portandolo a pensare, senza però mai dircelo a voce alta, che in fondo è un po’ colpa anche nostra se siamo in questa situazione. Pessime scelte, pessimo tempismo, pessimo problem solving. E lo lascerebbe intuire con quello sguardo che ci rivolgerebbe incapace di celare il cinico giudizio che sta maturando in lui: te la sei andata a cercare.

Forse però ci sarebbe un errore ancora peggiore di questo: il provare pena per noi. Il rivolgerci un immaginario abbraccio come se fossimo cuccioli al canile. A cui seguirebbe un “Cavolo, mi dispiace”. Una frase fatta servita con nonchalance, per liberarsi dall’imbarazzo della gaffe appena commessa. Ops, cambiamo argomento.

Superare l’imbarazzante gelo successivo sarebbe poi la fase più complicata; ad essere fortunati subentrerebbe la battuta inaspettata e salvifica di un vero amico che sa quando è il momento di andare avanti. Altrimenti potrebbe seguire un lungo sorso alla birra che teniamo fra le mani in attesa che qualcuno riprenda a lamentarsi dell’emicrania che l’ha colpito durante l’ultima conference call.
Se però noi fossimo persone con uno spirito combattivo, che non vogliono cedere all’autocommiserazione, che credono in un pallido ottimismo non correremmo alcun rischio nell’essere sinceri.

Nell’ammettere che il lavoro non c’è, per ora, o nel raccontare di quel contrattino che abbiamo firmato ma che non ci fa sentire ancora un vero e proprio lavoratore. Senza aggiungere nessun fronzolo, nessun sorriso di circostanza. Mentire agli altri è un mentire a se stessi, un indorarsi la pillola per poi arrivare a casa con l’amaro saporaccio di quella verità che abbiamo cercato di non considerare. Mettersi a letto con il pensiero fisso del: avrei dovuto dire questo, ho parlato troppo, quel dettaglio potevo risparmiarmelo.

No, meglio essere sinceri e trovare la forza per guardare alla propria situazione con oggettività ed ottimismo, senza perdere di vista i propri obiettivi e le proprie ambizioni. E soprattutto sviluppare un fortissimo menefreghismo rispetto a ciò che gli altri pensano di noi.


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  1. Lela

    28 Novembre

    Ahhhhh grazie per questo articolo che abbiamo pensato tutti almeno una volta nella vita, noi perduta generazione anni’80 (e forse non solo).
    Io vorrei evidenziare un aspetto ulteriore della questione: il quadro che presenti si fa mille volte più imbarazzante e odioso quando chi è senza lavoro è un ex-studente tra i più brillanti, quello invidiato da tutti al liceo, massimo dei voti dall’asilo al master post-laurea, quello che appunto ha preso laurea, laurea bis, master, corsi di aggiornamento, stage all’estero, concorsi…e che subito dopo finiti gli studi non ha un lavoro. Che gioia trionfante ho letto negli occhi, o che acidità ho sentito molte volte nella voce di ex-compagni o colleghi che ti incontrano dopo una vita e ti fanno la fatidica domanda, sperando quasi, forse, che nonostante i tuoi studi brillanti tu alla fine non sia in grado di guadagnarti una posizione in questa società! E la rabbia e l’imbarazzo si moltiplicano quando devi rispondere “sto ancora cercando” a questo tipo di inquisitori…i quali poi non mancano di sbandierarti il loro, di lavoro. Che magari però hanno studiato la metà degli anni tuoi, preso voti mediocri, o che hanno direttamente saltato l’università, o che non hanno mai messo seriamente il naso fuori dai dorati confini nazionali e non parlano neanche un inglese elementare.
    A tutti quelli che come me si sono trovati in questa situazione e che sentono magari anche il peso di un mercato del lavoro profondamente immeritocratico e ingiusto mi sento di dire: non perdiamo mai la fiducia, continuiamo a perseguire i nostri obiettivi e un giorno la nostra preparazione verrà ripagata, qui o all’estero!

  2. elle

    28 Novembre

    che forza, mi sembra la storia dei miei 27 anni 🙂 per caso sei laureata in materie umanistiche?? è da questi momenti di crisi che alla fine escono fuori le cose migliori.

  3. Anacronista

    28 Novembre

    Tutto il corredo psicomorale della disoccupazione è segnato dalla credenza che dipenda dalle persone avere un lavoro o meno: dal loro corredo genetico, dal loro merito, eccetera. Il punto è che la cosiddetta crisi mina alle basi proprio questa convinzione corrente: non è vero manco per niente che se il disoccupato non trova lavoro è colpa sua, così come non è vero manco per niente che il poltronizzato si sia meritato la sua poltrona. Sarebbe così se vigesse un sistema meritocratico e le pari opportunità (le cosiddette uguali basi di partenza per tutti/e) fossero la norma. Poiché non è così, poco senso ha sentirsi in colpa se disoccupati (piacerebbe tanto a Fornero & co.) e ancor meno senso ha quell’ansia da prestazione sociale di chi deve enumerare al prossimo i propri presunti successi nel lavoro eccetera. Attenzione a individualizzare troppo l’approccio, sarebbe fuorviante!

  4. Emme

    28 Novembre

    Grazie per l’articolo: in questo periodo di apatia totale e curriculum mandati a carriolate senza ricevere risposta, avevo proprio bisogno di leggere qualcosa del genere.
    Sono tentata di stamparne parecchie copie e andarle a distribuire tra certe persone di mia conoscenza…

  5. VEronica cicalo'

    28 Novembre

    Ahimè si, la “sfigatissima” laurea è in materie umanistiche! Presa per passione e con un pizzico di ingenuità…ma ora supportata dalla voglia di dimostrare che con la cultura si può mangiare. E’ giustissimo non cedere all’insicurezza e all’autocommiserazione, cercando invece di puntare in alto per portare avanti i propri progetti. Anche se non è poi sempre così facile…
    Se mai ci fosse una soluzione a questa situazione penso che sarebbe nel non dar retta a chi ci vuole tutti troppo tristi e rassegnati, anestetizzati, per aver nuove idee e forti aspirazioni. Mai mollare, perchè nessuno lotterà al nostro posto!

  6. Ninì so chic

    6 Dicembre

    Quanto capisco ogni singola parola del tuo articolo, ahimè! E’ proprio così che mi sento, ho sempre paura che qualcuno mi posi la fatidica domanda: “dove lavori?” che tra l’altro è seguita da “e il fidanzato?” 🙂

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