Crea sito
READING

Quando smisi di essere una bambina luccicante (O: ...

Quando smisi di essere una bambina luccicante (O: gente che per strada dovrebbe starsene zitta)

di Chiara B.

A dieci anni mi tagliai i capelli a caschetto lasciando una sola ciocca più lunga da acconciare in una treccina, come avevo visto in un numero di Minnie. Ero una bambina che alternava momenti di feroce introspezione a un’evidente vanità di fondo, sceglievo vestiti colorati dal mio armadio e mi sentivo piuttosto carina. Quando, quell’anno, la squadra di rugby che io e i miei compagni di scuola formavamo si qualificò per un torneo nazionale, la sera in albergo fui particolarmente consapevole del fatto che saremmo andati a cena tutti senza grembiule e mi preparai con cura. Io e la mia migliore amica uscimmo dalla stanza in ritardo per la cena, ovviamente, e quando nei corridoi corremmo davanti ad alcuni nostri compagni maschi qualcuno di loro fischiò. Avevo dieci anni e, anche se avessi mai sentito la parola catcall, in quel momento me ne sarei sbattuta, perché sapevo soltanto di non indossare quel maledetto grembiule e di essere via da casa e di esser piaciuta a qualcuno, magari proprio al bambino che piaceva a me. Arrossii e, zitta zitta, gongolai.

A undici anni mi tagliarono i capelli, a casa, mentre sedevo su una sedia che in teoria mi metteva davanti allo specchio, ma in realtà per sbaglio era orientata verso la parete. Questo fece sì che quando il taglio fu finito e mi alzai per guardarmi, quel che vidi mi riempì di orrore. Mi avevano tagliato i capelli a zero, perché avevo iniziato la chemioterapia da un mese e tanto valeva non aspettare che cadessero tutti da soli. Mi avevano avvertita, ovviamente, e io avevo visto tutti gli altri bambini del reparto andarsene in giro con la testa liscia, ma mi sentii comunque tradita quando vidi il mio viso convertito in quello di un’estranea, un tipo di volto che nei film appare soltanto per rendere la trama tragica e lo spettatore compassionevole.

Il cortisone mi gonfiò, la pelle mi diventò pallida e i movimenti si fecero molto stanchi. Quando, mesi dopo, arrivò l’estate avrei voluto indossare il mio vestito preferito, un abitino bianco scollato a grandi fiori rossi, ma la medicazione che copriva il mio cvc –  catetere venoso centrale, ovvero un tubicino che mi usciva dal petto e là dentro si collegava a una vena per fornire il sangue dei prelievi e l’entrata delle terapie – ecco quell’enorme medicazione di garza bianca sporgeva dalla scollatura e mi faceva vergognare. Quando indosso qualsiasi vestito scollato, ad oggi, la cicatrice si vede; è piccola, quasi graziosa, e la noto probabilmente solo io. Le voglio bene, adesso, in qualche modo – a volte è l’unico marchio che mi rende comprensibile la realtà di aver potuto essere quella bambina e di poter oggi essere questa donna – e mi colpisce ricordare la vergogna di allora.

cancro infanzia

Illustrazione di Serena Vajngerl

Quel che voglio dirvi è che io sono stata una bambina vanitosa. Vanitosa come quelle delle pubblicità della tv, anche se poi mi piaceva leggere, fare la lotta e giocare a rugby. Ero vanitosa e me lo ricordo bene, adesso. Per moltissimo tempo, però, l’avevo cancellato. Perché a undici anni, di colpo, uscire di casa assunse il significato di indossare una mascherina verde acqua sopra naso e bocca – i gesti con cui la legavo dietro la nuca erano diventati rapidi e precisi – e un cappellino jeans sopra la testa liscia. Per i primi mesi significò evitare gli sguardi, il che non mi impediva di sprofondare nel sentire voci di perfetti sconosciuti dire mio dio, ma che cos’ha quel bambino? Per gli ultimi mesi, dopo che mia sorella mi aveva dato una lezione di guerra contro il mondo, significò cercare gli sguardi di tutti per assicurarmi che fossero loro a distogliere gli occhi prima di me, per impedir loro di dire quelle frasi oscene. Due anni dopo, quando i capelli erano finalmente di nuovo lunghi e io li piastravo quasi ossessivamente per farli tornare lisci come prima – mi erano ricresciuti, infatti, mossi – in un centro commerciale vidi un ragazzo che mi guardava e lo fissai a lungo, con astiosa freddezza. Mia cugina, che era con me, se ne accorse e le spiegai la cosa. Lei mi guardò sbalordita. Se un ragazzo ti guarda, mi disse, ormai significa che sei carina, non che sei malata. Te lo giuro. È così.

La ascoltai, ma non servì a molto. La volta successiva che arrivai coscientemente, spensieratamente a piacermi avevo vent’anni, da due anni vivevo in una nuova città e avevo rotto tutte le mie paure facendo domanda per l’Erasmus. Guardarmi allo specchio e trovarmi graziosa mi sbalordì, immagino quanto sbalordì mia cugina scoprire che quella tredicenne sottile, dagli occhi allungati e il sorriso oggettivamente spettacolare si percepiva ancora come simile a un maschio, senza capelli e in guerra contro il mondo.

Immagino che questa sia una storia contro l’ableism, quel complesso di concezioni che fa sì che delle persone per strada si possano sentire talmente scosse, e al contempo talmente al sicuro, di fronte alla manifestazione pubblica di una malattia da poter commentare ad alta voce l’aspetto di una bambina di undici anni che ha evidentemente una forma di cancro; una cosa che capita e dalla quale a volte si guarisce, mentre le uniche storie sul cancro che trovano spazio nella nostra società sono quelle che ammantano la parola di tragedia e di stigma; una terra dalla quale non è contemplato il ritorno.

Più semplicemente, però, io volevo scrivere una storia che stabilisse un legame tra la bambina luccicante dei miei dieci anni, la bambina in chemioterapia dell’anno successivo, l’adolescente spaventata e furibonda che nacque da lei e la donna che mi sento adesso. Una donna che non è giunta a piacersi perché il suo corpo somiglia di nuovo ai corpi illesi delle pubblicità, perché la mia percezione interiore non può – e non vuole – dimenticare che il mio corpo non è illeso. Una donna che è giunta a piacersi, piuttosto, quando ha scoperto quel che nessuna conversazione pubblica le aveva detto mai: che avere un corpo illeso non è l’unico modo per avere un posto nel mondo, per andare a vivere da sola, per desiderare un’altra persona, per ballare senza guardarsi da fuori, per ridere a volumi altissimi, per indossare un vestito colorato. Devo ancora trovarne uno bianco, a proposito, con la scollatura a barchetta e grandi fiori rossi.

 


RELATED POST

  1. francesca

    18 novembre

    bellissimo racconto e bellissime riflessioni. io non ho avuto il cancro da bambina, ma ho perso l’udito nella prima adolescenza (ho messo le protesi a 21 anni. ora,a 36 anni, ho un impianto cocleare all’orecchio destro e sono in procinto di farmi operare anche all’altro orecchio). so cosa vuole dire cercare gli sguardi altrui e sentirli pesanti, sulla pelle, per quei pezzi di plastica che mi sporgono e mi sporgeranno per sempre ai lati della testa, sopra alle orecchie. adolescente arrabbiata? qualcosa di più. i miei compagni di liceo lanciavano le monetine in corridoio a me, rea di non sentire. oggi il commento che maggiormente viene fatto parlando di me è che “ho le palle”, oppure anche che sono “quella tosta”. sì, è tutto vero, ma a che prezzo lo sono. persone come noi, cara Chiara B., hanno dalla loro la loro forza. dobbiamo farci forza della nostra forza, quella nessuno ce la porterà mai via.

  2. Chiara B.

    18 novembre

    Una mia amica amava infuriare contro il luogo comune del “ciò che abbiamo sofferto ci ha reso più forti”: ok, diceva lei, ma se permetti stavo bene anche altrimenti! Francesca cara, hai ragione, possiamo contare su una forza particolare; io, da quando le ombre più fosche dell’adolescenza si sono allontanate, sto cercando di metterla al servizio della leggerezza, che mi era stata tolta e alla quale sento di avere diritto. Ti auguro tanta forza, allora – e un enorme in bocca al lupo per l’intervento imminente – ma anche tanta leggerezza!

    PS: nei corridoi delle scuole bisognerebbe poter lanciare delle molotov, a volte, a chi ha monetine da sprecare.

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

By using this form you agree with the storage and handling of your data by this website.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.