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Carnevale tutto l’anno: del vestirsi (e non)...

Carnevale tutto l’anno: del vestirsi (e non) secondo le prescrizioni del proprio genere

di Giada

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Ho un problema: non apprezzo di avere le tette. È un bel problema; una questione decisamente ingombrante, ma sopravvivo. Ho persino rinunciato – quasi – al mio sogno di cambiare sesso. Vi ho rinunciato perché non ho il coraggio di sottoporre la sottoscritta e chi mi conosce ad uno shock così incommensurabile. Perché non voglio perdere il bel corpo che so di possedere. Perché, in fondo, quel che sono è anche un prodotto del mio apparire a me stessa e agli altri.

Inoltre so di essere fortunata e di frequentare persone dalla mente più aperta della mia che, poco alla volta, sono riuscite a farmi riflettere sui ruoli di genere e sulle categorie maschio-femmina. Così ora mi sono convinta che posso piacermi anche se sono femmina, e che il mio “essere femminile” non dipende dalla rispondenza a dei canoni estetici figli di pregiudizi ed omologazioni, bensì è la conseguenza di quel che faccio. Io costruisco, come ognuna, la mia particolare e personale manifestazione di femminilità. Insomma, sono femmina di fatto, non perché faccio qualcosa di prescritto.

Sono femmina anche se sui mezzi, per strada o simili, le persone mi scambiano per un bambino (13-14 anni in media, 16 nei giorni migliori). E lo fanno anche in spiaggia, con me che sfoggio un costume due pezzi relativamente pieno. Va bene, se tutte queste persone (all’uomo della spiaggia non concedo l’attenuante, però!) rimangono abbagliate dal mio aspetto un motivo ci sarà. Infatti c’è — ed è un effetto da me ricercato. Mi vesto con abiti solitamente considerati consoni all’esemplare maschio umano. Mi vesto “da maschio”.

“Ma come è riduttiva questa distinzione di generi e ruoli di genere!” direbbe qualcuno che mi conosce bene e che mi vuole bene; mi vesto in base a come mi piace vedermi, e mi vesto così per mia debolezza, perché è evidente che voglio nascondere la mia vera natura come se fosse motivo d’onta. Mi travesto? Oppure scelgo semplicemente i vestiti che più apprezzo e questa scelta non dovrebbe minare la mia femminilità? Non posso negarlo, mi piace passare per un maschio.

Induco in errore chi mi sta di fronte. In un certo senso prendo in giro gli altri. Sono forse un’appassionata di Carnevale, di travestimenti che permettono per un giorno di essere altro da te, di scherzi? Se fosse così, vista dagli altri, vivrei quasi ogni giorno come se fosse Carnevale. Ma per me non è così: per me quello è il mio vestito giusto. L’errore dell’ignaro ingannato è una piccola soddisfazione, il contentino che mi concedo, la rivincita sul destino che ha scelto per me la combinazione cromosomica XX.

Poi, in alcune rare giornate, succede una cosa strana: mi vesto in maniera decisamente rispondente alle convenzioni tipiche femminili. Che sia per fare un piacere alla mamma (“Ti prego, è un matrimonio, mettiti un vestitino una volta tanto!”), alla nonna (“Guarda: con un tacchetto staresti proprio benissimo! Non posso vederti sempre in jeans e maglietta.”) ad altri gradi di parentela o per stuzzicare le fantasie del partner.

Fino a poco tempo fa il gioco funzionava bene solo nell’ultimo caso. Forse perché il partner in questione era l’unico che mi stimolava a sperimentare stili diversi dal mio preferito in nome della curiosità che avrei dovuto provare nei miei stessi confronti, mi spingeva a farlo per imparare a sentirmi a mio agio con qualsiasi vestito, sfuggendo alle categorie maschio-femmina, permesso-vietato, mi convinceva a farlo dicendomi che, comunque, gli sarei piaciuta in ogni caso. Ho imparato ad amarmi un po’ di più. Ad apprezzare il mio sesso biologico.

Gli altri, invece, mi avevano sempre richiesto di vestirmi in un determinato modo affinché dessi loro delle soddisfazioni, affinché sembrassi una Vera Donna, affinché potessero farmi rientrare più comodamente nelle categorie che si erano costruiti negli anni, che avevano sempre contribuito a perpetuare e che — come negarlo? — sono proprio all’origine di qualsiasi discriminazione sessuale. Il risultato era che vivevo quelle occasioni come un’umiliazione, ero ferita nella mia sensibilità. Mi sentivo ridicola, oltraggiata, un animale da circo sofferente, che viene deriso per mezzo di sincerissimi complimenti che puntualmente mi venivano rivolti e che vivevo come un’offesa pur riconoscendone la natura spontanea e vedendo che il loro obiettivo era l’opposto della denigrazione.

Alla fine era in quei momenti che mi sentivo travestita nel più carnevalesco dei modi, quello clownesco, finalizzato al riso degli altri. Ovviamente la drammaticità della situazione sfuggiva a quasi tutti, perché gli spettatori vedevano la normalità, non una manifestazione eccentrica e dolorosa.

Così, alla fine, ero travestita agli occhi degli altri con i miei vestiti preferiti, e travestita verso la mia idea di me stessa nelle rare occasioni in cui sfoggiavo un vestito lungo, una maglietta attillata, una camicia scollata.
Era, per me, Carnevale tutto l’anno.

Morale della favola: ora cambio abito più spesso e con allegria, prendendomi delle belle soddisfazioni nella consapevolezza che posso sentirmi bene in ogni capo d’abbigliamento (in ogni ruolo, in ogni “travestimento”), che gli altri non possono decidere cosa fa di me una femmina. Forse dovrei concludere che non ho risolto nessun dissidio interiore, che rimarrò frustrata nell’eterno scontro tra quel che sento di essere e quel che sembro (e biologicamente sono). Eppure, per consolarmi, getto alle ortiche le profonde riflessioni e mi godo il lato ludico della questione: posso sempre vedermi come una trasformista camaleontica.

Illustrazione di Chiara Fasanella


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  1. Paolo1984

    21 novembre

    non si ripeterà mai abbastanza che la mascolinità, la femminilità, la propria identità di genere possono essere vissuti in tanti modi, più o meno diffusi socialmente ma che sono (o dovrebbero essere) legittimi.
    Comunque è importante che tu abbia trovato una tua dimensione

  2. RoB

    21 novembre

    Il sesso e il genere sono due cose differenti, qualcuno ci arriva, molti restano fissati sul piano materiale…come ogni giudizio analogo, è un giudizio terra terra.

  3. Chiara

    21 novembre

    You’re such like me. Il guaio è che ora vorrei apparire più femminile, o attraente tutt’al più. Ma ogni qual volta che ci provo mi sento “troppo agghindata” e paradossalmente più brutta, il che non so se dipenda dal mio punto di vista o sia un dato di fatto. Condivido il disagio dell’essere donna e non un uomo, cosa che mi piacerebbe almeno provare (che sia con un travestimento o qualche metodo ideale ma non attuabile, perchè ammetto che non sarei pronta ad un reale cambio di sesso). Però ora mi sto accettando di più, anche in virtù di certi vantaggi che ritrovo nell’essere donna. Ciò non toglie che odi la maggior parte del genere femminile ed ammiri quello maschile, a cui aspiro di più ad assomigliare.
    Ok fine della riflessione, felice di constatare di non essere sola 🙂

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