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Camminando verso Sud

M., il mio coinquilino iraniracheno, studia Informatica; nel Luglio 2009 ha deciso di percorrere parte del Cammino di Santiago di Compostela, un’esperienza di cui non si è ancora pentito nonostante San Giacomo, a cui è dedicato il pellegrinaggio, goda della nomea di matamoros. (Off the records, M. mi ha rivelato di ignorare questo dettaglio). Visto il tema del mese, ho pensato di fargli qualche domanda a proposito del suo viaggio.

Come hai scoperto il Cammino di Santiago, e cosa ti ha fatto decidere di intraprenderlo?
È successo in modo molto casuale; faccio parte di CouchSurfing ed avevo accettato di ospitare Frédéric, che era a Londra per qualche giorno, un tipo molto interessante (un indizio: la porta di casa sua non è mai chiusa a chiave, così i pellegrini che passano di lì possono pernottarvi). Abbiamo parlato molto, ed ha capito che mi piace camminare perché gli ho raccontato che a volte, con i miei amici, cammino per le strade di Londra per ore, anche fino alle 3 del mattino, tornando a casa a piedi invece che con l’autobus, e quindi mi ha detto di questo pellegrinaggio- ad oggi, non so come ringraziarlo per avermene parlato!

Potresti sintetizzare la tua esperienza (itinerario, con chi hai viaggiato, aspetti positivi e negativi del viaggio…)?
Ho iniziato il mio viaggio dalla Svizzera, dove sono stato ospitato da Maya (anche lei iscritta a CouchSurfing). Non avevo nessun tipo di equipaggiamento per il viaggio, come una tenda, sacco a pelo, bastoni per camminare…Non avevo niente, ma mi sentivo pronto a partire!

Quando, dopo un paio di giorni, è arrivato il momento della partenza “vera” ed ho salutato Maya (che mi ha accompagnato a comprare una tenda e mi ha gentilmente prestato il suo sacco a pelo), ho capito che il pellegrinaggio (come anche la vita) è un viaggio in cui incontri persone meravigliose, ti fermi con loro per un po’, ma poi continui per la tua strada.
Ho iniziato a camminare a Ginevra, arrivando all’antica città francese di Le Puy en Velay dopo circa dieci giorni. Ero da solo, ma ho incontrato molte persone sulla strada, o nei caffè, o nelle case degli ospiti lungo il cammino.
Ero da solo, nella natura. A volte è stato difficile, ci si sente soli in una tenda, di notte, nel bosco, senza nessuno intorno, ma non potevo fare altrimenti. Ho scoperto varie cose di me, il mio lato coraggioso e quello “vigliacco”, la pazienza, la capacità di continuare a camminare per kilometri con i piedi coperti di vesciche- terribile, lo so, ma dovevo raggiungere un posto sicuro prima di potermi fermare a riposare!
La notizia di un pazzoide mediorientale che ha continuato a camminare nonostante le vesciche si è diffusa lungo il percorso, e tutti quelli che ho incontrato mi hanno aiutato, dandomi cerotti, pomate, o semplicemente consigli o indicazioni. Altri mi hanno accolto nelle loro case, offrendosi di ospitarmi, mostrandomi foto delle loro famiglie, invitandomi a tornare a trovarli…in cambio, ho cucinato per loro piatti iraniani e iracheni.
Tutto ciò mi ha ricordato che esistono ancora persone coraggiose e generose, che non sempre notiamo nella vita di ogni giorno.

Cosa ti aspettavi dal pellegrinaggio, prima di partire? L’idea che ti eri fatto era diversa dalla realtà (e se sì, in che modo?)?
Tutto era diverso da quel che mi aspettavo! È stato molto più difficile di quanto credessi: in parte perché non mi ero informato moltissimo, volevo solo camminare (ed infatti non mi sono portato dietro niente, nemmeno scarpe e calzini adatti), in parte perché non parlo francese. D’altro canto, niente di tutto ciò è realmente importante, rifarei il viaggio comunque, anche a costo di non riconoscere più i miei piedi [?].

Spesso si pensa al Cammino di Santiago come ad un pellegrinaggio religioso…tu come lo definiresti?
Storicamente lo è, ma credo che la maggior parte delle persone lo fanno per trovare un contatto con se stessi e con la natura. Alcuni ospiti lungo la via mi hanno detto che solo il 10% dei pellegrini lo fa per motivi religiosi; gli altri hanno ragioni molto personali. Ad esempio, ho incontrato un professore di musica che mi ha detto che lo fa ogni anno solo per star lontano da sua moglie per un paio di settimane…
Parlando di religione, a volte ho pernottato in alcuni monasteri. Lì ho conosciuto Daniel, un pellegrino tedesco “attrezzato fino ai denti”: lui di sicuro non ha avuto problemi di vesciche! Siamo diventati amici, e siamo ancora in contatto.

Immagino che camminare per settimane sia difficile sia a livello fisico che mentale. Hai mai pensato di lasciar perdere? Quali sono state le maggiori difficoltà?
Può essere difficile fisicamente, ma ci si può allenare camminando il più possibile nelle settimane precedenti alla partenza, preparandosi a giornate di sei o sette ore di marcia. Ma in un certo senso, la parte mentale è peggio. Per esempio, nonostante il percorso sia ben segnalato, capita di perdersi. Una volta sono capitato in un posto sconosciuto, a due ore dall’ultima indicazione. Sapevo di non poter far altro che tornare indietro, camminando per altre due ore, sperando di riuscire a ritrovare la strada senza problemi. Si sta facendo buio, sei stanco, non hai molta acqua e ti aspettano due ore di camminata: non è proprio l’ideale. E non sei mai sicuro che sia la scelta giusta, perché potresti essere a mezz’ora di strada da un villaggio o un’indicazione. Di solito ti trovi in queste situazioni dopo ore spese a camminare nella direzione sbagliata, quando sei stanco, preoccupato e magari inizi a immaginare paludi o altri pericoli in agguato, il che rende prendere una decisione ancora più difficile, quando tutto quel che vorresti è il divano di casa tua, con un bel film e una tazza di the! In questa situazione (e un paio di altre volte) sono stato molto tentato di lasciar perdere, ma sapevo che se avessi mollato tutto me ne sarei pentito in seguito.

Quando abbiamo incontrato Wayne, un altro pellegrino, sono rimasta colpita da quel che ha detto: raccontava di come durante il cammino ci si liberi di tutto ciò che non è essenziale, alleggerendosi. È successo anche a te?
Assolutamente sì, non sono solo il tuo corpo o il tuo zaino a diventare più leggeri, ma anche tu ed i tuoi pensieri. Diventa molto più facile parlare con gli altri, fidarsi di loro, diventare amici e poi salutarsi il giorno dopo ed andare ognuno per conto suo…
Nel mio caso, sono partito con poche cose, non avevo molti attrezzi, solo tante scatolette di cibo: ad un certo punto portarsele dietro non era nemmeno più rassicurante, ma solo un peso. E poi, ogni volta che arrivavo in un paese con un ufficio postale, trovavo sempre qualcos’altro di cui non avevo bisogno, da spedire a casa. Alla fine ci si rende conto di quante cose inutili accumuliamo, di cui potremmo benissimo fare a meno, senza per questo vivere “di stenti”. Studio informatica, sono sempre al computer, sempre connesso. Anche di questo si può fare a meno.

Ci sono circostanze o momenti nella vita che secondo te sono particolarmente adatti per intraprendere questo viaggio?
So che molte persone aspettano di avere un anno sabbatico o di essere in pensione per poter fare il percorso intero; in realtà ho visto persone di tutte le età. Credo che questo tipo di viaggio possa offrire qualcosa a tutti, indipendentemente dalle circostanze personali in cui si trovano. Dipende da quanto sono disposti a “prendere”.

Cosa ti è rimasto di quest’esperienza?
Non vorrei farla sembrare come la cosa migliore che mi sia mai successa, ma è stata senza dubbio un’esperienza molto importante. Decidere di partire e il primo giorno di marcia sono le cose più difficili. Una volta che hai iniziato a camminare, sei in ballo, e non ti resta che continuare: e non vale solo per i pellegrinaggi.


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  1. Costanza

    24 gennaio

    Oddio… Non me lo dovevate scrivere qua! Io sono una drogata di cammini e sto passando la sessione d’esame ad accarezzare l’idea di farmi da sola un pezzo della via francigena… Quando finirò persa nella campagna laziale ringrazierò anche voi 😉

  2. verdeanita

    24 gennaio

    è dalla quinta ginnasio è sulla mia to do list. speriamo di depennarlo prima o poi.

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